smart-working

Questo articolo è uscito sul numero 4 di Dicembre 2021 della versione cartacea di Ecologica. Ti ricordiamo che puoi riceverla a casa tua o sulla app abbonandoti qui.

Il lavoro da casa, quando possibile, dovrebbe essere promosso. Riduce gli spostamenti, e quindi l’inquinamento, allieva le carenze di servizi sociali, aumenta la disponibilità di tempo senza compromettere la produttività. Ma il governo è in forte ritardo. Soltanto nel 2017 il Parlamento ha approvato la legge 22 maggio 2017, n. 81 (Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato) con il quale si introducevano i principi per promuovere il lavoro agile, come modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, da stabilire mediante accordo tra le parti. Fino al manifestarsi dell’epidemia COVID-19 solo 1,7% dei dipendenti pubblici risultava impegnato in smart working. Durante l’emergenza, secondo i dati elaborati da FormezPA, per conto del dipartimento della funzione pubblica, come riporta la mozione di maggioranza approvata alla Camera dei deputati il 4 novembre scorso: «il lavoro agile nelle amministrazioni centrali ha registrato la percentuale di oltre l’87 per cento, dal 94 al 100 per cento negli enti sopra i 10 addetti. Un lavoratore su due in lavoro agile si è giovato di strumenti forniti dall’amministrazione; in particolare, è stato rilevato un incremento del 7 per cento sulla disponibilità di device da maggio a settembre 2020. L’87 per cento dei dirigenti adesso ha la firma digitale, mentre la digitalizzazione dei procedimenti è al 60 per cento. Il 70 per cento delle amministrazioni, secondo il monitoraggio, ha registrato un salto nelle competenze digitali dei dipendenti. Per il 48 per cento degli enti i dipendenti sono stati più responsabilizzati e orientati ai risultati. Il 54 per cento delle amministrazioni ritiene invece che le spese siano diminuite, con punte oltre l’80 per cento per il comparto università e ricerca e nella pubblica amministrazione centrale. Risparmi concentrati soprattutto nelle voci relative ad utenze e carta».

Come sappiamo il Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta ha deciso, senza tentennamenti, che dal 15 ottobre scorso tutti i dipendenti pubblici dovessero rientrare a lavoro in presenza. Il governo afferma di voler raggiungere entro la fine dell’anno un protocollo, concordato con sindacati e rappresentanti delle imprese, per stabilire le modalità per poter utilizzare questa forma di lavoro. Il Ministro del lavoro Orlando ha ipotizzato di introdurre sostegni a favore delle imprese che nel prossimo anno continueranno ad utilizzare la modalità del lavoro a distanza e di rivedere alcune misure già oggi destinate a migliorare la competitività, come ad esempio le esperienze di coworking che possono riqualificare ambienti urbani e favorire la transizione ecologica.

Politica Impacciata

Nonostante l’esperienza generalmente positiva del lavoro agile, il Governo ci è sembrato in forte ritardo, rispetto alla promozione di questa modalità, fuori dall’emergenza. L’efficienza e la produttività degli uffici pubblici, non solo non ha risentito del fatto che quasi tutti i dipendenti lavorassero da casa, ma in molti casi è accresciuta significativamente. Vi sono molti motivi perché il lavoro da casa, quando possibile, dovrebbe essere promosso, per esempio la riduzione degli spostamenti, la conseguente maggiore disponibilità di mezzi pubblici e riduzione del traffico veicolare privato. Fatti che concretamente inciderebbero non da poco sulla riduzione dell’inquinamento. Vi sarebbero molti fattori positivi, alcuni allieverebbero anche le enormi carenze di servizi sociali nel nostro paese, pensiamo ad esempio alle giovani coppie che non riescono a trovare un asilo nido dove lasciare i figli, per andare a lavoro, l’aumento di disponibilità di tempo, sottratta agli spostamenti, la possibilità di interagire più tempo con i figli o di potersi dedicare ad attività culturali e sociali. Non abbiamo compreso la scelta di cancellare, in modo precipitoso, il lavoro agile, da parte del Governo, condita da sciocche insinuazioni sulla poca propensione a lavorare. Come se non sapessimo che i fannulloni, anziché oziare a casa, hanno così potuto riprendere ad oziare in ufficio, aggiungendo, per i tanti lavoratori onesti, l’umiliazione di vederglielo fare davanti ai loro occhi. Però dal 15 ottobre i dipendenti pubblici, rientrati in massa, hanno ripreso ad affollare i tanti bar, ristoranti, paninoteche che in questi mesi hanno subito un serio blocco economico, vogliamo sperare che non sia stato questo il motivo per un così repentino ripensamento. Ovviamente è necessario approfondire e valutare le modalità di questa forma di lavoro, non sarebbe pensabile un ricorso totale al lavoro da casa, privando il lavoratore della socialità con i colleghi, di occasioni di formazione collettiva e di confronto con i colleghi: si poteva programmare un rientro graduale, utilizzando questi mesi per saggiare ipotesi e sperimentare turnazioni: fatti che avrebbero permesso una concertazione delle modalità su basi empiriche e non su teorie ipotetiche. Gli uffici pubblici avrebbero potuto fare da apripista anche per il privato, facilitando l’individuazione di quei protocolli condivisi, cui fa riferimento il ministro Orlando. Ci siamo ripetuti, in questi quasi due anni di emergenza, migliaia di volte, che mai sarebbe tornato “tutto come prima”, ma alla prima prova è quello che abbiamo fatto.

Riccardo Mastrolillo

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