lavoro

Questo articolo è uscito sul numero 3 di Settembre 2021 della versione cartacea di Ecologica. Ti ricordiamo che puoi riceverla a casa tua o sulla app abbonandoti qui.

L’obiettivo di fondo della decrescita è ristabilire un equilibrio logico fra l’umanità e le risorse, per distribuirle in maniera più equa e assicurarsi la possibilità che si rinnovino, rispettandone il ciclo e i tempi di riproduzione. Per questo la decrescita deve essere considerata come un vero e proprio progetto politico: il suo scopo è uscire dal paradigma dello sviluppo e costruire, nel Nord come nel Sud, società conviviali autonome e sostenibili. Si tratta quindi di una sfida ad utilizzare la creatività e le capacità umane non per crescere in quantità, ma in qualità. Ma come traduciamo questo nella pratica? Stili di vita più semplici, frugali, meno stressanti: in altri termini, si tratta di lavorare, produrre, spendere e consumare di meno, rispetto al modello imperante di ultraconsumismo. Questo progetto è stato riassunto dal programma delle ‘otto R’, otto punti interdipendenti da attuare a livello macroeconomico: “rivalutare, ridefinire, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.” Per proporre una riduzione della produzione e del consumo, un differente utilizzo delle risorse, e stili di vita più in contatto con la comunità e l’ambiente, ma anche decolonizzare, per utilizzare il linguaggio di Latouche, l’immaginario collettivo, ossia liberarsi della prospettiva dell’homo oeconomicus e della teoria economica classica. Allo stesso tempo però, le strategie da attuare sono diverse a seconda che ci si trovi in una società occidentale o terzomondista. Nel Sud del mondo infatti, è fondamentale un passaggio intermedio, dato che queste società, per loro (s)fortuna, non necessariamente si trovano già in un circolo vizioso di crescita forzata, anche se spesso già si trovano all’interno dell’ideologia della crescita e puntano quindi verso uno stile di vita consumistico. Il primo passo da compiere nel Terzo Mondo è proprio quello di emanciparsi da questa subordinazione culturale ed economica, riappropriarsi della capacità di autodefinire le proprie necessità e le strategie migliori per farne fronte. Uno dei temi fondamentali della decrescita serena è infatti proprio l’importanza del locale: ci si propone la realizzazione di società conviviali e sostenibili eterogenee, nel rispetto delle tradizioni e delle specificità territoriali.

Lavorare meno, lavorare tutti

Il nodo fondamentale della visione decrescista è la rottura del circolo vizioso di produzione e consumo, e una drastica diminuzione di entrambi. L’idea di fondo infatti è che buona parte dei beni e servizi disponibili non esistano perché veramente necessari, ma solamente per permettere al denaro di circolare fra i ruoli interscambiabili di produttori, lavoratori, venditori e clienti. Un drastico ridimensionamento e riconversione delle attività lavorative che potrebbero essere soppresse, senza che nessuno al mondo ne senta la mancanza (i cosiddetti bullshit jobs dell’antropologo David Graeber), ritornando al significato sociale del lavoro, porterebbe a due effetti immediati. Da una parte, darebbe respiro al sovrasfruttamento di risorse ed energia per la produzione di oggetti e servizi superflui. Dall’altra comporterebbe un’automatica e radicale diminuzione dell’orario di lavoro. Lavorare meno lavorare tutti, è il senso profondo di questa proposta. E lavorare per apportare un beneficio alla società: ricordiamo infatti che la definizione di lavoro indica qualsiasi “attività umana rivolta alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale.” Quali attività umane attualmente apportano davvero questo contributo generale alla società, e quali invece sono solo dei ‘passatempi produttivi’ creati per stipendiare gli individui, e permettere loro di sopravvivere dato che nel sistema attuale la sussistenza avviene tramite il denaro (e non tramite la produzione stessa di beni)? La netta suddivisione del lavoro secondo ruoli, secondo il possesso di un posto di lavoro che definisce l’identità, lo status sociale e le possibilità economiche, distorce completamente il concetto di lavoro come contributo personale nell’apportare i benefici e i beni necessari alla comunità. Inoltre, come notava già Keynes nel 1930, il continuo progresso delle tecnologie porterà ad una sempre maggiore riduzione della necessità del lavoro umano. Egli arrivava addirittura ad affermare che nel giro di un secolo “il problema economico sarà risolto”, ossia che noi umani saremmo stati capaci di soddisfare completamente i nostri bisogni assoluti.

