Una satira post-apocalittica

Se avessi dovuto vendere Don’t Look Up l’avrei descritto come Idiocracy che incontra Solar che incontra il Dr Strangelove

Quando finalmente ho visto quello che è diventato decisamente il film più chiacchierato di questa fine anno segnata da omicron, mi sono sentita di puntualizzare alcune cose riguardo al gran chiacchiericcio generale.

Premessa uno, Don’t Look Up è un bel film. Non credete a chi dice che per un tema simile occorreva un tono meno leggero: è gente rimasta indietro almeno di dieci anni – e conto a partire da Solar ma potrei iniziare da Kubrik. O forse dalla confusione fra stile e contenuti – per cui la serietà è un passo avanti alla commedia a prescindere dal testo – che, per quanto mi riguarda, dopo Dante o Shakespeare, non ha neanche più ragione di essere chiamata in causa. 

Premessa due: Dont’ Look Up non è una cli-fi. Ecco, vorrei che questo fosse molto chiaro. Sicuramente il film parla di un iperoggetto minaccioso (Hyperobject Industries recitano i titoli di testa a un certo punto per mandare in brodo di giuggiole chi, come me, cita di continuo Timothy Moton). Questo iperoggetto tuttavia non è – neanche metaforicamente – solo il cambiamento climatico perché non è antropogenico. 

Don’t Look Up non crea immaginario da questo punto di vista. È un aspetto importante, dato che l’antropogenia del nostro elefante nella stanza del clima è uno dei dettagli più difficili da spiegare. Detta in altre parole, se Don’t Look Up è una cli-fi allora lo è anche tutta la letteratura post-nuclerare (tipo Children of the Dust di Louise Lawrence) che al contrario narra un danno antropogenico ma con altre cause. 

Invece non è così, l’etichetta di genere qua è (post-) apocalitticosatira post-apocalittica per la precisione. Oltre a questo, la cometa è sì un iperoggetto che inizialmente vede solo, tramite i suoi strumenti, Jennifer Lawrence, ma nel corso del film un’enorme palla di fuoco che viene verso la terra di fatto appare, è percepita dai sensi di tuttə. E anche questo non ci aiuta a parlare di cli-fi: cambiamento climatico e cometa sono due iperoggetti, ma uno a un certo punto viene quantomeno avvistato per intero a occhio nudo, l’altro no.

Ecco dunque, dopo due premesse, il tema: Don’t Look Up è una satira puntuale sull’attuale drammatica crisi cognitiva. Chi ha parlato di Melancholia francamente non lo capisco: è un piano esistenziale che qua c’entra poco o niente e la cometa non è abbastanza per un’analogia. Il problema, in questo film, è evidentemente politico-sociale-comunicativo.

L’analisi

Meryl Streep sembra la versione femminile (oltre che di Trump, a cui allude, con il figlio zerbino a suo fianco) del presidente wrestler di Idiocracy, mentre Di Caprio sembra lo stesso protagonista di quel film quando cerca di far capire alla Casa Bianca che i campi vanno irrigati ad acqua e non con una bevanda energetica.

Il fatto che una dimensione simile a Idiocracy si sia sempre più avvicinata alla realtà da far parlare (iperbolicamente, ma a ragione) Eugenia Romanelli di docufiction deve far pensare. Ecco, il problema che solleva il film è la classica situazione da What if: cosa accadrebbe se una minaccia concreta più percettibile di covid o climate change, che andrebbe risolta in poco tempo, apparisse oggi? Quante volte ce lo siamo chiestə post-covid noi che, leggendo da tempo di spillover e di patogeni ibernati nei ghiacciai, ci eravamo figuratə all’orizzonte ben peggio di un virus dell’influenza incattivito! E il Bruce Willis di Armageddon? Salverebbe il mondo? Ohimè, la risposta è no. 

Ci salverebbe invece il saper ricomporre i vari piani del reale a seconda della loro importanza, ma purtroppo essi sono schiccolati a terra dopo che il post-moderno ha decostruito tutto con il dubbio e l’ironia. In un mondo dove la gravità sta al pari della non gravità, una cometa minacciosa e gli amori di Ariana Grande sono sullo stesso piano.

