decrescita

Questo articolo è uscito sul numero 3 di Settembre 2021 della versione cartacea di Ecologica. Ti ricordiamo che puoi riceverla a casa tua o sulla app abbonandoti qui.

L’ipotesi della decrescita comincia a non essere più un tabù. Irrisa, denigrata, avversata, quindi sconsigliata anche dagli ambientalisti più realisti, si sta riprendendo una rivincita. Equiparata a recessione, fame e miseria, l’idea di una società improntata su un percorso di decrescita dell’economia misurata in Pil inizia ad aprire qualche breccia sul muro arcigno del pensiero economico dominante e della politica mainstream. La ragione forse non dipende tanto dalle capacità di convinzione dei teorici della decrescita, quanto dalle evidenze empiriche e scientifiche della crisi ecologica in cui sta precipitando l’Antropocene. Al crescere spettacolare della potenza tecnologica del genere umano corrisponde un altrettanto accelerato deterioramento delle condizioni di vita del Pianeta. Non si tratta solo del surriscaldamento dell’atmosfera, ma anche della acidificazione degli oceani, della perdita di fertilità dei suoli, dell’inquinamento dell’aria, delle epidemie da zoonosi, del biocidio, ovvero della estinzione di massa delle specie animali e vegetali. Tutto si tiene, tutto è interconnesso e interdipendente. La guerra alla natura iniziata dagli esseri umani qualche secolo fa (non interessa in questa sede stabilire quale sia la datazione più corretta, se dall’inizio dell’era industriale, dall’origine del capitalismo o fino dalle prime società patriarcali) sta producendo ora i suoi effetti indesiderati. Come dei boomerang – disse Alex Langer – i nostri “eco-debiti” contratti con la natura sono venuti a scadenza (Langer 1989). Gli scienziati della Terra ci dicono che sono stati superati in più punti “confini planetari” della biosfera.  I rapporti dell’Ipcc (il 6° Rapporto è stato pubblicato in luglio e contiene drammatiche conferme sull’inevitabilità e irreversibilità dei cambiamenti climatici), dell’Ipbs (Intergovernment Platform on Biodiversity and Ecosystem), delle principali agenzie dell’Onu e della Ue e dei centri di ricerca internazionali non possono essere più ignorati.

Tutti Green Friendly!

In questo drammatico scenario – usciti di scena con Trump gli ultimi negazionisti – i governi delle principali nazioni sono tutti affannosamente impegnati a cercare dei percorsi di rientro dell’economia nella sostenibilità ambientale. Tutti green friendly! Le banche centrali vengono chiamate a varare giganteschi piani di finanziamento con l’obiettivo di attuare una ristrutturazione in chiave ecologica degli apparati energetici, industriali, infrastrutturali, edilizi, della mobilità e dei consumi. Le istituzioni finanziarie cominciano a chiedere alle imprese di seguire criteri rispettosi dell’ambiente (standard Esg). La società civile è chiamata ad un nuovo Green Deal. Ma tutti questi buoni propositi hanno un baco. Il programma operativo del Green Capitalism, periodicamente resettato a Davos, continua a mantenere un virus che ne inficia l’efficacia: il profitto. Vale a dire che la logica con cui i poteri dominanti intendono pianificare la “transizione ecologica” dell’economia non mette in discussione l’imperativo della crescita perpetua dei rendimenti economici dei capitali investiti, anzi! Da ogni soldo investito sulle tecnologie verdi, i fondi di investimento si aspettano un surplus addirittura superiore ai tassi di rendimento realizzati nei settori economici ordinari. Si apre così una corsa senza fine all’aumento delle merci prodotte, vendute, comprate e “consumate”.  Come in un tapis roulant, ha scritto l’antropologo Jason Hickel: il denaro diventa profitto che diventa più denaro che diventa più profitto, in un insaziabile bisogno di valorizzare se stesso.  Lo aveva già detto Wolfgang Streeck: Il capitalismo sta nell’investire capitale per creare più capitale. Peccato che per produrre qualsiasi tipo di merci, anche quelle più soft e smart, più miniaturizzate e immateriali, vi sia sempre bisogno di un contributo di energia e di materie prime prelevate dagli stock e dai servizi ecosistemici gentilmente messi a nostra disposizione dalla natura, apparentemente gratis.

