resi

Questo articolo è l’ultimo di una serie di approfondimenti su Amazon. Qui il primo, il secondo, il terzo, il quarto e il quinto.

Fino ad oggi abbiamo preso in considerazione gli sprechi e gli utilizzi mastodontici di una delle più grandi aziende del mondo, Amazon. Ciononostante, gli argomenti che abbiamo analizzato sono tutto fuorché il contenuto principale del servizio offerto da Amazon: il commercio di prodotti. Abbiamo infatti parlato dello spreco di plastica per gli imballaggi, di cartone per le confezioni, di emissione di anidride carbonica per il trasporto dei prodotti e per l’alimentazione dei suoi magazzini ed il sistema di esaurimento degli ordini. È quindi per questo motivo che finiamo questa analisi per coprire un ultimo spreco meno alla luce del sole: gli articoli invenduti.

Alla base il consumismo

Sul commercio a matrice consumista, in cui tutto è ridotto a semplice servizio ed in cui l’oggetto prodotto deve essere il più economico possibile anche se più inquinante a livello ambientale, non possiamo naturalmente farci nulla: vi sono già articoli sulla moderazione dei consumi o su ulteriori alternative come la decrescita felice. Ma mentre il mercato si regge anche sulla base delle scelte dei consumatori, la gestione dei resi e degli articoli invenduti è invece responsabilità, perlomeno morale, delle aziende che traggono profitto dal commercio degli stessi.

Amazon offre quattro opzioni: restituzione al venditore, distruzione, liquidazione o stima e rivendita. Ognuna di queste vede associato un costo per il venditore, ossia un profitto per Amazon. Per questo motivo la stragrande maggioranza dei prodotti finiscono per essere distrutti, ovvero bruciati per recuperarne il contenuto energetico. In quanto a dati abbiamo fonti diverse per paese, ma nulla di consolidato visto che, come facilmente immaginabile, Amazon non rilascia dichiarazioni ufficiali in merito.

I dati

Nel Regno Unito, ogni settimana 130 mila prodotti devono essere distrutti, risultando in un ammontare annuo inimmaginabile: 6,8 milioni di prodotti all’anno. In Francia, 1300 tonnellate di articoli all’anno. Fonti Amazon dicono che nessuno di questi prodotti vengono portati nelle discariche, ma anche la distruzione per combustione non è una soluzione accettabile. Da stime delle Nazioni Unite, ogni anno vengono distrutte 60 milioni di tonnellate di articoli elettronici altrimenti riciclabili. Se negli Stati Uniti i cellulari durassero un anno in più della media sarebbe possibile risparmiare 7,8 milioni di tonnellate di materiali, non contando poi l’inquinamento prodotto per l’estrazione di tali risorse e la manifattura dei telefoni.

Oltre ai rifiuti elettronici, una buona parte degli invenduti e dei resi riguarda il settore dell’abbigliamento, in cui la politica di Amazon incentiva tecniche di scelta dei prodotti come il “wardrobing”, in cui il cliente ordina tre taglie per lo stesso vestito e ne restituisce due. I due resi non vengono però destinati alla scelta di un altro cliente, ma finiscono appunto nell’inceneritore. Amazon dichiara di star lavorando a programmi per dare nuova vita ai resi e donare gli articoli invenduti, ma nulla riferisce circa la modifica delle sue politiche di vendita.

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