agroalimentari

Un piano in quattro punti per trasformare i sistemi agroalimentari per renderli più inclusivi, economicamente sostenibili e resilienti ai tanti shock che stanno affliggendo il Pianeta, oltre a produrre meglio e di più con un minore impatto sull’ambiente. È l’appello del direttore generale della FAO, Qu Dongyu, all’ONU. Conflitti, clima, pandemia e recessione hanno aumentato la vulnerabilità alimentare delle persone. Secondo il direttore occorre aumentare l’assistenza agricola di emergenza, investire in sistemi agroalimentari e infrastrutture, dare priorità a scienza e innovazione e ridurre la perdita e lo spreco di cibo.

Non c’è dubbio che la modifica del nostro attuale sistema di produzione del cibo sia una delle sfide cruciali che dobbiamo affrontare e vincere per dare una speranza al futuro dell’Umanità ed a quello delle altre Specie viventi. L’equilibrio ha cominciato a vacillare a partire dal secondo dopoguerra quando si è assistito ad un diffondersi sempre più esteso dai Paesi occidentali al resto del mondo del modello di alimentazione onnivora in cui sono assolutamente prevalenti i cibi di origine animale. È stato possibile ottenere tutto ciò realizzando un’industrializzazione zootecnica intensiva che tramite l’allevamento, condotto in modo brutale e senza alcun riguardo per il benessere animale, e l’uccisione annua di più di 60 miliardi di capi di bestiame è stata in grado di fornire cibo per 7,5 miliardi di persone, ma, poiché è un processo basato su una logica quantitativa e non qualitativa, presenta molte criticità a livello ambientale. Infatti, i più recenti studi ecologici correlano strettamente gli allevamenti intensivi del bestiame a varie categorie di danno: sulla salute umana, sulla qualità degli ecosistemi e sulle risorse del pianeta.

Le conseguenze per la salute

È ormai un dato acquisito quanto sia scarsamente salutare per la nostra specie un consumo eccessivo di proteine, soprattutto quelle di origine animale; tuttavia, l’attuale sistema di produzione di cibo tende a promuovere tale dieta nonostante essa sia correlata allo spreco di risorse primarie ed all’emissione di inquinanti che va a danneggiare pesantemente l’ecosistema globale.  Si calcola che per produrre solo 5 Kg di carne bovina serva la stessa quantità di acqua consumata da una famiglia media in un anno e che le calorie di combustibile fossile spese per produrre 1 caloria di proteine dal grano sono pari a 2,2 contro un valore medio di 25 per i cibi d’origine animale. I prodotti chimici usati in agricoltura includono fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi composti da molecole i cui effetti sulla salute umana sono poco conosciuti ed in grado di inserirsi nella filiera alimentare e così interagire con il nostro organismo con risultati ignoti ed anche possibilmente nocivi. Le deiezioni del bestiame contengono elevati livelli di fosforo ed azoto in grado di filtrare dal terreno nei corsi d’acqua danneggiando gli ecosistemi acquatici (si calcola che in Italia tali rifiuti presentino per l’ambiente un carico equivalente di ulteriori 137 milioni di persone).

Le conseguenze sull’ambiente

Sempre per sostenere l’allevamento del bestiame a partire dal 1960 si è realizzato un disboscamento intensivo accompagnato da deforestazione e desertificazione, ed è stato calcolato che ogni hamburger importato dall’America Centrale abbia comportato il disboscamento e la trasformazione a pascolo di 6 mq di foresta pluviale (Rapporto Centro per la Ricerca Forestale Internazionale del 2003) col risultato che il 40% delle foreste pluviali è stato distrutto negli ultimi 40 anni con notevole riduzione ed impoverimento della biodiversità del nostro pianeta . Attualmente molti studi ecologici indicano nell’effetto serra una delle cause più importanti nel surriscaldamento del pianeta. È, pertanto, da segnalare che durante la digestione i bovini e gli ovini emettono anidride carbonica ma anche metano ed ossido d’azoto, gas rispettivamente 23 e 296 volte più impattanti rispetto alla CO2 in termini d’effetto serra. A tal proposito dallo studio ecologico di Weber e Matthews è emerso che carne, pesce, uova e latticini sono responsabili del 58% delle emissioni di gas serra per la produzione di cibo, pari a quasi il triplo di quelle derivanti da alimenti vegetali, tali risultati sono stati anche confermati da uno studio italiano del 2007 in cui si è evidenziato che una dieta vegana, che utilizzi cibi da agricoltura biologica, presenta un impatto ambientale ben 8 volte inferiore rispetto ad una dieta onnivora.