Demercificazione del lavoro

Paradossalmente quindi, l’interruzione di tutta quella produzione e consumo superflui non genererebbe un’ulteriore ondata indomabile di disoccupazione, ma permetterebbe invece di ridistribuire fra tutti gli individui quei compiti necessari per la comunità, cancellando potenzialmente così la disoccupazione stessa e, allo stesso tempo, permettendo alle persone di non essere completamente asserviti al lavoro. Nelle parole di Serge Latouche: è indispensabile un ritorno alla ‘demercificazione’ del lavoro. Il gioco attuale del ‘minor offerente sociale’ è altrettanto inaccettabile di quello del minor offerente ecologico. Questa profonda revisione del lavoro avrebbe due effetti positivi principali: da un lato permetterebbe di uscire dalle logiche della crescita, dalla necessità di creare nuovi posti di lavoro a tutti i costi. Dall’altra permetterebbe una notevole emancipazione dell’individuo, il quale si ritroverebbe con la possibilità di scegliere come impiegare il suo tempo, e con quali criteri definire la sua persona. E di rivalutare e valorizzare i beni relazionali, finora sminuiti e limitati il più possibile alla sfera privata, o trasformati in nuovi lavori: badanti, baby-sitter, psicologi, tutti mestieri che non sono altro che compensazioni e palliativi dell’incapacità o della mancanza di tempo per prendersi cura dei propri cari.

Il tempo liberato

Un tempo ‘liberato’, nelle parole di Pallante, per “dedicare più tempo alle esigenze spirituali, alle relazioni umane, familiari, sociali, erotiche, culturali, religiose. (…) A fare esperienza di vita assieme ai propri figli, invece di compensare con l’acquisto di cose i sensi di colpa che si provano quando si affidano tutto il giorno a estranei perché si passa tutto il giorno a lavorare per guadagnare i soldi necessari per comprare le cose che acquietano i sensi di colpa.” Infine, un altro strumento per permettere all’individuo sia di trovare modalità alternative per impiegare il tempo “liberato”, sia di riprendere coscienza e consapevolezza delle proprie capacità, è l’autoproduzione. Con questo termine si intende il ritorno alla produzione da parte della persona stessa di tutta una serie di beni, sia alimentari che materiali, della cui fornitura si è occupato direttamente il mercato dalla rivoluzione industriale in poi. Coltivare l’orto, preparare in casa pane e conserve, aggiustare e riparare oggetti, sono tutte capacità affascinanti che caratterizzano l’uomo e delle quali ci si è dimenticati. L’autoproduzione permette inoltre di azzerare i costi e l’inquinamento derivanti dal trasporto, l’imballaggio e la pubblicità di questi beni, nonché di evitare gli sprechi, producendo solamente le quantità realmente necessarie.

Sistema a tre livelli

Riassumendo, si tratta dunque di un sistema economico fondato su tre livelli, tre modalità differenti di regolazione della produzione. Una sorta di piramide, alla cui base troviamo l’autoproduzione di tutti quei beni e la fornitura di quei servizi diretti alla persona. Al livello intermedio vi sono gli scambi non mercantili fondati sul dono e la reciprocità, tramite i quali avviene la condivisione delle eccedenze, dei saperi, delle manualità, del tempo, dell’ascolto, fra i componenti della comunità. Infine, solamente al vertice troviamo gli scambi mercantili, per tutti quei beni che non rientrano nelle categorie precedenti. Questa riduzione della produzione e dei consumi, considerando che la Terra è un sistema finito, chiuso, e sottoposto alle leggi della fisica, è un passaggio imprescindibile. Ma come sottolinea Bonaiuti, ciò non significa, e non deve portare a credere che questo implichi necessariamente una riduzione della produzione in termini di valore né, tantomeno, della felicità delle persone. Nel contesto attuale di crisi generale, vi sono due alternative: la prima è che una qualche catastrofe di dimensioni planetarie induca una profonda revisione delle preferenze. La seconda è che una profonda revisione delle preferenze eviti la catastrofe. Affinché sia questa seconda strada a essere percorsa molto dipenderà dalla capacità che sapremo dimostrare di produrre valore pur riducendo l’utilizzo di materia/energia. Occorre dunque rivedere il nostro modo di concepire la produzione di valore economico e di soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione.

Mutamento necessario

Sembra dunque che l’umanità attuale si trovi ad un bivio: da una parte può intestardirsi cercando di rattoppare il più possibile le falle che continuano ad emergere nel sistema economico capitalista-neoliberale, senza risolvere il problema di fondo, anzi aggravandolo nel tempo. Dall’altra, può avviare un mutamento profondo, un vero e proprio cambio di paradigma, basato su un’antropologia differente, incentivando l’adozione di stili di vita più salutari, frugali e volti ad un benessere fisico e psicologico genuino.  Per affrontare questa seconda strada, è sicuramente necessario un atto di coraggio non indifferente, nonché una maggiore elasticità mentale, a fronte di quella ‘pigrizia ed inerzia intellettuale’ che non permette di mettere in discussione il sistema attuale. A maggior ragione, dunque, è necessario avviare questo processo entro breve, in modo da cercare di limitare il più possibile i danni. Questa sfida, facilmente etichettabile come ‘impossibile’, può apparire contemporaneamente irrealizzabile o affascinante; ma, citando Geneviève Decrop, senza l’ipotesi che un altro mondo è possibile non c’è politica, c’è soltanto la gestione amministrativa degli uomini e delle cose. L’obiettivo è quello di creare un sistema più equilibrato, ragionevole e conviviale, che rimetta l’uomo all’interno dell’ecosistema del quale fa parte. Quale potrebbe essere la motivazione per non realizzare un nuovo paradigma più pacifico, socievole, equilibrato, rispettoso, creativo e sostenibile?

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