g20

La ricostruzione economica post pandemia doveva essere nelle intenzioni di molti governi l’occasione di rifondare il sistema economico per renderlo capace di affrontare e prevenire le conseguenze del cambiamento climatico generato dalle attività umane. Un’analisi pubblicata da Nature rivela però che solo il 6% delle risorse stanziate per la ripresa dai governi del G20 sono realmente green.

Il 3% delle risorse è stato destinato ad attività che hanno aumentato le emissioni

Si stima che fra il 2020 e 2021 le maggiori venti economie del mondo abbiano speso per affrontare la pandemia un totale di 14 trilioni di dollari, una cifra vicina al prodotto interno lordo annuale della Cina. La gran parte di questi fondi sono stati destinati per finanziare la spesa sanitaria, per sostenere i salari e il welfare, mentre solo 860 miliardi di dollari sono stati indirizzati verso investimenti verdi. Gli analisti di Nature segnalano, inoltre, che il 3% dei fondi stanziati per salvare l’economia globale sono stati impiegati in attività che, al contrario, avrebbero aumentato le emissioni globali come i sussidi all’industria del carbone.

Le risorse destinate alla ripresa economica e utili a favorire la transizione ecologica sono state proporzionalmente inferiori a quelle che sono seguite nelle precedenti recessioni. Dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2009, ad esempio, il 16% della spesa globale per la ripresa è stata destinata alla riduzione delle emissioni (ovvero circa $ 520 miliardi di $ 3,25 trilioni in totale). Se una quota simile fosse stata impegnata oggi, si raggiungerebbe un totale di 2,2 trilioni di dollari, più del doppio di quanto promesso. Al momento, dall’inizio del nuovo anno i governi hanno speso solo un nono di quanto necessario per favorire la mitigazione del clima e rispettare gli Accordi di Parigi per limitare il riscaldamento globale a 1.5°.

Le promesse non rispettate: si preferisce lo status quo

La maggior parte delle somme stanziate hanno sostenuto lo status quo: sgravi fiscali, sussidi, salvataggi di imprese e salari pagati a lavoratori o aziende per evitare licenziamenti. Nei primi sei mesi del 2020 alle misure di ripresa green sono stati indirizzati il 5% dei fondi, somma che è salita al 12% nella seconda metà dell’anno. La quota di investimenti verdi è infine scesa solo al 3% nel 2021. Sembra che, superata la fase acuta della pandemia, tutto sia tornato come prima e che l’esigenza di una transizione ecologica del sistema economico non sia più una priorità. Unione Europea e Corea del Sud hanno adottato politiche climatiche ambiziose, dedicando più del 30% dei piani di ripresa economica alla riduzione di emissioni. Dall’altra parte l’India, il Sudafrica e la Cina rappresentano le maggiori economie in ritardo in quanto molto dipendenti dalle fonti fossili. Stati Uniti, Giappone, Canada e Regno Unito hanno utilizzato appena il 10% degli stimoli economici per la riduzione delle emissioni, cifre che stridono con gli impegni e le posizioni ufficiali prese nei principali vertici internazionali sul clima. È una situazione preoccupante poiché Stati Uniti e Cina totalizzano insieme il 35% delle emissioni globali e il 59% delle spesa globale per la ripresa.

Non tutto è ancora perduto

Gli analisti di Nature pensano che sia ancora possibile invertire la rotta. I governi devono insistere sul taglio diretto delle emissioni attraverso il potenziamento delle rinnovabili per ridurre il consumo di combustibili fossili e aumentare l’efficienza energetica degli alloggi. In più, legare i piani di salvataggio industriali agli obiettivi climatici può spingere interi settori verso sistemi più sostenibili. Si deve investire maggiormente su industrie a basse emissioni di carbonio per rendere le proprie economie più resilienti a nuovi shock. Il programma di ripresa dell’UE, ad esempio, offre prestiti e sovvenzioni a nuovi settori industriali, ad esempio creando una filiera europea delle batterie. Infine, è necessario che la comunità climatica, gli economisti e gli scienziati sociali comprendano le ragioni dell’attuale calo della spesa da destinare alla riduzione dei gas serra, ciò nonostante vi siano paesi con istituzioni e livelli di sviluppo simili. Quest’ultimo è un passaggio necessario per comprendere le differenze transnazionali che stanno emergendo nelle strategie di riduzione delle emissioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui