Perché ascoltare e coinvolgere le
Foto della comunità Baka nel Cameroon. Foto di Masaki Hirai in Indigenous Peoples’ food systems - Insights on sustainability and resilience from the front line of climate change, FAO (2021).

L’importanza di  coinvolgere le comunità locali 

Spesso si sente dire che le azioni di conservazione, per essere veramente efficaci, devono coinvolgere le popolazioni indigene in modo partecipativo. L’idea è che questo è un passo necessario per rendere tali sforzi veramente sostenibili nel tempo. Purtroppo, troppo spesso questi discorsi rimangono solamente scritti nella carta dei documenti ufficiali. Senza questa partecipazione si corre il rischio di costruire qualcosa di inadatto al substrato ecologico-culturale in cui le azioni sono messe in atto, nel peggiore dei casi destinato al fallimento. Il caso del megaprogetto del Great Green Wall africano, negli anni passati, è un recente esempio dei limiti di dei progetti elaborati a tavolino senza il consenso delle comunità locali.

In un recente articolo apparso su Nature Sustainability, Jocelyne Shimin Sze dell’Università di Sheffield e colleghi analizzano i pattern di deforestazione e degradazione delle foreste tropicali, differenziando tra quello che succede in aree non protette, in aree protette e nelle aree gestite da popolazioni indigene. I risultati sono straordinari: secondo quello che si legge nell’articolo “La deforestazione nelle aree gestite da popolazioni indigene [IL – Indigenous Lands nell’articolo] è ridotta in tutti i tropici e la deforestazione nei territori indigeni è prevenuta in quantità analoghe a quelle delle aree protette e delle aree protette a gestione indigena ovunque, ad eccezione dell’Africa, dove la deforestazione è ridotta in maniera ancora maggiore [rispetto alle aree protette].” Le aree protette e i territori indigeni sono minacciati dalle stesse forze macroeconomiche. L’avanzata inesorabile della frontiera agricola, spesso guidata dalla necessità di nuove terre per pascoli e per attività connesse all’allevamento a larga scala, sta accelerando la deforestazione e la degradazione delle foreste tropicali, uno degli hotspot più importanti per la biodiversità globale. Sze e colleghi evidenziano in particolare come nel continente africano il recente alto incremento di grandi investimenti finanziati da capitali esteri lasci prevedere future minacce a terre indigene e ad aree protette.

Foto della comunità Baka nel Cameroon. Foto di Masaki Hirai in Indigenous Peoples’ food systems – Insights on sustainability and resilience from the front line of climate change, FAO (2021).

Le popolazioni indigene come protettrici delle foreste intatte

Questo studio è in accordo con i risultati di molte altre ricerche recenti. Julia E. Fa e colleghз nel 2020 ha evidenziato in Frontiers of Ecology and the Environment l’importanza delle popolazioni indigene nel proteggere quei baluardi di biodiversità e di servizi ambientali che sono le foreste ancora intatte. Oltre il 36% delle foreste intatte al momento dello studio erano situate in territori indigeni. Anche in questo studio si riporta che le perdite in copertura forestale di queste zone di critica importanza sono molto minori nelle zone a gestione indigena. Gli autori e le autrici della ricerca mettono in luce che è essenziale che i governi di tutto il mondo riconoscano i diritti delle popolazioni indigene e mettano in atto politiche ferree per includere tali popolazioni non solo nelle azioni di conservazione, ma anche nei processi decisionali che coinvolgono le foreste e il loro uso (o non uso) nelle loro terre. Questo tipo di azioni è cruciale per limitare il cambiamento climatico e la crisi della biodiversità globale. Raccomandazioni analoghe si leggono nel report delle Nazioni Unite dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) del 2019, in cui si legge che conservazionisti, scienziati e governanti di tutto il mondo non dovrebbero solo imparare dalle popolazioni indigene e altre comunità locali nella tutela dell’ambiente, ma creare vere e proprie partnership e collaborazioni paritarie con tali comunità, se davvero vogliono arginare l’attuale perdita di biodiversità che lo stesso report definisce “senza precedenti”. Pamela McElwee, una delle autrici principali del report ha dichiarato a Scientific American: “In media, [le comunità indigene] stanno facendo un lavoro migliore nel gestire risorse naturali e pericoli ambientali come il declino delle specie e l’inquinamento. Questo momento è uno spartiacque nel riconoscere che le comunità indigene e locali giocano ruoli importanti nel mantenere e nel gestire la biodiversità e gli ecosistemi da cui il resto dell’umanità può [e deve] imparare.”

