femminismo

Questo articolo è uscito sul numero 4 di Dicembre 2021 della versione cartacea di Ecologica. Ti ricordiamo che puoi riceverla a casa tua o sulla app abbonandoti qui.

Per quanto proclami una forte libertà, basata sui dogmi della meritocrazia e dell’individualismo, il sistema produttivo consumistico è uno dei più rigidi mai esistiti. Esso si basa su alcuni assiomi indiscutibili, creati all’interno della società occidentale e poi esportati ed imposti al resto delle società. Fra questi vi è il concetto del lavoro, considerato non solo come unico mezzo per accedere alla propria sussistenza, ma anche come metro di misura per giudicare il valore di una persona. L’idea di vivere senza lavorare non è nemmeno lontanamente considerata come una possibilità, dato che lavorare permette di essere accettati dal resto della società e di guadagnare il denaro per auto-sostentarsi (sempre comprando merci e servizi prodotti da altri). In questa visione, in nessun momento viene messo in discussione quale sia l’effetto del lavoro: esso crea prosperità e benessere per la comunità, aiutando a preservare l’ambiente? O è un mero strumento per tenerci impegnati durante la maggior parte delle ore della nostra vita e permetterci di pagare le tasse, a prescindere da quelli che sono i suoi effetti sulla società e la natura? Le riflessioni e proposte all’interno del campo del “post-lavoro” cercano proprio di mettere in luce questi punti e di mettere in discussione quei dogmi legati al lavoro che frenano la transizione verso una società più equa, sostenibile (e direi logica).

Patriarcato e Capitalismo

Tra le molte questioni legate al lavoro nelle moderne società capitaliste, le preoccupazioni femministe ed ecologiche hanno arricchito ulteriormente il dibattito. Il femminismo, per esempio, ha messo in risalto la problematica divisione di genere del lavoro e la distinzione tra lavoro domestico e di cura pagato e non pagato. Le prospettive ecologiche, d’altra parte, si sono concentrate sulle questioni della crescita della produttività del lavoro all’interno di un Pianeta finito e sulle conseguenti pressioni sull’ambiente. L’ecofemminismo infatti sottolinea come il patriarcato sia strettamente collegato al sistema di produzione capitalistico: alla loro base c’è la sottomissione e lo sfruttamento della natura, delle donne, degli animali e delle comunità indigene. Senza questo dominio ed estrattivismo gratuito, il sistema non sarebbe capace di sostenersi: come potrebbe mai il capitalismo/iper-consumismo mantenersi se dovesse rendere conto per tutte le risorse naturali che estrae? Come potrebbe pretendere dai lavoratori turni di 40 ore settimanali se non vi fosse qualcuno terzo che cucina, pulisce, si occupa della crescita e dell’educazione dei figli, della cura dei parenti vulnerabili, coltiva e produce il cibo? Come potrebbe assicurare prodotti animali a bassissimo prezzo se non tramite la completa schiavitù di miliardi di animali, fatti nascere con lo solo scopo di diventare cibo per gli umani? Come potrebbe affermare continuamente la sua egemonia culturale se non ignorando le molteplici forme di società alternative, sempre esistite, che resistono all’imposizione di un modello che si ritiene l’unico possibile?

Sovra-produzione e Sfruttamento

Paradossalmente, la favola della “crescita necessaria” ha sempre sottolineato come una maggiore produttività del lavoro fosse imprescindibile per poter accedere ad un maggiore benessere, a stili di vita “più comodi”. Eppure, dopo un secolo dalle previsioni di Keynes della “fine del lavoro” e della sostituzione del lavoro umano con l’automazione, ci ritroviamo in uno scenario dove questi aumenti di produttività piuttosto che essere ridistribuiti tra la popolazione sotto forma di tempo libero, sono in realtà serviti ad aumentare la produzione di specifiche industrie o settori economici. E come sostenere questa iper-produzione (innecessaria)? Inducendo un iper-consumo: non produciamo per consumare, ma consumiamo per produrre. E come abbiamo sottolineato, tutto a spese della natura, delle donne, degli animali e delle comunità indigene. Come uscire da questa impasse, da questo circolo vizioso di sovra-produzione e sovra-consumo basato sullo sfruttamento e il dominio? In questo ambito le riflessioni del campo di ricerca del post-lavoro e dell’ecofemminismo si incrociano. Entrambe sottolineano la necessità di costruire nuove forme di relazione, sia con la natura che fra società umane, e di produrre e consumare i beni essenziali. E di distribuire in maniera equa la quantità di lavoro (anche quello di cura, pagato o gratuito) necessaria per la loro produzione. Fra questi beni e lavori essenziali, aggiungiamo tutte quelle pratiche necessarie per accelerare la transizione ecologica. Si prospetta così uno scenario dove il lavoro diventa davvero ciò che rappresenta nella nostra Costituzione: una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (“Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” Art. 4). Non solo quindi lavorare meno per lavorare tutti, ma anche lavorare per il bene comune.

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