Chi difende i difensori? Il caso Assange

Il caso WikiLeaks

WikiLeaks è un’organizzazione internazionale non-profit creata da Julian Assange per la pubblicazione di materiale classificato garantendo l’anonimato della fonte. Dall’anno di creazione (2006) ad oggi, WikiLeaks ha contribuito a rivelare una serie di scandali internazionali: nel 2010 il video fornito da Chelsea Manning “omicidio collaterale” (Collateral Murder) mostra due giornalisti di Reuters vengono uccisi da un elicottero statunitense in Iraq, nel 2015 documenti intitolati “spionaggio Eliseo” (Espionnage Élisée) dimostrano che gli Stati Uniti hanno registrato le conversazioni telefoniche dei presidenti francesi Hollande, Sarkozy e Chirac, lo stesso anno altri documento prova lo stesso spionaggio del cancelliere tedesco Angela Merkel, così come anche del governo giapponese e dei vertici della Mitsubishi, oltre che di una montagna di documenti che corroborano altri scandali di minor portata.

È facile a questo punto rendersi conto del valore di tali documenti ed il fatto che siano resi disponibili al pubblico internazionale. Le scelte nazionali di ogni paese si basano infatti sulle informazioni presenti al pubblico del paese, in particolar modo per quanto riguarda gli stati democratici, ove il più interessato alle informazioni per compiere la scelta migliore è appunto il popolo in sede elettorale. La libertà di informazione e di parola è tra i principi più importanti in tutti gli stati democratici, è garantito dalle costituzioni, dai giudici, dal parlamento. In caso contrario, i responsabili si espongono al giudizio, all’indignazione ed alle eventuali reazioni da parte del proprio popolo. Sebbene si renda necessario la secretazione, seppur temporanea, di alcune informazioni militari ed informazioni connesse alla riservatezza della persona, ciò non deve consentire al responsabile di sfuggire al pubblico giudizio e, eventualmente, all’imputazione giudiziaria.

Un precedente pericoloso per la libertà di parola

Posto quindi che tali pubblicazioni abbiano reso edotto il pubblico, nazionale ed internazionale, delle mancanze degli Stati Uniti, ciò non dovrebbe portare questi ultimi ad accanirsi sull’intermediatore. Ciononostante, gli Stati Uniti hanno richiesto l’estradizione di Assange, cittadino australiano, per condannarlo attraverso la legge anti-spionaggio del 1917 (Espionage Act) ad un massimo di 175 anni di galera. La stessa legge era stata utilizzata per condannare Chelsea Manning per aver fornito a WikiLeaks i video ed i documenti sopra citati, così come per perseguire un altro obiettore di segretezza, Edward Snowden. Il fulcro della questione sta nella persona da perseguire: infatti, mentre Manning e Snowden erano entrambi personale militare e dei servizi segreti statunitensi, Assange è un semplice giornalista australiano.

Per anni, Assange è riuscito sfuggire l’estradizione, e quindi la condanna, grazie all’asilo politico concesso dall’Ecuador nella propria ambasciata a Londra, nel Regno Unito. Ma nel 2019, tale asilo è stato ritirato in occasione di alcune pubblicazioni di WikiLeaks negative per lo stato dell’Ecuador, ed Assange si è trovato in mano agli inglesi. Il 10 dicembre 2021, la corte d’appello britannica ha confermato l’estradizione, che avverrà nel prossimo futuro. All’interno della compagine politica italiana, non v’è stata grande ricezione della notizia, né tra i politici né sui giornali. Unica voce contraria si è levata da Europa Verde attraverso i suoi portavoce, Eleonora Evi ed Angelo Bonelli, i quali dichiarano che “la detenzione e il procedimento penale nei confronti di Julian Assange sono un pericoloso precedente per i giornalisti e per il diritto alla libertà di espressione, che ha richiesto secoli di lotte e rivendicazioni. È incredibile che i giudici abbiano ritenuto sufficienti le garanzie offerte dagli Usa, lo stesso Paese che, nel portare avanti una palese guerra di potere, non ha esitato a ricorrere a torture, uccisioni e giustizia arbitraria ai danni dei civili”.

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