L’impronta cresce anche col green

Facciamo degli esempi. Da inizio secolo la produzione di energia rinnovabile ha coperto solo il 16% della crescita della domanda (48 miliardi di Megawattora). Il consumo di energia richiesto dai sistemi di telecomunicazione computerizzati (server, sistemi di trasmissione, ecc.) ha superato quello dell’intero settore aeronautico (Passeri, 2021). La produzione di un’automobile elettrica richiede una quantità di minerali sei volte superiore a quella richiesta per un’auto tradizionale. Per ricavare 1 kg di lutezio (una delle “terre rare” necessarie per le apparecchiature elettroniche) servono 200 tonnellate di materiale grezzo da raffinare. Non va meglio con il gallio: 16 tonnellate. Per far funzionare il sistema standard 5G, la sola società SpaceX di Elon Musk ha iniziato la messa in orbita attorno alla Terra di 42.000 satelliti (ora ce ne sono, più o meno, 5.000). Insomma, l’impronta ecologica del sistema cresce anche con la green economy, con l’economia circolare, con la digitalizzazione, la robotica, le nano e le biotecnologie.  La quantità di materie estratte dalla Terra continua a crescere paurosamente: da 22 miliardi di tonnellate nel 1970 a 70 miliardi nel 2015. Si stima che la “massa antropogenica” costituita dagli stock di materiali solidi incorporati e accumulati negli oggetti (edifici, strade, macchinari e così via) abbia superato in “peso secco” il volume della biomassa vivente animale e vegetale esistente sulla faccia della Terra (Elhacham 2020). Tornano alla mente gli scritti del geografo Eugenio Turri, che descriveva le nostre pianure come coperte da una “crosta cancerogena”. O Ivan Illich: Avvolto da un ambiente fisico, sociale e psicologico da lui stesso [l’uomo] fabbricato, sarà prigioniero del suo strumento-guscio, incapace di ritrovare l’antico ambiente con il quale si è formato. L’asticella della sostenibilità si alza man mano che l’economia cresce. Rimanendo anche solo all’interno della logica miope della “partita doppia” (entrate/uscite, costi/ricavi, dare/avere), la crescita oltre determinati limiti appare controproducente, genera effetti perversi. I danni – non solo quelli fisici – superano i benefici. Dopo i grandi incendi, le inondazioni e le pandemie, non sembra che ci sia più nessuno che abbia voglia di investire nei Catastrophe Bond, i titoli finanziari (obbligazioni) che le società di assicurazione e riassicurazione mettono sul mercato calcolando i “rischi naturali” degli uragani, dei terremoti, delle alluvioni, delle siccità… (Keucheyan 2019). Nemmeno i budget degli Stati permettono di spendere in deficit all’infinito. Se la crescita economica fa aumentare la domanda di energia e di materie prime ad un ritmo superiore a quanto le nuove tecnologie riescano a ridurle e risparmiarle, allora si fa reale lo spettro di un fallimento della teoria della Green Growth (nelle sue varie declinazioni di sviluppo sostenibile, green economy, green tech, economia circolare, New Deal, ecc.), nonostante le impressionanti iniezioni di denaro stampato in suo nome.

