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Amazon…sempre piú opaca…

Mercoledì 25 Maggio si è riunita l’assemblea degli azionisti di Amazon per votare alcuni ordini del giorno in materia di impatto ambientale dell’azienda e politiche di lavoro degli operai: tra cui la redazione di relazioni sulla salute e sicurezza degli operai all’interno dell’azienda e dei lavoratori nei centri di smistamento, lo studio della quantità di plastica utilizzata, cambiamenti del procedimento di nomina dei membri del consiglio di amministrazione. Tutti i suddetti ordini del giorno sono stati rigettati, dietro suggerimento (guarda caso) proprio del consiglio di amministrazione, che ha addotto di aver già cominciato a adoperarsi in merito. Giusto due mesi fa, festeggiavamo il superamento di 300 firmatari per il progetto denominato The Climate Pledge, di cui Amazon è co-fondatore, che imporrebbe ai propri membri l’obbligo di dichiarare i propri consumi. Abbiamo parlato dei consumi di Amazon in più articoli, visto che l’impresa si dimostra sempre più opaca nel rendere note tali informazioni.

Il consiglio di amministrazione si aumenta il salario

Un’altra proposta rigettata era quella che chiedeva di condurre una esaminazione indipendente (ossia da agenzia esterna all’impresa) circa il livello salariale dei dipendenti e delle loro condizioni di lavoro, presentato dal gruppo attivista di azionari Tulipshare. Il direttore di quest’ultimo, Antoine Argouges, ha dichiarato che è solo l’inizio della lotta per i diritti dei lavoratori e che Amazon non ha ancora dichiarato la percentuale di voti contrari, dato necessario prima di poter commentare. Infatti, sebbene l’accettazione di tali proposte non abbiano valore legale, questo tipo di imprese danno seguito alle proposte che ricevono più del 40% di voti a favore. In compenso, gli ordini del giorno a favore nella giornata di mercoledì riguardavano l’aumento dei compensi dell’esecutivo, dei salari dei membri del consiglio di amministrazione e per la frammentazione azionaria.

Anche Facebook non scherza

Similmente, anche l’assemblea degli azionisti di Facebook ha visto una crescita di ordini del giorno in materia di etica: nello specifico, il controllo sulla disinformazione, la pubblicazione di contenuti aggressivi e l’impiego del famoso algoritmo per la massimizzazione delle reazioni. Il motivo di queste mozioni riguarda il pensiero latente di molti investitori circa effetti sullo stato della democrazia, l’incitamento alla violenza e l’effetto corrosivo sui bambini. Anche qui, il risultato dopo il voto non ha raggiunto il famoso 40%, tenendo conto che il fondatore Mark Zuckerberg detiene la maggioranza delle azioni (mentre Jeff Bezos in Amazon ha “appena” il 12,5% delle azioni).

E gli obblighi etici ambientali e sociali?

Ad ogni modo, i procedimenti interni delle grandi società, Facebook e Amazon comprese, sono sempre notoriamente guidati dal puro profitto, invece che da obblighi etici ambientali e sociali. Per questo motivo l’imposizione statale di leggi e sanzioni appare l’unica possibilità per riequilibrare la bilancia dei diritti. A questo proposito è quindi sempre più necessario la scelta di gruppi politici e movimenti che abbiano effettivamente a cuore questi principi a discapito dei grossi gruppi economici. Unito alla partecipazione alle manifestazioni ed altri modi di partecipazione sociale, il supporto ai movimenti politici nazionali e locali pare l’unica speranza di ribellione contro sistemi rigidi di produzione di valore che promettono e poi non agiscono.

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