Finita la Cop26 si ricomincia a trivellare

Il fallimento della Conferenza sul clima

Ancora una volta, a dispetto di tutti gli avvertimenti arrivati dal mondo della scienza, i potenti del mondo hanno deciso di voltarsi da un’altra parte e di ignorare deliberatamente il disastro verso cui stanno conducendo il Pianeta.

Il documento finale emerso dalla Cop26 di Glasgow, frutto di giorni di serrate trattative, è un tradimento di tutti i principi che avrebbero dovuto muovere questa Conferenza sul clima , giustamente definita da molti come l’ultima possibilità a nostra disposizione per tentare di invertire una rotta altrimenti già segnata. L’accordo conclusivo si è rivelato infatti persino peggiore della bozza diffusa nei giorni precedenti e, a tutti gli effetti, si dimostra essere nient’altro che un nulla di fatto. Nessun impegno concreto e chiaramente definito in merito ai cosiddetti “contributi determinati a livello nazionale” – o NDC- ovvero a quegli impegni che i singoli Paesi prendono in materia di taglio delle emissioni inquinanti entro il 2030; obiettivo indispensabile se si vuole sperare di contenere il surriscaldamento globale entro +1,5 gradi. Al contrario, si è badato bene ad utilizzare diciture che possano lasciare il più ampio margine di interpretazione e che finiscono così col garantire la prosecuzione del business as usual. I risultati di quanto non deciso a Glasgow li stiamo vedendo già da ora e non solo da parte di quei Paesi palesemente scettici o ostili nei confronti della transizione ecologica.

L’amministrazione Biden approva la più grande asta di licenze per le trivellazioni nel Golfo del Messico

Pessime notizie arrivano infatti anche dagli Stati Uniti, dove il Presidente Joe Biden, che aveva affermato di voler dare il buon esempio nella lotta alla crisi climatica, ha appena lanciato la più grande asta di licenze per le trivellazioni di gas e petrolio nel Golfo del Messico, venendo peraltro contro alla promessa di fermare le trivellazioni.

Le piattaforme si concentreranno soprattutto a largo delle coste della Louisiana e del Texas e l’area oggetto delle nuove licenze sarà enorme: stiamo parlando di 80,9 milioni di acri, grosso modo il doppio della superficie della Florida.

Grande l’indignazione espressa non solo da chi lotta per l’ambiente, ma anche dal mondo della scienza, soprattutto a seguito degli ultimi avvertimenti dati dal sesto rapporto dell’Ipcc. Kristen Monsell, avvocato del Center for Biological Diversity ha dichiarato al The Guardian che quanto accaduto a soli quattro giorni dalla chiusura della Cop26 è “sbalorditivo” oltre che “ipocrita e pericoloso”, aggiungendo che potrebbe persino essere illegale.

Gli impianti saranno attivi nel 2030

Certamente sbalorditivo è pensare che si possano ancora ignorare i segnali di allarme ormai sotto gli occhi di tutti, così come sbalorditiva è l’ipocrisia che contraddistingue i potenti del mondo, impegnati a fare false promesse a cui sistematicamente non danno seguito. Queste trivellazioni approvate oggi, infatti, richiederanno anni di lavoro per essere trasformate in realtà, il che concretamente significa che gli impianti saranno attivi intorno a quel 2030, data che, nei numerosi bla, bla bla ascoltati negli ultimi giorni, avrebbe invece dovuto rappresentare la prima scadenza per il raggiungimento del comune obiettivo di tagliare le emissioni dannose per l’ambiente.

Quanto accaduto può forse essere considerato l’emblema di questa Conferenza sul clima e, visto l’accordo stilato, non sarà verosimilmente un caso isolato.

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