Demercificazione

Ecco allora che si fa inevitabilmente strada l’ipotesi di una riduzione pianificata delle attività economiche. Insomma, si affaccia all’ordine del giorno delle politiche economiche una decrescita del peso dell’economia orientata al mero incremento del valore monetario dei beni e dei servizi prodotti; una demercificazione dei beni naturali e del lavoro umano; una transizione ecologica che metta da parte l’imperativo della crescita competitiva e che abbia invece il suo fulcro nella riduzione dei flussi di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi; una economia della cura delle relazioni di interdipendenza tra gli esseri umani, tra questi e il mondo vivente e con l’ambiente biofisico (Barca 2020). Certo, si tratta di una economia ecologica post-crescita ancora tutta da inventare, che rivoluziona le teorie del valore fino ad ora conosciute e che può essere narrata in modi anche molto diversi. Può assumere vari significati e prendere le mosse da intenzioni più o meno radicali. Un’idea di decrescita di base minima è quella dell’eliminazione degli sprechi e degli eccessi tramite una maggiore efficienza dei processi di produzione/consumo (eliminazione dell’obsolescenza programmata, eco design per allungare il ciclo di vita degli oggetti, sobrietà negli stili di vita, ecc.). Altri sostenitori della decrescita sono mossi da un desiderio di giustizia riparativa del debito ambientale che colpisce per primi gli abitanti del Sud del mondo. Altri ancora immaginano, tramite la decrescita, la realizzazione di una società basata su relazioni umane più armoniose.

Laudato si’

La prima (la sola – di cui io abbia notizia) personalità pubblica di alto livello che abbia usato il termine decrescita è stato papa Bergoglio nella Ludato si’Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha supe­rato le possibilità del Pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni (§ 161). Vanno quindi combattuti il “pragmatismo utilitaristico” (§ 215), la “ragione strumentale (individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole)” (§ 210) e il “consumismo compulsivo” (§ 203) che impediscono di transitare verso una società responsabile, più equa e armoniosa. In questo contesto Bergoglio auspica che sia arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti del mondo (§ 193). Una decrescita, quindi, vista in termini redistributivi, anche se papa Bergoglio immagina che dalle buone pratiche locali possano sorgere nuovi modelli di progresso (…) la qual cosa implica riflettere responsabilmente sul senso dell’economia e sulla sua finalità (§ 194). La realizzazione della conversione ecologica globale (§5) passa quindi attraverso una conversione comunitaria (§ 219). (Papa Francesco, Laudato si’, 2015).

EEA

Partono da un altro tipo di ragionamento le considerazioni sulla decrescita della European Environmental Agency (EEA), una rete indipendente d’informazione e di osservazione che coopera con 32 Paesi e con le istituzioni dell’Unione Europea. In un rapporto del 2019 (tradotto e pubblicato dal Movimento per la Decrescita Felice) ha certificato che la crescita economica si trascina un sovraccarico di uso delle risorse naturali non compensato né dall’aumento di efficienza dei processi produttivi (il decoupling), né dal riuso e riciclo delle materie (la cosiddetta economia circolare). La EEA giunge alla conclusione che sia necessario “ripensare cosa si intende per crescita e progresso” e indica  esplicitamente tre percorsi possibili: il modello elaborato dall’economista inglese Kate Raworth, detto dell’“economia della ciambella”, che contempla un doppio vincolo sociale e ambientale; il modello della “post-crescita”, dove il benessere delle persone si sgancia dall’aumento della crescita economica; la “decrescita”, che mira ad  una contrazione della domanda e dei consumi finali. In altre parole, sostiene l’Agenzia, la sostenibilità delle attività umane sarà una partita persa in partenza se non “cambiando i consumi e le pratiche sociali”. Se si lascia decidere cosa, come, dove e quanto produrre alle libere forze economiche di mercato non vi sarà nessuna transizione ecologica, ma solo un inseguimento senza fine della crescita del fabbisogno di nuova energia (fosse anche tutta da fonti rinnovabili) e della crescita dell’estrazione di nuovi materiali (sempre più rari e critici).

