Sudafrica blocca Shell: la

Un nuovo fermo per Shell

Non è la prima volta che la multinazionale Royal Dutch Shell incontra ostacoli ai suoi progetti di estrazione petrolifera. A febbraio dello scorso anno era stata condannata per disastro ambientale a causa della sua attività nel delta del Niger, mentre a maggio il tribunale olandese aveva condannato il colosso del petrolio con una sentenza storica mediante la quale, per la prima volta, una multinazionale è stata ritenuta legalmente responsabile di alterare la stabilità climatica con la sua attività. E sul finire del 2021 è arrivato un nuovo stop per la compagnia petrolifera, questa volta dall’Alta Corte di Grahamstown della Repubblica del Sudafrica.

La Wild Coast paradiso incontaminato

Terra natale di Nelson Mandela, patria del popolo Xhosa, la Wild Coast è una splendida area situata nella zona sud orientale dell’estremo sud del continente africano. Le spiagge incontaminate, la natura selvaggia, il paesaggio rurale, la forte vocazione tribale della popolazione che, qui più che altrove in Sudafrica, ha saputo resistere nel tempo all’occidentalizzazione, rendono questo territorio un angolo di paradiso, non solo per gli abitanti della terraferma, ma anche per la fauna marina. Al largo dalla costa, infatti, numerosi sono gli allevamenti di balene, proprio nella stessa area in cui il colosso anglo – olandese Shell aveva ottenuto i permessi per avviare un mega progetto fossile, che avrebbe permesso alla multinazionale di condurre dal primo dicembre scorso test sismici per l’esplorazione petrolifera. Per cinque mesi, una vasta zona di oltre seimila chilometri quadrati nell’Oceano Indiano, sarebbe stata oggetto di indagini da parte della compagnia al fine di trovare nuove riserve di gas e petrolio grazie alla prospezione petrolifera. Un’attività, però, altamente impattante che a causa delle detonazioni sul fondale potrebbe distruggere interi ecosistemi e turbare l’equilibrio non solo di molte specie marine, ma anche della popolazione che vive lungo il litorale interessato dal progetto.

La denuncia delle ONG

Per questo, Natural Justice, Greenpeace Africa, Border Deep Sea Angling Association, Kei Mouth Ski Boat Club insieme alle comunità locali si sono costituite parte civile e tramite lo studio legale Cullinan&Associates hanno presentato una denuncia presso la Eastern Cape Division dell’Alta Corte di Grahamstown contro la multinazionale Shell. Un’azione necessaria dopo un primo ricorso rigettato e le ripetute richieste di chiarimenti e azioni volte alla salvaguardia della Wild Coast che le organizzazioni avevano rivolto al governo sudafricano nei mesi precedenti. In particolare, al Ministro delle Risorse minerarie e dell’Energia avevano chiesto di bloccare l’attività di esplorazione petrolifera mentre al Ministro delle Foreste, della Pesca e dell’Ambiente avevano proposto di emettere un avviso di protezione costiera, per aumentare la tutela non solo della fauna marina, ma anche delle popolazioni che vivono in quella zona.

Oltre all’autorizzazione ambientale per l’esplorazione sismica che la multinazionale pare non possedesse, i ricorrenti denunciavano anche la mancata consultazione delle comunità locali prima dell’avvio dell’attività sui loro territori. L’uso delle onde sismiche per la prospezione petrolifera avrebbe avuto un impatto devastante non solo sulla salute della vita marina e sulla biodiversità della zona, ma, in caso di successo, l’attività avviata da Shell avrebbe potuto potenzialmente sconvolgere le comunità che dipendono dall’ecoturismo e dalla pesca per il loro sostentamento.

Se distruggi l’oceano, distruggi la vita umana. Il nostro sostentamento come popolo indigeno sarà storia se il governo sudafricano consentirà a Shell di avviare l’attività estrattiva nel nostro oceano, il nostro luogo di guarigione spirituale. Le comunità hanno il diritto di scegliere e noi abbiamo il diritto di vivere in un ambiente sano. Come Comitato di crisi di Amadiba diciamo no a qualsiasi tipo di estrattivismo. Mettiamo le persone prima del profitto” queste le parole della portavoce Nonhle Buthuma.

Ed è per questo che l’Alta Corte ha spiccato un’interdizione provvisoria nei confronti di Shell, nonostante un primo via libera ottenuto nel 2014, anche sulla base di un mancato processo di consultazione delle popolazioni locali che sarebbero le prime a pagare i danni di attività ad alto rischio di inquinamento.

Shell ed Eni sono presenti in Africa da più di mezzo secolo e spremono il continente per i loro profitti, causando spesso disastri ecologici ed ambientali in cui le uniche vittime sono le popolazioni che abitano quei luoghi da sempre. Ecco perché le parole di Nonhle Buthuma risuonano forte: mettiamo le persone prima del profitto!

E questa volta, anche se non in via definitiva, qualcuno c’è riuscito. Ma la battaglia è ancora aperta.

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