Vergogna Atacama: colline di vestiti dismessi

Colline di vestiti buttati invadono il deserto di Atacama

Il deserto di Atacama è un deserto situato in sud America che si estende dal Perù meridionale al Cile settentrionale. Si tratta di uno dei deserti più asciutti del mondo, con una scarsità di piogge da record e pochissime tracce di materia organica, insomma un luogo talmente unico su questo pianeta da essere stato utilizzato in passato per studi sulla possibilità di riproduzione della vita sul pianeta Marte. Ebbene nei giorni scorsi il deserto di Atacama, finora sconosciuto ai più, è balzato improvvisamente all’onore delle cronache, il motivo però è tutt’altro che lusinghiero, visto che non si tratta di nulla che abbia a che fare con l’eccezionalità di questo luogo ma ahimè con l’annoso problema dei rifiuti. Le immagini di vere e proprie colline colorate, fatte di vestiti che il mondo non indossa più, hanno fatto il giro del mondo e sono un vero e proprio colpo al cuore. Secondo un’inchiesta dell’agenzia francese France Presse quegli enormi cumuli di vestiti sarebbero il risultato del fast-fashion, collezioni di moda che interpretano trend e gusti del momento passando rapidamente dalla passerella agli scaffali, attraverso una filiera produttiva spesso sinonimo di economicità e qualità medio-bassa. Questi indumenti, prodotti prevalentemente in Cina e Bangladesh e poi esposti nei negozi europei, asiatici e nordamericani, escono altrettanto rapidamente dagli scaffali e succede che quando i capi passati velocemente di moda o di seconda mano non vengono acquistati, questi seguano una via piuttosto collaudata, vale a dire il porto cileno di Iquique. Qui vengono poi smistati affinché raggiungano altri paesi del continente, anche se è proprio il Cile il paese principale importatore di indumenti di seconda mano provenienti da Asia, Europa e Stati Uniti, oltre che il principale consumatore di abbigliamento in assoluto in sud America.

Necessario cambiare modello di sviluppo

Purtroppo una buona parte di quello che entra nel porto franco di Iquique non godrà di una seconda vita ma al contrario finirà direttamente tra i rifiuti. Decine di migliaia di tonnellate di indumenti non commercializzati finiscono infatti nel deserto, nello specifico nell’area dell’Alto Hospicio, finendo poi bruciati “accidentalmente”, sepolti sotto terra oppure en plein air sotto gli occhi di tutti con il tacito consenso delle autorità. Eppure qualcosa si muove e l’indignazione prova a imboccare qualche percorso virtuoso, ci sono infatti alcune aziende che stanno sviluppando all’insegna dell’economia circolare la conversione dei rifiuti tessili in pannelli ecologici per l’isolamento termico ed acustico, mentre alcune organizzazioni senza scopo di lucro provano a sensibilizzare le comunità e ad accendere i fari su questa ennesima violenza perpetrata ai danni del nostro martoriato pianeta. E’ evidente tuttavia che la questione ha molto a che fare con il nostro modello di sviluppo e di business, basato sovente sul compra e getta, che semplicemente non considera affatto la voce rifiuto e naturalmente nemmeno se ne occupa. Nel settore tessile il problema è ancora più subdolo, perché a differenza di altri settori che inquinano in maniera più evidente e macroscopica, in questo ambito non se ne ha una immediata percezione. Alcuni rifiuti tessili impiegano però circa duecento anni per decomporsi e un vestito inquina durante tutto il suo processo di vita, dall’estrazione delle materie prime alla lavorazione, dalla grande distribuzione alle discariche, alcune a cielo aperto come nel deserto di Atacama. Tutto questo tralasciando per un attimo le condizioni di vita della forza lavoro coinvolta in questa filiera, tra le peggiori al mondo, fatta di minori se non di individui al limite della schiavitù. I vestiti non hanno una scadenza come altri beni di consumo e spesso continuiamo a comprare abiti di cui non abbiamo bisogno in maniera ossessiva e compulsiva. Non si può pensare di risolvere il problema recuperando solo una parte di questi rifiuti, inventandosi soluzioni tanto fantasiose quanto aleatorie, o peggio ancora lasciando che ci pensi qualcun altro al posto nostro. Solo il pensiero dei fiumi africani tinti di blu dai nostri jeans, come denunciato da un report della Water Witness International, o delle colline colorate di vestiti di Atacama, in grado ormai di rivaleggiare dall’alto con le più celebri e sicuramente più affascinanti linee di Nazca, dovrebbe imporci un atteggiamento molto meno superficiale e molto più rispettoso.

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