La decrescita non è rinuncia

A sostegno della plausibilità della decrescita hanno scritto l’antropologo britannico Jason Hickel e l’economista dell’Università di Barcellona Giorgos Kallis: Certo, abbiamo bisogno di tutte le possibili innovazioni tecnologiche e dobbiamo orientare le politiche governative per guidare queste innovazioni, ma non saranno sufficienti in sé. Affinché i guadagni in efficienza siano efficaci, dovremmo ridimensionare anche l’attività economica aggregata. È più plausibile che saremo in grado di raggiungere le necessarie riduzioni dell’uso delle risorse e delle emissioni senza crescita, che con la crescita.(…) Rimanere dentro i confini planetari può richiedere una decrescita della produzione e dei consumi (Hickel – Kallis 2019). Il motivo è che il decoupling può funzionare fino al limite in cui un’impresa riesce a sfruttare un margine di recupero di efficienza (vantaggio competitivo), ma finirebbe di produrre utilità all’impresa se tutto il sistema si stabilizzasse su standard ottimali di neutralità degli impatti ambientali. Ipotizziamo per un momento che tutto il mondo raggiunga gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e riuscissimo ad avere tutta l’energia che serve senza creare gas ad effetto serra. Raggiunto quel punto di equilibrio stazionario non servirebbe più estrarre surplus monetari dall’energia prodotta. Un altro esempio. Ammettiamo che le belle politiche agroecologiche disegnate dalla Fao venissero realizzate per davvero. Ogni popolo del Pianeta avrebbe di che sfamarsi con la terra che ha a disposizione (sovranità alimentare a filiera corta). A quel punto non avrebbe alcun senso aumentare le rese delle coltivazioni, la profittabilità delle imprese agroalimentari e la accumulazione dei loro capitali. Insomma, se i sistemi economici raggiungessero la sostenibilità ecologica, significherebbe che i beni e i servizi a disposizione dell’umanità sarebbero diventati bastevoli. La abbondanza e la prosperità inizia quando finisce la crescita, poiché la crescita presuppone la scarsità, la mancanza, la paura della perdita, il ricatto dell’esclusione. Esattamente ciò che avviene nelle società in cui la logica del mercato impone le sue regole. Ha scritto in un altro articolo Giorgos Kallis: Il capitalismo non può sopravvivere in condizioni di abbondanza. L’abbondanza è raggiungibile solo quando ciò che si ha è ritenuto sufficiente a soddisfare i propri bisogni. Ma questo è il punto di arrivo della società della decrescita. Al contrario di ciò che si ritiene, la decrescita non è rinuncia, se non a ciò che compromette il benessere proprio, degli altri, del Pianeta. In conclusione una considerazione finale del filosofo francese Pierre Carbonnier: Questo è il punto su cui il pensiero della decrescita avrà sempre assolutamente ragione, qualunque cosa si pensi del loro approccio strategico, del loro antimodernismo, o anche della scelta del termine “decrescita”: i flussi di materia che strutturano l’economia mondiale sono sovradimensionati, non sono sostenibili. Da questo punto di vista, l’invenzione di un capitalismo verde assomiglia a un processo di negazione psicoanalitica. ‘Lo so, ma comunque’, stiamo dicendo a noi stessi nel nostro subconscio collettivo (Carbonnier 2021).

Paolo Cacciari

Bibliografia

Stefania Barca, Per una economia politica della decrescita. Intervento al Venice Climate Campo, 2020

Pierre Carbonnier, Aprire una breccia: politica del mondo post-carbonio, Il Grand Continent, legrandcontinent.eu, giugno 2021

EEA www.eea.europa.eu/publications/growth-without-economic-growth

Emily Elhacham et.al. Global human-made mass exceeds all living biomass, Nature, vol. 588, 2020

Jason Hickel, Siamo ancora in tempo! Come una nuova economia può salvare il pianeta, Il Saggiatore, 2021

Jason Hickel e Giorgos Kallis, Is Green Growth Possible? New Political Economy, 17 April 2019

Razmig Keucheyan, La natura è un campo di battaglia. Ombre Corte, 2019

IEA, The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions – Analysis – IEA

Ivan Illich, Convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti dello sviluppo, 1973

Alexander  Langer, Eco debito: bisogna imparare a far i conti con l’oste, Messaggero Cappuccino, febbraio 1989. Ripubblicato in “Azione nonviolenta”, 3/20219

Daniela Passeri, Internet divora troppa energia e scalda la Terra, l’Extra Terrestre, il manifesto, 17 giugno 2021

Papa Ferancesco, Laudato si’, 2015

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