rifiuti

Nella società del ‘consumo veloce’ in cui ogni prodotto è avvolto da contenitori inutili e sovradimensionati e dove la sovra-produzione di imballaggi messi in circolazione è spesso ignorata, a seppellirci non sarà una risata bensì i rifiuti non trattati. Oggi la gestione della “monnezza”, come si dice a Roma, è infatti il tema più spinoso con cui devono fare i conti i sindaci chiamati ad amministrare la città.

‘Problema rifiuti’ che nella Capitale ha assunto dimensioni di alta criticità dopo la chiusura della discarica di Malagrotta, e a cui oggi si pensa di dare una risposta affidandosi a soluzioni anacronistiche e insostenibili rispetto a quanto ci impone l’Europa in materia. Infatti, se crediamo che per risolvere la questione sia sufficiente costruire un inceneritore di rifiuti, vuol dire che abbiamo un problema sociale ancora più grande rispetto a quello di liberarci dalla spazzatura. Perché si tratta di fare i conti con una mancanza totale di sensibilità civile, culturale, ecologica e, più in generale, di una visione di insieme del problema.

Un’opzione controproducente

Il tema del trattamento dei rifiuti in una grande area metropolitana va affrontato nella sua interezza. Insomma, incenerire i rifiuti potrebbe sembrare nell’immediato la soluzione più semplice (e allora come non averci pensato prima, potremmo dire) eppure potrebbe rivelarsi più deleteria, inutile e dannosa di altre scelte. Togliere dalle strade i rifiuti riducendoli a cenere, equivale a trattare una patologia con una cura errata che allieva il dolore ma non risolve il problema anzi con il rischio che, presto o tardi, questo si ripresenterà con maggiore veemenza. Gli inceneritori (il termine termovalorizzatore non esiste ed è solo una operazione di green marketing per far apparire sostenibile ciò che sostenibile non è), anche se realizzati con le migliori tecnologie e i filtri più efficienti in commercio, producono a loro volta rifiuti speciali pericolosi come, ad esempio, le ceneri che vanno smaltite in discariche speciali. Inoltre, generano emissioni inquinanti di polveri ultrasottili PM 2.5, di diossina e metalli pesanti che si concentrano nell’aria, nel terreno e sulle piante, contaminando ogni forma vivente. Da qui la preoccupazione non solo per il rispetto dei limiti di legge giornalieri, ma soprattutto per l’accumulo di queste sostanze protratto nel tempo che è nocivo per la salute e per l’ambiente.

Gli standard dell’Europa

E allora cosa possiamo fare? Ad indicarci la direzione giusta sono le Direttive Europee che prevedono, in via prioritaria, e in maniera chiara e inequivocabile, il seguente e tassativo ordine gerarchico: riduzione e prevenzione, riutilizzo, riuso, riciclaggio e recupero di materia. Solo in estrema ratio, in forma residuale e dopo aver attuato tutti i passaggi precedenti, ammette l’incenerimento ed il conferimento in discarica, pena sanzioni elevate.

E non è un caso se di recente il Parlamento europeo ha inserito questa impiantistica nell’Emission Trading System, lo strumento della UE per contrastare i cambiamenti climatici e ridurre le emissioni di gas a effetto serra. In sostanza anche gli inceneritori dovranno pagare una tassa per ogni tonnellata di CO2 che emetteranno. La posizione dell’Unione Europea non è di tipo ‘ideologico’, ad uso e consumo dei ‘soliti fanatici ambientalisti’ che, per alcuni, sono solo ‘quelli del no’, ma risulta invece pienamente attuale e perfettamente in linea con quanto previsto nel Next Generation EU e nel PNRR.

L’Europa non ha voluto, e neanche potuto, visti gli obblighi di contenimento delle emissioni di CO2, prevedere che tra gli impianti finanziabili per trattare i rifiuti possano essere compresi quelli finalizzati al recupero di energia, tantomeno gli inceneritori. Il programma vede proprio nella transizione ecologica uno dei suoi pilastri fondamentali. Inoltre l’individuazione, prima, e l’applicazione, poi, delle strategie devono scaturire dal confronto, dal dialogo tra la cittadinanza e le forze politiche e dall’ascolto dei comitati e delle associazioni che si battono da anni per la difesa dell’ambiente. Nella ‘società delle reti’, e per di più su un tema così impattante sulla vita di una intera comunità, l’esigenza di fare rete per individuare tutti insieme la strada più giusta da intraprendere verso una transizione verde autentica è l’unica via possibile.

Le proposte alternative

L’adozione di alcune misure specifiche e di politiche concrete ci aiuterebbero a fare veramente la differenza. Innanzitutto, si realizzino immediatamente da parte di Roma Capitale azioni concrete per ridurre la produzione di rifiuti, per realizzare una raccolta differenziata di qualità porta a porta, per aprire nuovi Centri di Raccolta (isole ecologiche) affiancati da Centri del Riuso che sappiano intercettare gli scarti prima che diventino rifiuti, riparandoli e rigenerandoli per reimmetterli in una economia sociale di sostegno. A tal fine è auspicabile stringere accordi con la piccola, media e grande distribuzione per mettere in atto politiche sostenibili di prodotto e di ‘riciclaggio consapevole’ e vantaggioso per tutti.

Torniamo a dare applicazione alla legge nazionale sul ‘vuoto a rendere’ che estende il ricorso al riutilizzo anche in circuiti commerciali più vasti e a materiali diversi dal vetro come l’alluminio e la plastica. Togliamo dalle strade gli obsoleti cassonetti tradizionali che deresponsabilizzano i cittadini e in cui tutti i rifiuti vengono conferiti in modo disordinato ed inquinato dando origine ad una raccolta differenziata di pessima qualità. Organizziamo un sistema integrato fatto di raccolta ‘porta a porta’, a partire dal ritiro tre volte alla settimana dell’organico che da solo crea i problemi più impattanti nella gestione degli impianti per il trattamento dei rifiuti. Costruiamo numerosi impianti, di piccole e medie dimensioni e a basso impatto ambientale, diffusi sul territorio, capaci di lavorare i materiali riciclati e creare migliaia di nuovi posti di lavoro stabili nel tempo. Infine coinvolgiamo i cittadini con dibattitti, campagne di sensibilizzazione a partire dalle scuole, chiedendo loro di fare una differenziata di qualità (come già avviene da tempo in tante altre città italiane) che si traduce nell’applicazione di una tariffa puntuale ridotta e un sensibile risparmio sulla TARI.

Una sfida per il cambiamento

La soglia del 65% di raccolta differenziata entro il 2035 rappresenta infatti solo il livello minimo imposto dalle Direttive Europee. E se scegliamo di fare utili con l’energia prodotta bruciando rifiuti “tal quale” l’aumento di questa percentuale rischia di essere solo un miraggio perché diventerà prioritario far lavorare a pieno regime l’inceneritore evitando perdite economiche. Attraverso il coinvolgimento e la responsabilizzazione dell’intera cittadinanza saremo in grado di far fiorire quella massa critica capace di dare concreta attuazione al Green Deal europeo non più rinviabile.

Per farlo è necessario far comprendere appieno e da subito i benefici e la portata innovativa del nostro reale e concreto progetto di “Economia Circolare per Roma”. Si tratta di una sfida ambiziosa, anche per via di quella componente ‘destabilizzante’ insita in ogni processo di trasformazione e di innovazione. Proprio per questo è fondamentale essere convinti della possibilità di dare avvio ad un profondo percorso di cambiamento ma soprattutto di cambia-menti.

Ferdinando Bonessio, capogruppo Europa Verde Ecologista – Roma Capitale

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