L’impatto sociale

All’impatto sull’ambiente fin qui discusso è strettamente connesso anche l’impatto sociale, inteso come malnutrizione cronica nei Paesi del Sud del mondo, legato all’impiego ed alla distribuzione delle risorse nel processo produttivo del cibo richiesto dal modello di alimentazione onnivoro con prevalenza dei cibi di origine animale. Tale concetto è ben chiarito dall’espressione “food versus feed “cioè cibo vegetale per l’Uomo contro mangimi per gli Animali, nel senso che l’allevamento intensivo sottrae terreni fertili, che sono peraltro una risorsa assolutamente limitata, per la produzione di mangime per gli animali a scapito dell’alimentazione vegetale diretta per gli esseri umani. Questo tipo di modello di produzione alimentare e le sue già citate criticità si accompagna a distorsioni economiche a favore dei grandi latifondisti e dei colossi dell’industria della carne con effetti molto negativi sul piano della giustizia sia nei confronti delle piccole comunità contadine e dei piccoli proprietari agricoli, in termini di impoverimento e land grabbing, sia in ambito di mancanza di rispetto degli altri Viventi, che in quanto esseri senzienti hanno diritto di non essere trattati in modo brutale e crudele.

Le alternative sostenibili

È noto che i fautori della dieta vegetariana rappresentano circa il 12% della popolazione, una quota che, seppur in crescita negli ultimi anni, è ancora insufficiente a modificare le scelte alimentari globali, tuttavia la tecnologia sta iniziando a fornirci un valido aiuto, infatti, i prodotti alternativi alla carne sono ora disponibili e producono oltre il 90% di emissioni gas serra in meno a parità di quantità prodotta, questo sarebbe utilissimo per fermare il climate change. Per quanto riguarda la salute, nello specifico la carne coltivata non contiene antibiotici, ormoni, pesticidi e soprattutto si possono rimuovere componenti dannose presenti in modo naturale, come il ferro EME, oppure grassi saturi e lattosio se parliamo di latte coltivato. Il grasso saturo può essere sostituto con il grasso omega3, che fa molto bene alla salute al contrario del primo.

Anche in Italia si comincia ad investire sulle alternative sostenibili ed incruente al cibo animale, infatti esiste la Fondazione Save The Chickens che sta per iniziare una collaborazione con l’Università di Trento, nello specifico con il Team del professor Biressi, per realizzare carne di pollo coltivata. È bene che anche l’Italia inizi ad attrezzarsi sul cibo del futuro, visto che ormai lo stanno facendo ovunque nel mondo, Israele in testa.

Infine, è da segnalare che la Commissione Europea ha approvato la richiesta di raccolta firme per una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Gli obiettivi che sono stati accettati nel corso del prossimo giugno sono due: togliere sussidi all’industria zootecnica e mettere sussidi ai prodotti alternativi, quindi quelli a base vegetale e (ovviamente) quelli ottenuti con l’agricoltura cellulare, come appunto la sempre più famosa carne coltivata.

3 Commenti

  1. Ottimo, spero proprio che il futuro sua piu’ sostenibile, ma che ci sia una.maggiore attenzione sullo squilibrio tra persone che mangiano troppo e sprecano oltretutto è persone che stentano a vivere.

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