Lo strano caso del Signor Monet

La mostra a Palazzo Reale

In questi giorni a Milano nella bella cornice di Palazzo Reale si sta concludendo una fortunata mostra dedicata a Claude Monet. Si tratta dell’esposizione di una cinquantina di tele del maestro impressionista francese provenienti dal Musée Marmottan di Parigi, il museo nato negli anni Trenta del Novecento grazie al lascito di Paul Marmottan e arricchitosi nel 1966 con la donazione di Michel Monet, secondogenito di Claude, morto senza eredi. A ben vedere si tratta di una mostra che ha molto a che fare con il Natale, che si festeggia a ridosso del solstizio d’inverno, il giorno “più corto” dell’anno, quello a partire dal quale le ore di luce riprendono lentamente ma in maniera progressiva ad aumentare. E in effetti durante le festività natalizie i rimandi alla luce che rischiara il buio sono continui e peraltro in continuità con precedenti feste pagane. Nel 274 d.C. infatti l’imperatore Aureliano contribuì a diffondere il culto proveniente dall’Oriente del Sol Invictus, il dio Sole, e ne trasferì a Roma i sacerdoti edificando sulle pendici del Quirinale un tempio ad esso dedicato. Era costume dei pagani celebrare la nascita del Sole in questo stesso periodo, accendendo fuochi in segno di festività.

Ottica e pittura: un gioco di luci e ombre

Ebbene nel corso dei secoli i più grandi pittori hanno provato ad immortalarla questa luce, elemento essenziale delle nostre vite. Basti pensare ai tentativi di riprodurre, per restare sul Natale, la luce accecante sprigionata dal bambino Gesù in fasce o dagli angeli nella iconografia cristiana, così come quella diffusa e difficilmente riproducibile emanata da un qualunque paesaggio. La questione fu molto sentita dai grandi paesaggisti del Settecento ma ancora di più da chi provò a fissare nell’Ottocento quella “impressione” dipingendo en plein air. E’ probabile che la svolta impressionista sia stata accelerata da alcuni fattori, come l’improvvisa aumentata disponibilità di colori sintetici, ma anche dalla scienza, che frustrò in maniera decisa l’ambizione di chi quella realtà avrebbe voluto riprodurre fedelmente. La carriera di Monet era agli inizi quando un fisico francese di nome Jules Jamin pubblicò sulla Revue des deux mondes un importante studio dal titolo: l’ottica e la pittura. Nell’articolo Jamin dimostrava con il supporto di un fotometro che l’occhio di un artista non poteva cogliere con precisione la differenza d’intensità tra luce e ombra su un oggetto illuminato e che gli strumenti a sua disposizione erano insufficienti a riprodurre in modo fedele la realtà. Passando il fotometro su alcune opere pittoriche e poi confrontandone i risultati con quelli ottenuti applicando lo stesso strumento ai paesaggi riportati sulle tele, si evinceva che la perdita di intensità luminosa rispetto al soggetto vero sfiorava addirittura l’ottanta per cento. Jamin poi sottolineava la grande variabilità del rapporto tra una parte illuminata e una in ombra in un chiaro-scuro in funzione della stagione e delle ore del giorno, pur rimanendo questo rapporto all’interno di un intervallo numerico non oltrepassabile. Senza rendersene conto il fisico francese fornì a Monet e agli altri futuri impressionisti la base scientifica di un approccio pittorico che voleva scardinare le convenzioni, esaltando una visione soggettiva e non oggettiva, semplicemente perché la visione non può mai essere oggettiva.

Il potere della luce

Così nasceranno le serie pittoriche di Claude Monet, che prendono prevalentemente la natura come oggetto ma non solo. E’ il caso infatti delle celebri ninfee di Giverny, dei pioppi, dei covoni, ma anche della cattedrale di Rouen o del Parlamento di Westminster sul Tamigi a Londra. Si tratta di serie di dipinti, dove appunto lo stesso soggetto viene dipinto in momenti della giornata o stagioni diverse. In realtà in queste serie le architetture si dissolvono, così come gli elementi della natura stessa, Monet cerca infatti di rappresentare proprio la luce nella sua estrema variabilità e nell’impressione che produce nell’occhio umano o meglio nel suo occhio. In effetti i colori del paesaggio cambiano durante l’intera giornata perché la luce del sole varia sia di intensità che di colore: inizia con i toni rosati dell’alba, diventa più intensa e fredda al mattino, quindi si scalda e diventa rossa di sera. La luce bianca del giorno può raggiungere i 6500 gradi Kelvin, quella al tramonto è inferiore ai 2000. Monet era solito aggiungere il bianco a tutti i colori in luce per rendere la luce intensa del giorno, l’arancione invece per fissare i colori divenuti più caldi al tramonto. L’esaltazione del colore, basata sul potere della luce, sfocia nella negazione dei contorni o più in generale dei limiti. L’opera trova il suo equilibrio nella fusione degli elementi e l’artista francese non aveva rivali nel riprodurre tutti i possibili contrasti luminosi percepibili sul medesimo oggetto. Come disse Cezanne : “Monet non è che un occhio…ma buon Dio, che occhio!”.

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