cinghiali

Oggi in Italia vivono più di un milione di cinghiali, un numero rilevante e fonte di grossa preoccupazione soprattutto per i danni che questo animale può arrecare all’agricoltura. La distruzione di campi di mais, patate, cipolle, zucchine e altri ortaggi costa infatti centinaia di milioni di euro in indennizzi per danni ai raccolti a carico delle regioni.

L’olfatto dei cinghiali è molto superiore a quello di un cane ben addestrato ed essi sono in grado di percepire la presenza di radici, tuberi, ma anche di insetti, piccoli roditori o carcasse anche a grande distanza. Nei campi coltivati mettono in azione il loro grugno resistente e sensibile con il quale riescono a scavare anche nel terreno più duro, riuscendo a passare anche sotto le recinzioni metalliche.

La causa umana

L’aumento esponenziale dei cinghiali ha però a che fare, tanto per cambiare, con scelte sbagliate condotte dagli esseri umani, che hanno alterato profondamente l’ecosistema innescando processi il cui esito è poi difficilmente prevedibile. Il principale errore è stato quello di introdurre nel dopoguerra in Italia, segnatamente in alcune riserve di caccia recintate dell’Italia centrale, specie non autoctone come i cinghiali ungheresi, di dimensioni e resistenza ben superiore ai nostrani. L’esigua presenza di predatori naturali, nello specifico i lupi, protrattasi per diversi decenni nel nostro paese, ha favorito la rapida espansione di questa variante, capace di fuoriuscire dalle riserve e di accoppiarsi con cinghiali nostrani o di allevamento, se non con maiali, dando origine ad una specie ibrida, di fatto quella più devastante e ricorrente oggi sul territorio nazionale. L’aumento dei cinghiali non è andato di pari passo con l’aumento della disponibilità di cibo, di conseguenza essi sono sempre più attratti dalle enormi quantità di rifiuti ipercalorici che gli uomini producono, abbandonano e non sono spesso e volentieri in grado di smaltire in tempi utili. Si moltiplicano dunque gli avvistamenti di cinghiali nei luoghi abitati, con tutto quello che ne deriva.

Il cinghiale, è bene dirlo, non è un animale semplice e se minacciato può diventare molto aggressivo, talvolta fatale. Le più pericolose sono le femmine con le loro temutissime zanne, in particolare le più grandi e più vecchie che detengono la supremazia in un branco, soprattutto se ad essere minacciati sono i cuccioli. I maschi infatti stanno in piccoli gruppi o addirittura fanno vita solitaria.

Un pericolo antico

Della robustezza e della pericolosità dei cinghiali erano già consapevoli le popolazioni antiche. I celti ad esempio lo consideravano un animale sacro, basti pensare alla celebre scrofa semilanuta su cui è incentrata la leggenda della fondazione di Milano. I Romani lo raffiguravano spesso nelle loro insegne militari, come simbolo di audacia unita alla ferocia, basti pensare al vessillo della celebre Legione XX Valeria Victrix. Anche durante il Medio Evo il cinghiale godette di una discreta fortuna, spesso dipinto in numerosi stemmi e addirittura nei fregi di cattedrali e case nobiliari. Ma se ne trova eco molto prima addirittura nei miti greci, che non furono scevri dal fascino esercitato da questi animali, il più famoso dei quali è quello che riguarda il cacciatore Adone e la dea Venere. Quest’ultima, ci racconta Ovidio, rimase essa stessa vittima dei propri sortilegi amorosi e perdette letteralmente la testa per il giovane Adone, che però rimarrà ucciso proprio dell’attacco di un cinghiale durante una battuta di caccia. I cani del possente cacciatore avevano seguito le impronte di un cinghiale, e quando la preda giunse a tiro Adone gli scagliò contro un giavellotto. Tuttavia l’animale, sebbene colpito, riuscì a liberarsi dalla lancia e inseguì furiosamente il cacciatore, conficcandogli le proprie zanne nell’inguine fino a farlo morire.

La soluzione?

Spesso si invoca la caccia indiscriminata come unica soluzione possibile ma c’è un dato che dovrebbe far molto riflettere. Più sono massicce le campagne venatorie, più nei luoghi in cui vengono realizzate il numero di cinghiali continua a crescere in maniera esponenziale. Perché? La risposta è molto semplice. I cacciatori mirano preferenzialmente ai bersagli grossi, perché più facili e soprattutto più redditizi, individui adulti, dominanti, ma così facendo mettono in moto dei meccanismi di risposta che determinano un maggior successo riproduttivo delle classi femminili più giovani e più prolifiche. Dunque non si fa altro che distorcere la piramide anagrafica, cancellando la funzione di parziale tappo demografico esercitata dagli esemplari più anziani. Se proprio vanno fatte operazioni di contenimento andrebbero dunque portate avanti solo attraverso professionisti addestrati e culturalmente preparati, capaci di seguire canoni scientifici ben determinati. Non va quasi mai così.

Un’altra possibile soluzione è rappresentata dalle recinzioni elettrificate, il cui impiego però si scontra con gli elevati costi, soprattutto se confrontati con la bassissima redditività di alcune colture. Mi chiedo dunque perché si preferisca pagare indennizzi ai danni invece che sostenere l’acquisto di presidi di questo tipo. In realtà l’unica cosa da fare sarebbe quella di lasciar fare alla natura, ai microbi, ai predatori naturali (i lupi per inciso), recuperando un minimo di consapevolezza sul fatto che certi processi stratificatisi in centinaia se non milioni di anni sono intuitivamente molto più affidabili del nostro discutibile ingegno.

1 commento

  1. Manca la terza soluzione che ISPRA sta consigliando alle regioni: la cattura con gabbie. Un metodo incruento che non spaventa il resto della selvaggina, e consente di fare diverse scelte: la reimmissione in natura semplice o previa castrazione chimica, o l’invio alla filiera alimentare certificata a secondo della tipologia degli esemplari catturati. Anche la scelta degli individui da reimmettere è importante in modo da privilegiare gli esemplari che presentano caratteristiche autoctone (dimensioni e prolificità ridotte). ISPRA sta anche formando cacciatori specializzati che non caccino con la braccata ma in appostamento e siano capaci di riconoscere gli esemplari anche da lontano. Insomma come sempre ascoltiamo la scienza.

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