Se le foreste si trasformano in

Un nuovo allarme

Secondo una nuova ricerca – “World Heritage forests: Carbon sinks under pressure” – realizzata collegialmente da World Resources Institute, IUCN (International Union for Conservation of Nature, ossia l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) e Unesco, siamo di fronte ad un nuovo, preoccupante allarme: alcune delle più preziose foreste del mondo (10, per la precisione) riconosciute patrimonio mondiale dell’umanità da parte dell’Unesco nonché aree protette (ad es. lo Yosemite negli Stati Uniti, la zona di Greater Blue Mountains in Australia o le foreste pluviali tropicali di Sumatra in Indonesia o ancora quelle della Repubblica Democratica del Congo, a partire dal 2001 fino ad oggi, hanno emesso più carbonio di quanto siano state in grado di assorbirne, a causa, principalmente, delle attività antropiche sempre più impattanti. Da pozzi o sink di carbonio, si sono pericolosamente trasformate in fonti di emissione di CO2; da meravigliosa risorsa ecosistemica per l’intero Pianeta, grazie al loro ruolo nell’assorbimento di anidride carbonica, a fonti nette di emissioni, appunto, soprattutto a causa delle attività umane, insieme ad una serie di concause, come la deforestazione, gli impatti sempre più evidenti della crisi climatica e gli incendi boschivi, la cui frequenza ed estensione aumenta, purtroppo, di anno in anno a livello planetario. Tutti fattori che, insieme, hanno fatto sì che – come affermano gli autori dello studio, Tales Carvalho Resende (Unesco), David Gibbs e Nancy Harris (WRI), Elena Osipova (Iucn) – “negli ultimi 20 anni, i siti Patrimonio dell’Umanità hanno perso 3,5 milioni di ettari di foresta (un’area più grande del Belgio) e le foreste di 10 siti Patrimonio dell’Umanità hanno emesso più carbonio di quanto ne hanno assorbito. La continua dipendenza dai pozzi di assorbimento e dallo stoccaggio del carbonio di queste foreste dipende da una migliore protezione delle foreste”.

L’immagine precedente, riporta la schematizzazione relativa alla quantità di carbonio che le foreste rilasciano e assorbono nel tempo, che dipende da alcuni fattori principali quali il tipo e l’intensità delle perturbazioni, nonché la quantità di carbonio immagazzinato nella foresta e rilasciato nell’atmosfera al momento del disboscamento. In condizioni “naturali” le foreste rimuovono (sequestrano) il carbonio dall’atmosfera più gradualmente man mano che crescono e, generalmente, quelle più vecchie e mature immagazzinano più carbonio per unità di superficie rispetto alle foreste più giovani o in fase di recupero; nel momento in cui queste foreste vengono completamente e permanentemente eliminate, le conseguenti emissioni di CO2 sono rapidissime e fortemente maggiori. Al contrario, le foreste più giovani o quelle che si stanno riprendendo da precedenti perturbazioni, catturano il carbonio più rapidamente delle foreste più mature, così come le foreste a latitudini più basse (tropicali o subtropicali) o umide catturano il carbonio più rapidamente delle foreste più latitudine (temperate o boreali) o foreste in zone aride.

I polmoni verdi del mondo sotto forte stress esogeno

Le foreste, com’è noto, contribuiscono direttamente al sistema climatico globale, attraverso i propri meccanismi fisiologici di emissione e assorbimento di anidride carbonica dall’atmosfera. Tuttavia, la comprensione più precisa dei meccanismi di trasferimento della CO2 tra le foreste e l’atmosfera in luoghi specifici, è stata spesso ostacolata dalla mancanza di dati di riferimento precisi e specifici.

Il rapporto “World Heritage forests: Carbon sinks under pressure”, grazie alla realizzazione di nuove mappe relative alle quantità di carbonio assorbito e rilasciato dalle foreste tra il 2001 e il 2020 da parte WRI, in combinazione con le informazioni provenienti dal monitoraggio nei siti, realizzato grazie  al  processo di segnalazione dello  stato di conservazione della Convenzione del Patrimonio Mondiale e dell’IUCN World Heritage Outlook del 2020, per la prima volta sono stati stimati il ​​carbonio lordo e netto assorbito ed emesso dalle foreste Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco tra il 2001 e il 2020 e sono state determinate le cause delle emissioni da alcuni siti. “Nonostante la notevole quantità di carbonio immagazzinato e assorbito dalle foreste in tutta la rete del patrimonio mondiale dell’Unesco, i benefici climatici anche di alcune delle foreste più iconiche e protette del mondo sono sotto pressione a casa dell’utilizzo del suolo e dai cambiamenti climatici” afferma Tales Carvalho Resende, uno degli autori dello studio.

