cerrado

Turmalina, 1970. Nella zona dell’Alto Jequitinhonha, nella regione semiarida del Minas Gerais, conosciuta come Cerrado, le comunità tradizionali vivevano in armonia con l’ambiente fino all’arrivo dell’eucalipto. Stanziati nelle valli, tra gli altipiani – chapadas – ricavavano l’acqua dalle veredas, vere e proprie vene d’acqua che scendevano a valle dalle alture. Le comunità tradizionali, tra queste i geraizeiros, i raccoglitori di sempreviva e i verederos, popolazioni fortemente radicate nel paesaggio del Gerais, con la loro presenza svolgono un ruolo molto importante per la tutela e la salvaguardia del bioma, tant’è che sono noti anche come guardiani del Cerrado. Molte di queste comunità tradizionali sono state riconosciute dal Governo Federale solo nel febbraio 2007, con il Decreto n. 6040, che ha istituito la Politica Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile dei Popoli e delle Comunità Tradizionali. Tuttavia, è solo nel 2018 che i geraizeiros di Grão Mogol, Padre Carvalho e Josenópolis, divisi nei nuclei di Tingui, Lamarão e Josenópolis, hanno ricevuto il Certificato di Autodefinizione, concesso dalla Commissione Statale per lo Sviluppo Sostenibile dei Popoli Tradizionali e Comunità di Minas Gerais.

Il bioma di questa immensa savana brasiliana è da sempre segnato da una storia di svalutazione e rappresentazioni sociali negative, considerata una zona povera e senza bellezza rispetto ad altre aree del Paese e per questo sfruttata fino all’impoverimento e alla distruzione.

Oggi, il nemico del Cerrado e delle comunità tradizionali è rappresentato anche dalla monocoltura dell’eucalipto. La coltivazione intensiva della pianta, oltre che distruggere il luogo più ricco di biodiversità al mondo, sta causando molti problemi alle comunità locali.

Abbiamo intervistato Clebson Souza de Almeida, Professore nel Corso di Laurea in Educazione Rurale presso l’Università Federale delle Valli del Jequitinhonha e Mucuri – UFVJM e membro del gruppo di ricerca Observatório dos Vales e do Semiárido Mineiro, per capire quali sono le minacce per il territorio e per le popolazioni.

Prof.re Clebson può introdurci la questione della monocoltura dell’eucalipto nelle valli del Jequitinhonha?

La coltura dell’eucalipto arriva nello Stato del Minas Gerais circa 50 anni fa, nel 1974, con una società statale, privatizzata poi negli anni Novanta. Inizialmente, per questa regione considerata povera, l’eucalipto rappresentava una promessa di sviluppo economico e sociale, oltre che una grande scommessa di innovazione nel processo di produzione di cellulosa e carbone. Molte terre furono espropriate a svantaggio delle comunità tradizionali che utilizzavano il Cerrado non solo come fonte di sostentamento, ma anche come luogo di riproduzione sociale e comunitaria. Le imprese che si stabilirono nel Cerrado, nel corso degli anni, si sono ingrandite sempre di più a scapito del territorio, facendo sorgere subito un problema legato, oltre che all’inquinamento ambientale, anche all’approvvigionamento dell’acqua. L’eucalipto è una pianta molto versatile e può essere utilizzata in molti modi, ma, coltivata in monocoltura su larga scala, crea uno stress idrico poiché ha bisogno di enormi quantità di acqua. Secondo uno studio, la monocoltura provoca una riduzione di circa il 40% dell’acqua piovana che giunge nelle falde. Di conseguenza, questo determina una costante diminuzione dell’acqua che alimenta le veredas e quindi una un’enorme perdita per la popolazione locale costretta a vivere in condizioni di deficit idrico. A causa di ciò, molte famiglie sono state costrette ad emigrare dai loro territori, abbandonando quelle terre che per loro hanno un valore molto importante. Le comunità tradizionali hanno un approccio spirituale alla terra, mirano ad un utilizzo collettivo che impatti il meno possibile sul territorio, mentre le aziende hanno un approccio capitalistico e commerciale. Ancora oggi, il problema principale è la questione idrica, ma dopo mezzo secolo di sfruttamento intensivo il bioma del Cerrado è in serio pericolo.

L’inquinamento della falda acquifera è uno dei principali problemi legati alla monocoltura dell’eucalipto, ma, in una visione sistemica, la distruzione del bioma del Cerrado ha conseguenze anche per la Foresta Amazzonica?

L’inquinamento della falda acquifera è un problema rilevante, basti pensare che una sola impresa nella regione detiene 126.000 ettari di terra in monocoltura. Per rinnovare le certificazioni FSC questa azienda ha dichiarato di aver utilizzato 130 tonnellate di prodotti agrotossici in un anno. La raccolta meccanica dell’eucalipto danneggia anche le altre piante autoctone, piante protette dalle normative locali, che non possono essere tagliate, ma che sono effettivamente distrutte da questa monocoltura. A causa della produzione intensiva dell’eucalipto il territorio è in via di desertificazione. La pianta, coltivata sugli altipiani, sottare zone vitali per l’organizzazione e la vita delle comunità tradizionali che sono costrette a spostarsi sempre più a valle per poter utilizzare i terreni rimasti. La coltivazione dell’eucalipto, inoltre, ha di fatto prosciugato le nostre veredas.

