L’Italia è indietro sulla raccolta e

L’Italia sotto la media europea 

Il nuovo rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente sul trattamento delle acque reflue urbane attesta che il 75.8% delle acque reflue generate dai 27 Stati membri dell’ Unione Europea, Norvegia e Islanda sono raccolte e trattate nel rispetto della Direttiva europea 91/271/CEE (Urban Waste Water Treatment Directive – UWWTD). L’Italia è sotto la media fermandosi al 56%.

Le acque reflue urbane non trattate sono dannose per l’ambiente e per la salute dell’uomo

Le acque reflue o di scarico urbane, cioè quelle prodotte da tutte le attività umane, devono essere trattate adeguatamente poiché possono contenere batteri, virus, azoto, fosforo e altri inquinanti che rappresentano un rischio per l’ambiente e la salute umana. La Direttiva europea stabilisce standard comuni tra i Paesi per le concentrazioni d’inquinamento organico, solidi sospesi, azoto e fosforo negli scarichi delle acque reflue urbane trattate e la necessaria frequenza di monitoraggio. Ogni area urbana che genera acque reflue per più di 2.000 ae (abitante equivalente) è valutata per la sua conformità all’UWWTD.

In via generale, le acque reflue devono essere sottoposte a un trattamento secondario (chiamato biologico), che rimuove una percentuale molto elevata d’inquinamento organico, batteri e virus. Tuttavia, nei bacini idrografici con acque sensibili, le aree urbane che generano più di 10.000 ae di acque reflue devono applicare un trattamento ancora più rigoroso con un’ulteriore rimozione di azoto e/o fosforo. Tale passaggio è fondamentale perché protegge le acque sensibili dal rischio di fioriture algali nocive per l’ambiente e l’uomo.

Sulla base dei dati nazionali, Austria, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi sono i quattro Stati che riescono a trattare il 100% delle loro acque reflue urbane in conformità con i requisiti della Direttiva UE, mentre altri dieci paesi hanno raggiunto un tasso di conformità superiore al 90%. In coda alla classifica si trovano Irlanda, Bulgaria, Romania, Ungheria e Malta.

L’Italia è fra le ultime posizioni per il corretto trattamento delle acque reflue

In questa speciale classifica l’Italia si trova poco sopra il gruppo di coda con una percentuale di acque reflue trattate che si ferma al 56%.

Le famiglie e le industrie italiane presenti in 3.034 aree urbane generano 78,0 milioni di ae di acque reflue ogni giorno, che equivale a circa 156 milioni di vasche da bagno o a 15,6 milioni di m3. Gli impianti di trattamento presenti sul territorio nazionale sono in totale 3.691.

Secondo l’UWWTD l’Italia ha l’obbligo di applicare un trattamento biologico per 74.8 milioni di ae di acque reflue. Per 3,0 milioni di ae di acque reflue urbane, l’Italia utilizza invece sistemi individuali (es. depuratori domestici, fosse settiche), anziché sistemi di raccolta e depurazione centralizzati. Inoltre, per 0,29 milioni di ae di acque reflue urbane l’Italia non ha bisogno di applicare il trattamento biologico, perché si tratta di acque reflue scaricate in aree costiere da aree urbane più piccole (inferiori a 10 000 ae). Queste alternative sono consentite dalla normativa a patto che ci sia un’adeguata protezione dell’ambiente

La quantità di acque reflue urbane che hanno bisogno di trattamento biologico con successivo abbattimento di azoto e/o fosforo (35,3 milioni di ae) è inferiore alle acque reflue urbane raccolte (78,2 milioni di ae), poiché questo tipo di trattamento è necessario solo per aree urbane più estese (oltre 10.000 ae).

Gli obiettivi minimi sono ancora lontani. Pesa l’assenza di investimenti

Questi numeri dimostrano che l’Italia non ha ancora raggiunto gli obiettivi di minimi di raccolta e trattamento delle acque reflue urbane. Anche se tra il 2014 e il 2018, l’Italia ha diminuito la sua distanza dall’obiettivo richiesto dalla normativa europea, è ancora necessario incrementare la raccolta di ulteriori 0.57 milioni ae di acque reflue urbane, sottoporre ancora 9.15 milioni di ae di acque reflue a trattamento biologico, mentre altri 2.24 milioni di ae di acque reflue dovranno essere trattate con un secondo processo di rimozione di azoto e/o fosforo. Fra le buone notizie c’è da segnalare che le emissioni di gas serra delle attività di trattamento delle acque reflue urbane sono diminuite del 6,8 % tra il 2010 e il 2019.

Una corretta gestione degli scarichi di acque reflue urbane è molto importante poiché incidono sulla qualità dell’acqua nel 13,1 % dei corpi idrici fluviali, nel 7,8 % di quelli lacustri, nel 12,2 % dei corpi idrici di transizione e nel 12,7 % dei corpi idrici costieri. Si tratta di percentuali molto elevate se paragonate agli scarichi di acque reflue da abitazioni non collegate e a quelli delle acque piovane in eccesso.

L’Italia però investe solo 16 euro all’anno per cittadino per nuove infrastrutture di raccolta e trattamento e per la manutenzione di quelle obsolete. Sono numeri che fanno riflettere se si pensa che la media UE si attesta a 41 euro per cittadino ogni anno.

Italia condannata dalla corte UE per inadempimento della Direttiva 91/271/CEE

Il sei ottobre scorso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato l’Italia per inadempimento della Direttiva 91/271/CEE sul trattamento delle acque reflue. La sentenza giunge al termine di una procedura d’infrazione contro l’Italia che la Commissione Europea aveva aperto nel 2014. La Corte ha riconosciuto la mancata aderenza ai requisiti previsti dall’UWWTD in oltre 600 agglomerati urbani in sedici diverse regioni. Tra questi, ben 159 non hanno una rete fognaria di raccolta delle acque reflue. In più, la Corte riconosce il mancato rispetto delle percentuali minime di riduzione del carico complessivo di fosforo e azoto in alcune zone come il bacino drenante nel Delta del Po e nell’Adriatico, il lago di Varese, il lago di Como e il bacino drenante del Golfo di Castellammare (Sicilia).

La sentenza, essendo la prima condanna per inadempimento su questo dossier, non prevede multe o sanzioni. L’Italia però sta già pagando per lo stesso tipo di violazioni, su altri centri urbani, venticinque milioni di euro di multa, cui si sommano trenta altri milioni di euro che scattano ogni sei mesi fino alla risoluzione del problema da parte delle autorità italiane.

 

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