microplastiche

Due recentissimi studi scientifici, uno olandese ed uno britannico, hanno rilevato quanto sia sorprendentemente diffuso e dannoso l’inquinamento legato alle microplastiche. Lo studio olandese, coordinato dal Prof. D. Vethaak dell’Università Vrije di Amsterdam e pubblicato sul Journal Environment International, ha riscontrato che l’80% dei volontari sani studiati presenta microplastiche nei campioni di sangue analizzati.

Queste microparticelle di plastica formate da PET, polistirene, polietilene e polipropilene sono in grado di provocare danni alle cellule umane, ad esempio, sono capaci di fissarsi sulle membrane cellulari esterne dei globuli rossi riducendone la capacità di trasportare l’ossigeno necessario alle funzioni vitali. Ma ciò che è ancor più preoccupante è la capacità posseduta da questo specifico contaminante ambientale, di cui si teme il raddoppio di produzione entro il 2040, di colpire i bambini ed i feti durante la gravidanza.

Gli studi

Lo studio olandese segnala infatti l’inquietante riscontro di emissione di microplastiche nelle feci 10 volte maggiore nei bambini rispetto agli adulti, soprattutto ciò è stato riscontrato nei lattanti che si alimentano al biberon anche 6-7 volte al giorno. Ancor più inquietante è il fatto che le microplastiche sono state rintracciate anche nella placenta di donne gravide e che tale contaminazione sembra produrre nei feti di Animali da laboratorio colonizzazione del cuore, del cervello e di altri organi del nascituro.

Lo studio inglese, coordinato dalla Prof.ssa Sadofsky dell’Università di Hull e pubblicato sulla rivista scientifica Science of the Total Envirnonment, ha confermato che nell’80% di pazienti che abbisognano di chirurgia toracica si riscontra inalazione di microplastiche che vanno a depositarsi nelle basse vie aeree con effetti biologici ancora ignoti ma potenzialmente lesivi e carcinogenetici.

Cause e conseguenze

Su come le microplastiche entrino nell’organismo umano, non si conosce la via prevalente, ma è noto che gl’ingressi sono due. La prima via riguarda l’apparato respiratorio e quindi il circuito ematico. La seconda la dieta e dunque l’apparato digerente. Quanto è facile per queste particelle spostarsi dal flusso sanguigno verso tessuti e organi? Secondo le tossicologhe olandesi H. Leslie e M. Lamore, «questo set di dati è il primo del suo genere e deve essere ampliato per ottenere informazioni su quanto sia diffuso l’inquinamento da plastica nel corpo degli esseri umani e quanto possa essere dannoso». Il maggiore timore è rappresentato dal rischio cancerogeno, che potrebbe determinarsi a partire dal deposito di questi materiali negli organi, uno scenario confermato già da diversi studi in vitro a carico di cellule degli apparati digerente e riproduttore, e dal fatto che i bambini possano essere la popolazione più vulnerabile a questo specifico tipo d’inquinante.

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