La PAC appena approvata è

Nuova delusione dopo la Cop26

A pochi giorni dal fallimentare termine della Cop26 di Glasgow, arriva l’ennesima retromarcia nel campo della lotta ai cambiamenti climatici.

Dopo tre anni di negoziazioni, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva la nuova Politica Agricola Comune (PAC) che, come temuto, conferma l’accordo raggiunto lo scorso giugno tra Commissione, Parlamento e Consiglio.

In sostanza, potremmo dire sulla falsariga di quanto già visto sia in occasione del G20 di Roma che della Conferenza sul clima, si tratta di un accordo al ribasso che a tutti gli effetti tradisce gli obiettivi fissati dal Green Deal: il piano europeo per la riduzione delle emissioni di cui fa parte anche la strategia Farm to Fork.

386 miliardi di euro messi in campo contro il Pianeta

La nuova Politica Agricola Comune, che entrerà in vigore nel 2023 e regolamenterà la filiera agroalimentare europea fino al 2027, interesserà il 32% del bilancio comunitario, per un valore totale di 386 miliardi di euro (38 dei quali verranno destinati al nostro Paese).

Un investimento cospicuo, che avrebbe potuto direzionare l’agricoltura comunitaria verso obiettivi si sostenibilità ambientale, concretizzabili innanzitutto attraverso un sostegno a quelle aziende agricole che si impegnano nella lotta alle emissioni e mettono in pratica sistemi non dannosi per il Pianeta. Quella appena approvata, invece, è una riforma che va nella direzione esattamente opposta e che, oltre ad arrecare ulteriori danni al Pianeta, espone a rischi crescenti piccole e medie aziende.

L’accordo a cui si è giunti, infatti, prevede sostanzialmente che l’80% dei finanziamenti previsti vada a finire nelle tasche del 20% delle aziende agricole più grandi, questo secondo un principio che non premia le modalità di produzione, ma l’estensione dei terreni oggetto di coltivazione, andando di fatto ad arricchire quelle stesse multinazionali principali responsabili dell’uso massiccio di pesticidi, della deforestazione e degli allevamenti intensivi, che da soli – è utile ricordarlo – sono la causa dell’emissione di 400 milioni di tonnellate di CO2 all’anno.

Accantonati i criteri ambientali, unica nota positiva – o quasi, visto che è ancora su base volontaria – è quella relativa alla condizionalità sociale, in base alla quale dovrebbe essere negata l’erogazione di fondi alle aziende che violano i diritti dei lavoratori attraverso, ad esempio, il caporalato. Manca, invece, l’introduzione di un tetto massimo di finanziamenti (il cosiddetto capping obbligatorio) per le aziende di maggiori dimensioni, che finiranno inevitabilmente con l’accaparrarsi la quasi totalità dei fondi, proseguendo col busines as usual.

Ancora greenwashing sulle spalle del Pianeta e degli agricoltori

Ancora una volta si è scelto di ignorare gli avvertimenti della scienza in nome dell’arricchimento di pochi. Da anni, infatti, gli esperti ci dicono che è indispensabile cambiare il nostro modo di produrre cibo e, di conseguenza, il nostro modo di mangiare per poter riuscire a rispettare l’impegno di contenere l’innalzamento della temperatura globale entro +1,5 gradi; agricoltura e allevamenti intensivi sono infatti direttamente responsabili del 14,5% delle emissioni globali. Ma, a quanto pare, la scienza non basta e se da un lato c’è chi, come il Copresidente del gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo, Philippe Lamberts o l’eurodeputata e Co-portavoce di Europa Verde, Eleonora Evi, si scaglia contro questa PAC scellerata, dall’altro esiste un blocco politico che comprende partiti di quasi ogni schieramento che continua a non considerare la lotta ai cambiamenti climatici come una priorità assoluta.

Tutto rimandato, anche stavolta, al 2027. Ma la vera domanda resta: in che condizioni ci arriveremo?

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