cibo

Questo articolo è uscito sul numero 3 di Settembre 2021 della versione cartacea di Ecologica. Ti ricordiamo che puoi riceverla a casa tua o sulla app abbonandoti qui.

È tempo di dirlo chiaramente: il modo con cui oggi produciamo e consumiamo cibo sta portando il pianeta al collasso. Uno dei fattori che alimenta la crisi climatica, la crisi di biodiversità e la crisi di inquinamento è senza dubbio il sistema alimentare.

E ci troviamo di fronte al paradosso per cui stiamo compromettendo il nostro pianeta e distruggendo le risorse naturali sulle quali facciamo affidamento per produrre cibo, ma allo stesso tempo non riusciamo a raggiungere quello che dovrebbe essere l’obiettivo principale del sistema alimentare: nutrire la popolazione mondiale.

Fame, obesità, spreco

Due dati, a mio avviso, sono sconvolgenti. Da un lato la contraddizione tanto eclatante quanto troppo spesso dimenticata, della disuguaglianza per cui più di 820 milioni di persone nel mondo non hanno cibo a sufficienza, ma due miliardi di persone, secondo l’OMS, risultano in sovrappeso o obese. (E pensare che fino a pochi anni fa erano un miliardo, il dato è aumentato velocemente e addirittura decuplicato nel caso dei bambini e adolescenti negli ultimi 40 anni). Il secondo dato inquietante è la produzione di rifiuti alimentari: Dopo aver consumato risorse, inquinato i suoli, sfruttato animali, viaggiato spesso da un capo all’altro del mondo per finire sulla nostra tavola, ogni anno un terzo del cibo diventa spazzatura. Secondo il Food Waste Index Report 2021 a livello globale vengono gettati 121kg di cibo a testa l’anno! Solo la quantità di cibo sprecato è quattro volte superiore a quanto necessario per sfamare le persone denutrite nel mondo. Un’assurdità.

Pressione ambientale

Attualmente i sistemi alimentari sono responsabili del 70% dell’acqua estratta dalla natura, generano fino a un terzo delle emissioni umane totali di gas serra e causano il 60% di perdita di biodiversità. Ancora, gli allevamenti intensivi sui quali poggia buona parte del nostro sistema alimentare causano circa il 18% delle emissioni totali di gas serra, che è più della percentuale emessa dall’intero settore dei trasporti.

Senza dimenticare che gli allevamenti intensivi rappresentano una grave minaccia per la salute pubblica, in quanto favoriscono episodi di zoonosi, causano la distruzione degli habitat della fauna selvatica per favorire la trasformazione in terreni agricoli, agevolano, attraverso il contatto tra bestiame e animali selvatici, la diffusione di agenti patogeni, indeboliscono il sistema immunitario degli animali, allevati in condizioni deplorevoli, rendendo necessaria l’assunzione di grandi quantitativi di antibiotici che, attraverso la carne, assumiamo anche noi, alimentando quel fenomeno, sempre più pericoloso, della resistenza agli antibiotici.

Cambio di rotta

I dati appena esposti rendono assolutamente chiaro che non possiamo continuare su questa strada. È necessario un cambiamento radicale soprattutto in previsione della rapida crescita della popolazione globale, che raggiungerà i 9/10 miliardi di persone entro il 2050 e che, man mano che diventa più ricca, tende ad adottare diete più dispendiose in termini di risorse.

E infatti, l’Agenda 2030 dell’ONU che fissa i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, definisce chiaramente gli impegni per fare fronte alla fame e la denutrizione, ad esempio con l’ Obiettivo 2 (porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile) in particolare riconosce quanto sia cruciale che si sostengano i piccoli agricoltori, soprattutto le donne, i popoli indigeni, le famiglie di agricoltori in modo da raddoppiare la loro produttività agricola e il loro reddito, anche garantendo un accesso sicuro ed equo a terreni, alle risorse e input produttivi, a conoscenze e sostegni finanziari e l’accesso a mercati; oppure gli impegni per lottare contro lo spreco di cibo con l’Obiettivo 12 (garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo) che, in particolare richiede che entro il 2030, si dimezzi lo spreco alimentare globale pro-capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e si riducano le perdite di cibo durante le catene di produzione e di fornitura, comprese le perdite del post-raccolto.

Europa e Agenda 2030

La buona notizia è che le soluzioni per il passaggio a un sistema alimentare sostenibile e sicuro non hanno bisogno di essere inventate perché sono già disponibili. Esistono già un’agricoltura biologica e pratiche genuinamente sostenibili che lavorano in armonia con la natura e non contro di essa, esistono già produzioni alimentari che, pur utilizzando una quantità limitata di risorse, possono sfamare l’intera popolazione mondiale. L’Europa sta muovendo passi in questa direzione? Se dovessimo giudicare in base alla riforma della PAC, la Politica Agricola Comune, ovvero l’insieme di sussidi, soldi pubblici dei cittadini europei, a sostegno del settore agricolo oppure in base agli accordi commerciali che l’UE stipula con gli altri paesi del mondo, tra cui spicca, l’accordo UE-Mercosur per effetti dannosi su clima, ambiente, diritti, aumento della deforestazione in Sud America, non possiamo certo dare un giudizio positivo.