Ma gli/le attivistə ecologistə sanno di che tipo di crisi cognitiva parlo, altrimenti non staremmo qua a chiederci come creare immaginario per ricucire la distanza fra la scienza, il pianeta, la politica, l’economia e la società. Siamo un po’ tutti Jennifer Lawrence, noialtrə. Sono convinta di aver già fatto, prima del film, fra amici, il discorso che lei fa a Chalamet che si riassume in: “la gente crede che il potere sia cattivo e non si rende conto di quanto in certi punti chiave della società ci sia più stupidità che cattiveria”. Forse non ho usato la parola stupidità ma parzialità di visione – il concetto è quello. 

Personalmente mi sono anche ritrovata molto nell’I don’t care anymore del personaggio di Kate. Che poi non è vero, ma se nessuno ti ascolta, se ci si rende conto di star lottando contro narrazioni più pervasive della propria – per quanto questa sia la realtà o una proiezione futura molto vicina ad essa – a un certo punto passare da caring a not caring diventa una strategia di difesa dal conseguente senso di solitudine e isolamento.  

Peggio ancora quando entra in scena quella specie di mix letale fra Elon Musk e Steve Jobs, l’infantile Peter in delirio di onnipotenza. Ecco, Don’t Look Up non è una cli-fi ma in quel momento emerge un tema caro al genere: il controllo degli esseri umani su eventi più grandi di loro tramite la tecnologia. Peter, che tiene in pugno la Presidentessa Streep per i soldi che ha, ha una fede incrollabile nei suoi device ma non ha idea di cosa sia una cometa, tanto che neanche fa rivedere in peer review – come è d’uopo in ambito accademico scientifico – il suo piano di attacco. 

L’imprenditore è come lo scienziato di Mary Shelley che gioisce delle scoperte future mentre attorno a lui la gente muore di pandemia e il futuro non lo vedrà mai. Ecco, qua se sostituiamo la cometa con il cambiamento climatico la domanda sorge spontanea: siamo sicurə, sicurə, sicurə di voler risolvere la questione tramite la stessa mentalità che l’ha creata? Siamo una specie che riesce a tenere sotto controllo i mostri che crea? Il film risponde di no e francamente ha tutte le ragioni per sostenerlo.

Più di ogni altra cosa comunque mi ha colpito come Don’t look up abbia suscitato reazioni forti nello spettatore, detrattore o sostenitore. Il/la detrattore che non l’ha capito a mia volta non lo capisco, non capisco neanche il/la sostenitore che c’ha visto tutto e il contrario di tutto. 

La working question, alla luce della crisi cognitiva che questo film comunque mette bene in scena, è la seguente: quest’attenzione affamata aiuta o non aiuta la percezione di come il nostro sistema (quello estremamente capitalista degli USA ma anche il nostro) imbrigli i rischi reali, come la cometa, in un gioco di percezione falsata o di speranze di cui si tace il risvolto umano fallace altamente possibile? Non lo so.

Secondo me l’attivista ci ha visto il cambiamento climatico, il/la complottista ci ha visto quello che il potere non dice, lə scienziatə ci ha visto ogni occasione in cui non l’hanno ascoltatə… Insomma ognuno ci ha visto la porzione di reale che gli interessa, più che una crisi omnipervasiva. E ciò rende Don’t Look Up più simile al primo Matrix di quello che sembra. 

Tuttavia il chiacchiericcio seguito al film, seppur confuso, io l’ho trovato interessante quanto il film stesso. 

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Meltea Keller nasce ad Empoli nel 1985 e vive a Bologna dal 2004. È laureata in DAMS cinema, videomaking e in lingue e letterature straniere. È traduttrice e curatrice della prima edizione dell'autobiografia di Harpo Marx dei fratelli Marx. dal titolo "Harpo speaks". Per Erga Edizioni ha scritto un racconto cli-fi breve ispirato al mito di Cassandra incluso nella raccolta "Sei un mito". Dal 2014 è la voce della rock band al femminile Mumble Rumble, saltuariamente collabora con Arcana Editore per la collana "Cantautori del futuro". Ha scritto la biografia di Mannarino ("Cercare i colori", 2018) e di Rancore ("Segui il coniglio bianco", 2020). Ha pubblicato ultimamente una "Guida ai Palazzi di Siena" per Edizioni della Sera.

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