Le 257 foreste del pianeta riconosciute Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, coprono un’area di circa 69 milioni di ettari, ovvero una superficie pari al doppio di quella della Germania e, nel corso dei secoli, esse hanno immagazzinato circa 13 miliardi di tonnellate di carbonio che – tanto per avere un raffronto comparativo – è superiore alla quantità totale di carbonio nelle riserve petrolifere del Kuwait. Oltre ai 10 siti “trasformati”, l’UNESCO rende anche noto che su altri 247 siti analizzati nello studio, almeno 166 sono ancora considerabili “pozzi” netti, mentre 81 risultano neutri. Questi dati portano a stabilire che, in totale, questi ecosistemi forestali assorbono, ogni anno, circa 190 milioni di tonnellate di CO2 dall’atmosfera, pari a circa la metà delle emissioni di combustibili fossili annuali del solo Regno Unito. Ma, come scritto in premessa, negli ultimi 20 anni, molte emissioni di CO2 da questi siti sono aumentate, alcune anche più di quanto carbonio rimuovono dall’atmosfera.

Per quanto concerne, poi, i modelli di emissione della CO2 dei sistemi forestali, l’Unesco sottolineando, che “anche siti che sono pozzi totali più piccoli (assorbendo meno CO2 in generale) possono svolgere un ruolo considerevole nella regolazione del clima regionale e locale” stante la capacità di un singolo ettaro medio di foresta Unesco di assorbire, in un solo anno, la stessa quantità di carbonio emessa da un’auto, “nonostante i restanti pozzi di carbonio netti nel complesso, hanno mostrato picchi o chiare traiettorie verso l’alto nelle emissioni che minacciano la forza del pozzo in futuro”.

Cosa minaccia le foreste?

Il processo di monitoraggio reattivo da cui è scaturito il Rapporto, ha evidenziato le due principali e più diffuse minacce per le foreste del Patrimonio Mondiale dell’Unesco: i cambiamenti climatici e le condizioni meteorologiche avverse associate (incendi, tempeste, inondazioni, siccità, temperature estremi e spostamento/alterazione dell’habitat, perdita di biodiversità, ecc.) e pressioni sull’uso del suolo, associate a varie attività umane come il disboscamento illegale, la raccolta del legno e la deforestazione spinta di estese aree sia per la c.d. “invasione agricola” per produzione alimentare, che per l’allevamento/pascolo animale e le colture per produzione di biocombustibili, le minacce delle industrie estrattive e il degrado ambientale diffuso. Ciascuno di questi fattori di pressione (per la stragrande maggioranza dei casi di origine antropica), sono presenti in circa il 60% dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. L’ulteriore problema che emerga dalla ricerca, è che le previsioni vedono l’attuale tendenza – per diversi siti protetti dall’Unesco – in aumento anche nei prossimi decenni e che – come sottolinea ancora il ricercatore Carvalho Resende, “ciò che sta accadendo a livello di siti del patrimonio mondiale è solo la punta dell’iceberg. Anche quelle che dovrebbero essere le aree migliori e più protette al mondo, in realtà, sono attualmente sotto pressione a causa del cambiamento climatico e non solo“.

Un problema sempre più minaccioso: gli incendi boschivi

Preservare le foreste e far crescere gli alberi ha, certamente, un enorme potenziale per garantire l’assorbimento del carbonio dall’atmosfera, ma la combinazione del riscaldamento globale, della siccità e dei disastri ambientali sempre più diffusi, fanno sì che proprio gli alberi nelle aree colpite dagli incendi potrebbero diventare parte del problema complessivo, rendendo meno efficaci il fondamentale contributo eco-sistemico che essi svolgono, oltre che generare perdita di biodiversità e di paesaggi a volte secolari. “Alcuni siti si sono trasformati in fonti di emissioni a causa di uno o due incendi così intensi ed estesi, da rappresentare le emissioni annuali di molti Paesi del mondo. E’ un circolo vizioso. Con il riscaldamento globale, si generano più incendi. Con più incendi, viene emessa una maggiore quantità di CO2. Più CO2 significa che le temperature continuano ad aumentare” afferma Carvalho Resende.

Anche se il fuoco è una componente nel sistema di successione ecologica di un ambiente forestale (sono numerose le specie arboree e o arbustive che affidano la propria disseminazione proprio al fuoco), nell’ultimo decennio, in alcuni luoghi si sono verificati vasti incendi che hanno generato anche più di 30 milioni di megatoni di emissioni di CO2 (la Bolivia emette più o meno gli stessi gas serra da combustibili fossili in un solo anno) ”, solo all’interno dei confini dei siti in oggetto che, di conseguenza, rappresentano solo una piccola parte degli effetti dell’incendio su una area vasta.

Quali strategie adottare?