Il settore agricolo è centrale nel percorso di contrasto alla crisi climatica. Per questo motivo se sbagliamo oggi a decidere come utilizzare le risorse della PAC, per la quale viene utilizzato 1/3 dell’intero bilancio europeo, quasi 400 miliardi di euro, rischiamo di compiere un grave errore che potrebbe ostacolare il cammino verso il raggiungimento degli obiettivi climatici che la stessa Europa si sta ponendo per i prossimi decenni. E purtroppo la riforma oggi sul tavolo europeo, figlia della precedente Commissione europea a guida Juncker e oggi negoziata dal Parlamento europeo e dal Consiglio UE, ha il sapore amaro delle grandi occasioni mancate. Mantiene, infatti, inalterate le storture di quella precedente, che vedeva l’80% delle risorse destinate al 20% delle aziende agricole europee, in particolare le più grandi lasciando le briciole ai piccoli agricoltori, e non si rivela all’altezza delle sfide che dobbiamo affrontare. Non promuove infatti un modello agricolo sostenibile che può diventare nostro alleato nel contrastare le crisi ambientali e climatica in corso bensì insiste con l’erogazione di ingenti risorse economiche al modello agricolo industriale e intensivo. Fino al 2027 si continueranno a finanziare gli allevamenti intensivi, si confermano i criteri quantitativi per l’erogazione dei finanziamenti (ovvero i sussidi vengono erogati in base agli ettari di terreno posseduti o al numero di capi allevati), danneggiando i piccoli agricoltori a vantaggio delle grandi industrie.

Migliaia di cittadini, di piccoli agricoltori, aziende agricole del biologico e associazioni ambientaliste, con i quali io e il gruppo dei Verdi europei ci siamo schierati senza indugio, hanno protestato e hanno chiesto alla nuova Commissione Von der Leyen di ritirare questa riforma e presentarne una nuova, in linea con l’ambizione del Green Deal. Senza ricevere ascolto.

Eppure la presidente Von der Leyen sembrava intenzionata a cambiare passo e ha proposto nel 2020 il Green Deal europeo, che contiene al suo interno importanti proposte come la Strategia Farm to Fork per rendere sostenibile il sistema alimentare europeo e la Strategia sulla Biodiversità che introducono obiettivi quali la riduzione del 50% dell’uso di pesticidi, la riduzione di antibiotici e fertilizzanti e l’impegno a restituire più spazio alla natura e alla biodiversità nei terreni agricoli. E qui è necessario rilevare la grande contraddizione dell’Europa. Da un lato si pone obiettivi importanti e coraggiosi per il 2030, al momento non vincolanti, e dall’altro, nei primi atti giuridicamente vincolanti, come la riforma della PAC, fallisce nel tradurre questi obiettivi ambiziosi in regole per erogare i sussidi in modo virtuoso. Ecco perché il gruppo dei Verdi al Parlamento europeo voterà contro questa riforma quando ad ottobre il testo arriverà in Plenaria.

Consumi alimentari

Un’ambiziosa transizione dall’agricoltura convenzionale a quella biologica, sostenibile e agro-ecologica, una drastica riduzione del nostro consumo di carne e latticini in favore di colture proteiche prodotte localmente ci consentirebbero di alleviare la pressione del nostro sistema alimentare sull’ambiente e sul clima, nonché sulla nostra salute.

Greenpeace stima che per essere in linea con l’accordo di Parigi, il consumo di carne nell’UE dovrebbe diminuire del 71% entro il 2030 e dell′81% entro il 2050. Inoltre, mangiare più prodotti vegetali a discapito di quelli animali potrebbe prevenire ogni anno milioni di morti premature dovute a malattie cardiache, diabete e altre condizioni croniche.

Se dunque le soluzioni esistono, quello che manca è un approccio politico adeguato e coerente che renda concreta questa trasformazione. E, come ricordavo poc’anzi, se da un lato la Strategia Farm to Fork rappresenta un ottimo passo avanti nella giusta direzione, perché per la prima volta riconosce gli effetti positivi e benefici delle diete a base vegetale e le promuove esplicitamente, dall’altro rischia di essere completamente minata dall’attuale riforma della politica agricola comune, che, così com’è, continuerà a finanziare l’agricoltura intensiva e la sovrapproduzione di prodotti animali.

Oltre al danno, la beffa. Non basta promuovere “a parole” le diete a base vegetale, se la Ue continua a finanziare con il denaro dei contribuenti campagne di promozione sul consumo di carne bovina! Non è possibile avere un’Europa che soffre di sindrome bipolare e che propone iniziative tra loro in contrasto: ecco perché ho presentato degli emendamenti alla relazione del Parlamento europeo sulla Strategia Farm to Fork per chiedere di introdurre dei target specifici di riduzione del consumo di carne. Gli obiettivi devono essere reali, concreti e misurabili, altrimenti hanno lo stesso valore delle buone intenzioni. Per lo stesso motivo ho presentato un’interrogazione alla Commissione europea, chiedendo conto dell’assurdo finanziamento alla campagna “Diventa carnitariano” che incoraggia il consumo di carne, proprio mentre gli obiettivi del Green Deal si rivolgono in tutt’altra direzione.

Ora più che mai abbiamo bisogno di chiamare le cose con il loro nome e dire senza mezzi termini che la politica deve operare per ridurre il consumo di carne e latticini e per sostenere l’agricoltura biologica e le pratiche agro- ecologiche. Solo così l’agricoltura può diventare fattore di mitigazione dei cambiamenti climatici e di conservazione della biodiversità, migliorando al contempo i mezzi di sussistenza e salvaguardando la salute umana. Non c’è posto per le mezze misure e per le buone intenzioni.

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