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La sicurezza alimentare e l’Obiettivo Fame Zero

Riuscire a garantire in maniera costante acqua e alimenti che siano in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di cui un organismo ha bisogno per sopravvivere è una delle sfide più importanti del nostro tempo.

Secondo le stime di Save the Children, nel 2020, il 12% della popolazione mondiale viveva in situazioni di grave insicurezza alimentare, quadro decisamente peggiorato negli anni successivi a causa della pandemia di Covid-19 e ulteriormente aggravato dalla recente guerra tra Russia e Ucraina.

Fame e conflitti sono due volti della stessa medaglia che si alimentano a vicenda innescando un circolo vizioso nel quale gioca un ruolo fondamentale anche il cambiamento climatico. Tutti elementi che minacciano la sicurezza alimentare poiché influiscono, soprattutto in determinate zone del pianeta, sulla sicurezza dei processi di produzione, lavorazione e distribuzione degli alimenti.

La FAO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – nel suo rapporto per l’anno 2021 intitolato The state of food security and nutrition in the world denuncia un aumento della denutrizione: nel 2020 sono circa 161 milioni in più rispetto al 2019 gli individui denutriti e per quanto riguarda il mancato accesso ad un’adeguata alimentazione si registra un incremento di circa 320 milioni di persone, in un solo anno. Il grido d’allarme indica che ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata e l’Obiettivo Fame Zero previsto dall’Agenda 2030 sembra sempre più lontano.

Sistemi alimentari: risorsa e minaccia

Il Global Hunger Index (GHI) è uno degli autorevoli report interazionali che fotografano la fame nel mondo redatto da Alliance 2015, una rete europea di organizzazioni umanitarie che monitora e analizza i dati forniti dalla Banca Mondiale, dalle agenzie Onu e dalle ricerche demografiche e sanitarie. L’indice, basandosi su quattro indicatori principali quali denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita e mortalità infantile, mostra una diminuzione su scala globale della fame ma, se si osserva con più attenzione la curva, si può notare come la lotta alla fame nel mondo abbia subito una battuta d’arresto negli ultimi dieci anni.

Le regioni che soffrono di più la fame sono le parti più povere del globo, quelle zone in cui le conseguenze di instabilità politica, conflitti e cambiamenti climatici sono maggiormente avvertite. Intervenire in quelle aree è spesso difficile e gli sforzi di organizzazioni, enti ed istituzioni possono risultare vani se non sono affiancati da un’inversione di rotta, anche dei singoli, che con scelte accurate e responsabili possano contribuire al raggiungimento della sostenibilità dei sistemi alimentari. Questi ultimi “hanno il potenziale di nutrire la popolazione umana e proteggere l’ambiente, ma attualmente stanno minacciando entrambi per via di come produciamo e consumiamo il cibo” afferma Eva Alessi, Responsabile sostenibilità del WWF Italia.

La crisi alimentare minaccia la biodiversità

L’invasione russa dell’Ucraina, importante centro di esportazione di prodotti alimentari, il blocco del porto di Odessa, lo stop delle stesse esportazioni russe ed ucraine hanno portato alla ribalta le questioni legate all’insicurezza e alla crisi alimentare. La difficoltà di approvvigionamento di materie prime, l’aumento dei prezzi e la forte dipendenza di alcuni settori dal mercato estero hanno sottolineato la necessità e l’urgenza di intraprendere decisioni importanti in diversi settori, non solo a livello nazionale ma anche europeo, tra cui quello alimentare. La stessa FAO ha sottolineato come i prezzi di generi alimentari di base, quali ad esempio cereali, zuccheri e olii vegetali, abbiano raggiunto i massimi livelli storici.

Da qui la proposta dell’UE di coltivare più terre, anche quel 4% dei campi lasciati a riposo, per aumentare la produzione necessaria al fabbisogno nazionale ed europeo. Così però, la crisi alimentare diventa una minaccia per la tutela della biodiversità, in quanto le aree a riposo garantiscono la conservazione dei servizi ecosistemici necessari anche alla stessa agricoltura. In queste zone naturali, infatti, si nutrono e si riproducono gli insetti impollinatori per esempio, elemento indispensabile non solo per la salvaguardia della biodiversità, ma anche per la produttività delle stesse zone agricole. Stando a quanto sostiene il World Food Programme la coltivazione di quel 4% dei campi a riposo, non solo danneggerebbe l’agricoltura stessa, ma aumenterebbe la produzione europea del solo 1%.

#doeatbetter di WWF: la dieta sostenibile che aiuta noi salvando il pianeta

Considerando la questione alimentare non soltanto nell’ottica del fabbisogno energetico di ogni individuo, ma pensando anche all’impronta ecologica che la produzione, la distribuzione e il consumo degli alimenti genera sul nostro pianeta, il WWF ha rilanciato la campagna Food4Future pubblicando il Manifesto delle buone azioni che si possono compiere a partire dalla scelta di ciò che portiamo quotidianamente in tavola. Non solo istituzioni e aziende, ma anche e soprattutto i singoli individui che con le loro scelte possono orientare i mercati nella direzione della sostenibilità alimentare.
Dimezzare il consumo di acqua necessario alla produzione di un pasto, ridurre del 70% l’uso di suolo e le emissioni di gas serra sono solo alcuni degli obiettivi che potremmo raggiungere se ognuno di noi adottasse uno stile alimentare più responsabile. Concentrando le nostre scelte alimentari su prodotti locali e di stagione, scegliendo di consumare meno alimenti di origine animale si potrebbero ridurre le terre destinate ai pascoli oltre che abbassare le emissioni globali di CO2 di circa 8 miliardi di tonnellate all’anno. Come? Seguendo dei piccoli accorgimenti per evitare di “mangiarci il pianeta”.

Per arrestare la perdita di biodiversità e di ecosistemi e limitare le conseguenze del cambiamento climatico, sempre secondo Eva Alessi di WWF, dobbiamo ripensare completamente anche l’attuale sistema alimentare, a partire da quello che portiamo a tavola ogni giorno.

Scegliere una dieta a base vegetale con un consumo moderato di carne, uova e latticini; optare per prodotti biologici che tutelino la biodiversità; acquistare prodotti a filiera corta e stagionali; scegliere prodotti che abbiano un giusto prezzo evitando quelli troppo economici che spesso nascondo costi elevati per ambiente e lavoratori; mangiare sano e diversificare gli alimenti prediligendo quelli poco elaborati; comprare prodotti ittici preferendo le specie locali e gli esemplari adulti; ridurre gli sprechi e riciclare gli avanzi. Secondo il Manifesto del WWF sono queste le azioni che ognuno di noi può compiere per la propria salute e il proprio benessere, ma anche per la tutela del pianeta, al fine di evitare che il nostro cibo sia per davvero la fine del mondo.

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