Allo scopo di evitare che, appunto come già avvenuto negli ultimi 20 anni (2001-2021) altre foreste si trasformino da pozzi a fonti di emissioni di CO2, gli esperti raccomandano di accelerare ed incrementare più azioni decisive, al fine di evitare l’innalzamento delle medie temperature globali e proteggere la natura e la biodiversità, così come suggerito e richiesto, da tempo, da scienziati, ambientalisti e società civile, tanto più in occasione della COP26 di Glasgow. Come ha ricordato Elena Osipova (IUCN), l’aver modificato alcuni siti al punto da trasformarli in fonti di CO2è inquietante. Dovremmo davvero rafforzare la protezione di questi posti ed evidenziare la loro importanza per la mitigazione e l’adattamento al clima, in modo che non accada in altri luoghi in futuro“. Anche se sono necessari diversi interventi per affrontare tutte le minacce alle foreste del patrimonio mondiale dell’Unesco che, è bene evidenziarlo, sono presenti e sparse in tutto il mondo, quindi vanno considerati e gestiti come fenomeni globali e non come un problema relativo a un particolare Stato o regione, dal Report emergono tre percorsi distinti per proteggere queste foreste come pozzi di carbonio per le generazioni future, contro gli eventi meteorologici estremi e le crescenti pressioni sull’uso del suolo:

  1. Adottare risposte ed azioni rapide ed efficaci di prevenzione di eventi di devastazione causata da eventi estremi generati dal riscaldamento ed ai conseguenti cambiamenti climatici. Spesso vengono persi giorni preziosi nell’organizzazione di un intervento di emergenza per eventi estremi legati al clima (ad es. gli incendi forestali di grandi ed estese dimensioni) a causa della mancanza di fondi e/o di dati affidabili. Sebbene alcuni siti afferenti al Patrimonio dell’Umanità abbiano già previsto misure per gestire meglio i rischi, adottando piani di adattamento ai cambiamenti climatici (es. Wet Tropics of Queensland in Australia e Mount Kenya National Park/Natural Forest in Kenya), implementando programmi integrati di gestione degli incendi (Cerrado Protected Areas: parchi nazionali Chapada dos Veadeiros ed Emas in Brasile), e sostenendo iniziative di riduzione del rischio di catastrofi attraverso la protezione delle coste e la regolamentazione delle inondazioni (Sundarbans in Bangladesh e Sundarbans National Park in India), rimane ancora basso il numero di tali siti che adottano politiche, piani o processi di gestione o riduzione di tali rischi.

  2. Supportare i meccanismi che massimizzano l’integrità e la connettività delle foreste del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Poiché la maggior parte delle pressioni antropiche e ambientali su tali siti ha origine al di fuori dei loro confini, dove la protezione delle foreste è più debole e la frammentazione del territorio forestale intorno ai siti può generare maggiori emissioni di carbonio e interrompere la connettività ecologica con implicazioni negative per il funzionamento dell’ecosistema più e la stabilità degli stock di carbonio, una gestione e una protezione integrata del territorio, insieme alla creazione di corridoi ecologici e zone cuscinetto (specificamente raccomandate nelle linee guida per la dichiarazione e la gestione dei siti del Patrimonio Mondiale) sono pertanto necessarie a preservare e garantire la capacità dei siti di immagazzinare e sequestrare il carbonio.

  3. Integrare i siti del patrimonio mondiale dell’UNESCO (così come tutti gli altri sistemi forestali più o meno naturaliformi, esistenti) nei programmi per il clima, la biodiversità e lo sviluppo sostenibile, attraverso un’azione sempre più coordinata a tutti i livelli, con l’inclusione nelle politiche nazionali dei diversi Paesi, ad es., degli obiettivi di sviluppo sostenibile, dei piani d’azione per il clima (es. i Nationally Determined Contributions, nell’ambito dell’accordo di Parigi) e delle strategie sulla biodiversità nell’ambito del Post-2020 Global Biodiversity Framework.

Lo studio conclude affermando che: «Le foreste del patrimonio mondiale dell’Unesco possono continuare a essere pozzi di carbonio affidabili, solamente se sono protette efficacemente dalle minacce locali e globali. L’alto profilo, la portata globale e il potere ispiratore dei siti Patrimonio dell’Umanità sono alla base di una forte motivazione ad agire. L’attuazione di successo delle azioni per proteggere queste foreste richiede la mobilitazione dei principali stakeholders (ad esempio governi, società civile, popolazioni indigene, comunità locali e settore privato) per sviluppare finanziamenti e investimenti sostenibili e promuovere la condivisione interdisciplinare delle conoscenze per il processo decisionale. Speriamo di stimolare davvero l’azione per il clima per proteggere questi gioielli, che sono siti del patrimonio mondiale costituiscono anche, “Questi sono laboratori per il cambiamento climatico nel suo complesso, non solo legati al clima, ma anche alla biodiversità. Vogliamo facilitare le conversazioni con le principali parti interessate per finanziare effettivamente questi siti e fornire alcuni investimenti sostenibili”.

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