L’infelice record dei giornalisti detenuti

Sono 488 i giornalisti attualmente detenuti

Ad oggi 488 giornalisti, di cui 428 uomini e 60 donne, sono rinchiusi nelle galere di paesi che non consentono libertà di stampa e di parola. Il numero è aumentato nell’ultimo anno del 20%, frutto delle instabilità politiche e sociali di tre stati in particolare: Bielorussia, Birmania (Myanmar) e Cina. Principalmente, questo repentino aumento dipende dalla volontà dei governanti di evitare la diffusione di notizie, soprattutto verso l’estero, circa le condizioni ed il contesto nei quali si trovano gruppi particolari di persone.

La Bielorussia, per esempio, è recentemente entrata in un periodo di instabilità dopo le elezioni politiche di agosto 2020. Queste, largamente denunciate anche da UE ed altri paesi occidentali a causa dei metodi di manipolazione dei risultati e della forte repressione delle proteste, hanno quindi gettato il paese in una caccia all’uomo: i bersagli sono i politici dell’opposizione, tra cui Sergei Tikhanovsky, compagno della principale esponente anti-Lukashenko e appena condannato a diciotto anni di carcere, ed appunto i giornalisti che tentano di descrivere la situazione interna.

Simile situazione in Birmania, dove in seguito al colpo di stato del primo febbraio 2021 il governo è preseduto dal generale delle forze armate. Da allora le linee telefoniche della capitale e la televisione pubblica hanno cessato di funzionare per “problemi tecnici” dichiarati dagli stessi militari. Sei mesi più tardi, in agosto il generale ha preso il potere ricoprendo la carica di primo ministro in un governo di transizione. Nonostante le proteste in tutto il paese e nelle varie sedi delle Nazioni Unite, la situazione continua a rimanere instabile, con la repressione violenta di ogni forma di dissenso.

Lo stesso buco nero per le informazioni è stato creato ad hoc dal governo cinese nella regione periferica dello Xinjiang, confinante con paesi dell’asia centrali come Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, con cui condivide anche l’etnia di origine turca. Lo Xinjiang è popolato infatti dagli Uiguri, una delle cinquantacinque minoranze etniche della Cina, i quali vivono dal 2014 in una situazione di totale repressione delle libertà, internamento in campi di “rieducazione” e, secondo alcune fonti, anche di sistematico genocidio.

In tali circostanze è assolutamente necessario avere notizie circa la condizione umana delle vittime di tali repressioni, in modo tale da assicurare il rispetto dei diritti dell’uomo ed amministrare gli aiuti necessari a salvaguardarne la vita. I giornalisti si dimostrano in questo caso gli unici in grado di comunicare verso l’esterno e descrivere gli eventi che hanno luogo in tali territori altrimenti isolati. Al contrario, è proprio in questi paesi che i giornalisti sono più facilmente incarcerati: i numeri ammontano a 127 giornalisti arrestati in Cina, 53 in Birmania e 32 in Bielorussia. Altri numeri rilevanti li troviamo in Vietnam ed Arabia Saudita con, rispettivamente, 43 e 31 giornalisti fermati.

Diminuisce il numero dei giornalisti assassinati

Al tempo stesso, Reporter sans frontieres dichiara che hanno registrato una diminuzione dei giornalisti morti, probabilmente dovuto alla stabilizzazione dei fronti in Siria, Iraq e Yemen. Christophe Deloire, direttore generale di RSF, precisa infatti che “il 65% delle persone uccise viene consapevolmente preso di mira ed eliminato”. Ciononostante, è proprio in questi paesi che si contano i numeri più significativi di giornalisti ed operatori tenuti in ostaggio, con 44 in Siria, 11 in Iraq e 9 in Yemen. Una possibile ipotesi è legata ad “una forma di autocensura” che ha portato ad evitare i territori più pericolosi e negli ultimi anni il Covid, limitando “le uscite dei giornalisti e quindi i tempi in cui sono a rischio”. Ci auguriamo comunque che il record non incrementi ulteriormente una volta riaperte le frontiere.

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