La voce delle comunità indigene alla Cop26 di Glasgow

E proprio su questo punto si è giocata recentemente alla COP26 di Glasgow una partita importantissima, in cui le comunità indigene hanno lottato per il riconoscimento formale delle loro attività. Tuntiak Katan, membro della tribù Shuar (la comunità indigena dell’Amazzonia più numerosa ad oggi) e presidente della Global Alliance of Territorial Communities, ha dichiarato che le popolazioni indigene sono andate a Glasgow per fare un patto, proprio perché si stanno rendendo conto più di altri che il tempo per agire sta venendo a mancare. Al suo ritorno nella comunità di Tutinetza in Ecuador, nell’Amazzonia meridionale, è stato intervistato da Mongabay  e ha parlato di cinque punti di azione fondamentali che le popolazioni indigene hanno chiesto ai leader mondiali presenti alla COP:

  1. Riconoscere i diritti territoriali delle popolazioni indigene.

  2. Smettere di criminalizzare i leader delle popolazioni indigene per agire in difesa dei loro diritti.

  3. Garantire la possibilità di accesso diretto delle popolazioni ai servizi di finanziamento climatico, senza che si debba passare da complicati meccanismi burocratici gestiti dall’amministrazione centrale degli Stati.

  4. Riconoscere i contributi alla conservazione delle popolazioni indigene, sia attraverso le loro azioni concrete, sia tenendo conto delle loro conoscenze tradizionali.

  5. Consultare le popolazioni indigene e attendere il loro consenso prima di agire nei loro territori.

Tuntiak Katan ha in alcune occasioni definito i governanti “pirati del carbonio”, mettendo in discussione e criticando aspramente il meccanismo delle compensazioni e dei crediti del carbonio, facendo notare come dei fondi pagati per i servizi ecosistemici non arriva quasi nulla alle popolazioni locali. Per questo il leader indigeno invita all’azione tutta la società civile, non solo le popolazioni indigene: “Quello che la società civile deve fare è responsabilizzarsi, darsi potere. Ciò vuol dire pensare e agire di maniera cosciente di fronte ai danni che stiamo causando con le nostre azioni e con le attività umane. Se noi, come società civile e popoli indigeni, aspettiamo passivamente che nella COP succeda qualcosa e che si prenda una decisione che abbia riflessi nel mondo reale, probabilmente non succederà nulla.”

Come si legge nell’articolo di Sze e colleghi, rafforzare i diritti delle popolazioni indigene, garantendo la sicurezza attraverso mezzi economici e l’appoggio della comunità scientifica è vitale per il sistema di azioni “necessarie per organizzare la sopravvivenza delle foreste nell’Antropocene”. Anche alla luce degli studi scientifici più recenti è davvero difficile sopravvalutare l’importanza di questi paladini degli ecosistemi e come ha dichiarato alla COP Tuntiak Katan “dobbiamo salire tutti sulla stessa canoa” e non ha senso dire: “questo non è il mio problema, è il problema degli indigeni […] di cui non importa niente a nessuno”. La nostra canoa, dice Tuntiak Katan, è la Terra che con tutti i suoi ecosistemi sta affondando. E la soluzione al problema la si può trovare solo attraverso la collaborazione di tutti i passeggeri, non solo del capitano o dei capitani della canoa.

 

I leader indigeni Tuntiak Katan (Ecuador), Sônia Guajajara (Brasil) e Gregorio Mirabal (Ecuador) durante la mobilitazione per la Giornata dell’Azione Globale per la Giustizia Climatica. Foto: Alianza Global de Comunidades Territoriales (AGCT).

 

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