Christian Aid: i cambiamenti climatici

L’Adaptation and Loss and Damage Day

Lo scorso lunedì, alla COP26 di Glasgow, si è tenuta l’Adaptation and Loss and Damage Day.

Durante questa giornata in cui i delegati si sono concentrati sul tema dell’adattamento, delle perdite e i danni climatici, i riflettori sono stati puntati su quelle nazioni e comunità che sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici, le cui voci rimangono spesso inascoltate.

La miopia voluta sul debito globale

Parlando al summit COP26 in collegamento video, il primo ministro delle Barbados Mia Mottley ha affermato l’esistenza di “un grave nesso tra la crisi climatica e la presenza di un debito che il mondo sta negando”.

Ad avvalorare la questione lo studio di Marina Andrijevich, economista della Humboldt-Universität di Berlino, che nel rapporto commissionatole da Christian Aid mette in evidenza come l’impatto climatico abbia sfavorito maggiormente i paesi in via di sviluppo provocando danni e perdite sia da un punto di vista economico che non economico.

Le stime riportate nel rapporto “Lost and Damaged: A study of the economic impact of climate change on vulnerable countries” dimostrano che le attuali politiche climatiche, con le quali l’aumento della temperatura globale raggiungerà i 2,9° C entro la fine del secolo, porteranno i Paesi più vulnerabili del mondo a subire un calo medio del PIL del -19,6% entro il 2050 e del -63,9% entro il 2100. Anche se i Paesi dovessero mantenere l’obiettivo della temperatura globale a 1,5° C come stabilito nell’accordo di Parigi, i paesi vulnerabili dovranno affrontare una riduzione media del PIL del -13,1% entro il 2050 e del -33,1% entro il 2100.

I negoziati internazionali sul clima, come quelli della COP26 di Glasgow, si concentrano soprattutto sui tagli alle emissioni e sui finanziamenti per il clima per l’adattamento e la transizione energetica dai combustibili fossili.

Ma poiché il cambiamento climatico sta già causando danni economici, i paesi a basso reddito (LIC) e i piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS) chiedono sempre più spesso che le perdite e i danni siano realmente riconosciuti come il terzo pilastro dell’Accordo di Parigi, accanto alla mitigazione e all’adattamento.

Quali i Paesi più colpiti economicamente dalla crisi climatica?

Otto dei primi 10 paesi più colpiti sono in Africa e due in Sud America. Tutti e dieci affrontano un danno al PIL di oltre il 70% entro il 2100 sotto l’attuale traiettoria della politica climatica e un colpo del 40% anche se si mantenesse l’aumento a 1,5°C.

Nei case study proposti dal rapporto, il Sudan è il Paese che – con le politiche attuali – affronterebbe il peggiore impatto economico con una perdita dell’83,9% del PIL entro il 2100.

Già nel 2021 si era parlato dell’acuta vulnerabilità del Paese al clima estremo: secondo l’aggiornamento al 29 settembre dello stesso anno, forti piogge e inondazioni improvvise hanno colpito oltre 314.000 persone in 14 dei 18 stati.

Solo l’anno scorso il Sudan ha dichiarato lo stato di emergenza per tre mesi, in quanto le inondazioni che l’ONU ha definito le peggiori del Paese in cento anni hanno causato circa 140 morti e 900.000 persone colpite.

Nushrat Chowdhury, consigliere per la giustizia climatica di Christian Aid del Bangladesh, ha detto di aver visto in prima persona come la perdita e i danni causati dal clima abbiano già colpito la sua gente con inondazioni e cicloni.

“Stiamo perdendo tutto. Il livello del mare si sta alzando, e la gente è disperata per adattarsi alla situazione che cambia. Questo studio dimostra che anche se manteniamo l’aumento della temperatura a 1,5° C, il Bangladesh subirà un impatto sul PIL di oltre il 38% entro il 2100”, ha dichiarato Chwodhury. “Se mai si era alla ricerca di una dimostrazione della necessità di un meccanismo concreto che agisca sulle perdite e i danni, è proprio questa”.

Vulnerabilità e giustizia climatica

Perdite e danni dei Paesi più vulnerabili diventano dunque una questione di giustizia: ““Le perdite e i danni potrebbero essere molto più alti perché questo approccio di modellazione non tiene conto dell’impatto degli eventi meteorologici estremi. Tuttavia, maggiori investimenti nell’adattamento potrebbero ridurre i costi finali. I miseri importi che i governi occidentali stanno impegnando per sostenere l’adattamento per i Paesi più poveri è una delle questioni in sospeso in discussione alla COP26”, afferma l’economista della Humboldt-Universität.

Paesi più poveri che oltretutto hanno contribuito in misura minore alla crisi climatica e ambientale: basti pensare che le emissioni dei 10 Paesi più vulnerabili è in media intorno alle 0,45 tonnellate, contro le 16,1 tonnellate pro capite delle sole emissioni negli Stati Uniti.

 

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