Italia selvatica: la lince

Il ritorno della lince

E’ praticamente impossibile citare una favola che veda protagonista una lince cattiva, eppure questo felino è in Europa uno dei più grandi predatori terrestri. Il motivo è molto semplice, oltre che essere praticamente innocua per l’uomo è infatti soprattutto molto difficile da avvistare, mimetizzandosi alla perfezione grazie al suo manto maculato e cacciando solitamente di notte o al crepuscolo in completa solitudine. La lince era scomparsa definitivamente dall’arco alpino tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in particolare la lynx lynx alpina, così come la variante sarda detta lynx lynx sardiniae, estintasi nello stesso periodo. Fino a che nel 1989 il guardiacaccia Carlo Vuerich di Pontebbia non riuscì a fotografare un esemplare mentre predava una marmotta. Infatti circa vent’anni prima erano state rilasciate in Svizzera una ventina di linci della variante europea lynx lynx carphaticus, per alimentare un ripopolamento che si è in effetti gradualmente consolidato fino a raggiungere l’Italia e l’arco alpino, anche se solo per poche decine di unità. Tuttavia l’avvistamento di alcune linci nel centro Italia, in particolare nel parco nazionale d’Abruzzo, rende plausibile l’eventualità che pochissimi esemplari, sfruttando una condizione di particolare segregazione e isolamento, siano potuti sfuggire alla sparizione definitiva. Storicamente la lince era presente in tutte le regioni italiane, ma la massiccia riduzione delle superfici boschive, i cambiamenti ambientali conseguenti, la riduzione delle prede disponibili e soprattutto la caccia spietata dell’uomo ne hanno segnato la sorte. Ora però che l’Italia è un poco più selvatica, che i boschi sono aumentati e con loro animali come cinghiali, caprioli, cervi e camosci, il ritorno della lince è salutato come una gran bella notizia, poiché la sua presenza non può che favorire il ripristino di un sano equilibrio ecologico.

Le caratteristiche

Il corpo della lince adulta ricorda quello di un gatto, ma di dimensioni nettamente superiori. La lunghezza è compresa tra gli 80 e i 130 centimetri, ha una coda corta e generalmente dei vistosi ciuffi di pelo sulle punte delle orecchie, che possono arrivare fino a quattro centimetri di lunghezza. La lince pesa da 5 a 30 chilogrammi e ha un’altezza media di 55 centimetri. La colorazione del mantello è variabile così come la maculatura, una sorta di impronta digitale per ciascun esemplare. La dimensione e la pelosità la rende molto adatta agli ambienti innevati, dove questo leopardo in scala ridotta può mostrare tutta la sua abilità di cacciatore, grazie a un udito finissimo e alla sua vista leggendaria. Per la verità la lince è un “superpredatore”, visto che si nutre quasi esclusivamente di prede da lei catturate. Questo spiega la grande difficoltà degli operatori forestali nell’intrappolarla a fini di studio, infatti le carcasse di animali morti non funzionano come per il lupo o l’orso, occorre invece usare come esca una sua preda non ancora consumata per intero. Può accadere che le linci predino anche animali addomesticati, il caso più frequente riguarda pecore, capre o daini di allevamento.

L’origine del nome

Il suo nome ha a che fare con la vista acutissima che gli è attribuita, tanto che addirittura si riteneva nell’antichità che questo felino fosse capace di vedere oggetti posti dietro altri oggetti. Allo stesso modo infatti l’eroe mitologico Linceo, uomo valoroso che secondo la leggenda aveva dato prova di vista acutissima nelle sue peregrinazioni con gli Argonauti, era capace di scoprire con la sola vista giacimenti di metalli preziosi sotto terra o addirittura stando in Sicilia sarebbe stato in grado di avvistare la flotta punica in partenza da Cartagine. Sempre nell’antichità era diffusa l’idea che la lince producesse un’urina prodigiosa. Questa convinzione nasceva dall’osservazione che questo felino è solito coprire sempre con grande cura la propria urina e questo era ritenuto da una parte segno di grande igiene, dall’altra l’evidenza di un segreto ben nascosto, vale a dire la probabile trasformazione di quell’urina in gemme preziose molto simili all’ambra. Strabone diede a queste gemme anche un nome, parlando di lincorio, mentre Plinio il Vecchio negava l’esistenza di questa pietra. In seguito nel 1603 la nostra lince sarebbe divenuta addirittura l’emblema dell’Accademia dei Lincei, indicando l’attitudine di quei studiosi, a differenza di altri, di penetrare molto più a fondo nei segreti della natura e carpirne l’essenza. Ebbene uno di questi segreti oggi pare essere proprio la biodiversità, vera ricchezza di un ambiente sano. Un sistema ricco di specie è infatti generalmente più equilibrato e stabile, capace di resistere anche alle perturbazioni piu’ estreme e dunque di sopravvivere. E allora, bentornata lince!

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