In relazione all’Amazzonia l’aspetto più rilevante è legato all’inquinamento dell’aria. Durante il processo di trasformazione dell’eucalipto in carbone vegetale viene prodotta un’enorme quantità di CO2. L’eucalipto è utilizzato nelle industrie siderurgiche sia come elemento di produzione dell’acciaio che come carbone vegetale per alimentare altoforni.

La monocoltura dell’eucalipto minaccia anche l’artigianato delle comunità tradizionali, conosciuto a livello mondiale, poiché esso è legato ad una pianta chiamata “sempreviva” che oggi è difficilmente reperibile anche a causa della distruzione del territorio.

Esistono forme di compensazione per la popolazione locale che possano mitigare l’enorme impatto della monocoltura dell’eucalipto sulle loro vite?

Attualmente no. Esistono studi che dimostrano che preservare il territorio porta un guadagno superiore rispetto a queste tipologie di monocoltura. Un esempio: in Turmalina abbiamo alcune aree di conservazione forestale per il mantenimento delle quali esistono delle sovvenzioni. Le imposte pagate dalle imprese per la monocoltura sono minori rispetto alle entrate ricevute per i progetti di conservazione del territorio. Però, il potere economico delle imprese è straordinario e, in Brasile, spesso il potere economico si trasforma in potere politico.

Inizialmente, quando le imprese hanno avviato la monocoltura in queste zone, il lavoro non era meccanizzato e per estirpare gli alberi del Cerrado e sostituirli con quelli dell’eucalipto sono stati utilizzati lavoratori locali. Attualmente il livello di occupazione è molto basso. Nella città di Turmalina un’azienda che si estende per 25.000 ettari di terreno occupa come manodopera 50 persone. Un’impresa familiare impiega molte più persone rispetto ad un’azienda impegnata nella monocoltura: secondo uno studio un’azienda familiare impiega un numero di persone 10 volte maggiore in rapporto alla quantità di terra che utilizza in confronto ad un’azienda di eucalipto.

L’arrivo di queste imprese nel territorio del Minas Gerais fu salutato come la “rivoluzione verde”. L’azienda che coltiva eucalipto attualmente dichiara di produrre carbone vegetale e acciaio verde. Le comunità locali hanno un’idea diversa della questione e per questo lottano quotidianamente. Esistono movimenti e associazioni di tutela di queste zone? Ci sono delle soluzioni per ripristinare il danno ecologico?

L’impresa che oggi lavora sul territorio si chiama Aperam Bioenergie che fa parte del grande gruppo siderurgico Arcelor – Mittal (che detiene il 62% di Acciaierie d’Italia, società che gestisce l’ex Ilva di Taranto, n.d.r.).

Esistono diversi movimenti che si occupano della salvaguardia di queste zone. Quelli che hanno maggiore importanza, anche per le azioni che svolgono sul territorio, sono i movimenti delle comunità tradizionali del Cerrado, che trovano sostegno sia nelle leggi nazionali, sia nelle leggi dello Stato, essendo noi una Federazione. Entrambe le normative riconoscono l’importanza della terra per la sopravvivenza e la riproduzione sociale di queste popolazioni.  Sono moltissime le comunità indigene riconosciute a partire dalla loro connessione con il territorio e l’importanza di questo riconoscimento risiede proprio nell’individuare la relazione fondamentale che esiste tra il loro modo di vivere e la capacità di preservare il bioma. La loro capacità di adattamento, nel pieno rispetto dei cicli biologici e della sacralità della terra, anche durante le attività di sussistenza come la caccia, la pesca, la raccolta riesce a preservare il territorio stesso. Nel nord di Minas Gerais, la comunità tradizionale Vereda Funde è riuscita a strappare alla monocoltura oltre 5000 ettari di terra e, utilizzando tecniche di agroecologia, è riuscita a rigenerare il terreno con un conseguente aumento della quantità di acqua nelle veradas. Gli alleati di queste popolazioni sono le associazioni, il movimento dei senza terra, il Centro de Agricoltura Alternativa Vicente Nica (CAV), alcuni parlamentari e un’importante normativa che, agli inizi degli anni 2000, ha riconosciuto i popoli tradizionali e di conseguenza il loro diritto alla terra.

In conclusione

La monocoltura dell’eucalipto, più che alimentare il processo di sviluppo della regione del Minas Gerais sta distruggendo i territori, impedendo alle popolazioni locali anche l’accesso all’acqua. Questo tipo di produzione oltre che minacciare il bioma del Cerrado ha un forte impatto anche sulla vita delle comunità tradizionali. Il governo brasiliano sembra sordo al loro grido dall’allarme, ma l’unica via di salvezza, prima che il Cerrado sia completamente distrutto, è restituire alle comunità tradizionali le loro terre. Solo il loro stile di vita, improntato sull’agroecologia, potrebbe riparare il danno ecologico causato da decenni di sfruttamento e far rinascere un territorio condannato alla desertificazione.

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