Villa Boncompagni Ludovisi

Il Casino Boncompagni Ludovisi finisce all’asta

E’ di qualche giorno fa la notizia che il casino Boncompagni Ludovisi andrà all’asta.

Simbolo della cultura tardo manierista e barocca di Roma, il casino Boncompagni conserva alcune delle più significative espressioni artistiche di quel periodo. Il soffitto di Giove, Nettuno e Plutone di Caravaggio, l’Aurora di Guercino, il Galata morente, il Galata suicida, o l’Ara Ludovisi non hanno bisogno di presentazioni, né al pubblico di esperti storici dell’arte o archeologi, né a quello degli appassionati o amatori. Sono icone dell’arte e della memoria di Roma che appartengono al patrimonio materiale e immateriale dell’umanità.

La notizia da qualche giorno occupa le testate nazionali e internazionali, che riportano pareri e opinioni di storici dell’arte, museologi, intellettuali. Il pensiero degli interpellati si divide tra chi si professa a favore, a chi non lo è; tra quanti gridano allo scandalo, e quanti invece ritengono l’operazione oltre che legittima, come sancito dalla nostra Costituzione, assolutamente parte del corso naturale delle cose. A noi, in questa fase, non interessa entrare in questo dibattito, ma fornire alcuni elementi di riflessione partendo dalla storia della Villa, che potrebbe essere riassunta, in quattro emblematiche date: 1596, 1621, 1885, 2021.

La storia della Villa

Quattrocento anni che racchiudono la storia dell’arte, del paesaggio, del collezionismo e di Roma Capitale: dal 1621 al 2021.

Questa storia ora sta per passare dalle mani della famiglia Boncompagni Ludovisi, che la detiene dal 1621, a qualche sconosciuto miliardario che parteciperà, nei prossimi mesi, all’asta per la vendita di quel che resta della villa Boncompagni Ludovisi e del suo Casino.

M ripercorriamo insieme, brevemente, le vicende.

.Il 26 novembre 1596 il cardinale Francesco Maria del Monte acquista la villa, affidando subito dopo a Caravaggio la decorazione del «Camerino alchemico» come fonte di «sodisfatione», come scrive al granduca Ferdinando I a Firenze. Il Merisi dipinge Giove, Nettuno e Plutone sulla volta, prima del 20 settembre 1597, un olio su muro, scoperto da Giuliana Zandri nel 1969.

Dopo un paio di passaggi di proprietà, nel 1621 la villa è venduta ai Ludovisi, divenendo la residenza del cardinal Ludovico Ludovisi, che, con prontezza, mette su, nel breve pontificato dello zio Gregorio XV (febbraio 1621- luglio 1623), una collezione di ben 300 dipinti e statue antiche tra le più prestigiose del tempo. Il Galata morente, Galata suicida, ad esempio, sono riportati nell’inventario del 1623, redatto da Giovanni Antonio Chiavacci, guardarobiere della Vigna di Porta Pinciana, per il cardinale Ludovico Ludovisi; mentre Antonio della Corgna, in quello del 1633, riporta anche dipinti dei Carracci, di Guido Reni, di Guercino e di Domenichino. Molte di queste opere erano state portate direttamente da Bologna, come Lot e le figlie e Susanna e i vecchioni di Guercino; mentre a Roma continuò a collezionare arte bolognese e veneziana, come La toletta di Venere che commissionò direttamente a Guercino. Al pittore, il cardinale allogò nel 1621 anche l’Aurora per la quale si avvalse della collaborazione nella realizzazione della finta architettura di Agostino Tassi. Il complesso programma iconografico, per i quali sono stati avanzati i nomi di Enzo Bentivoglio, Giovan Battista Bandiera e Giovan Battista Agucchi, attinge ai repertori mitografici e a Cesare Ripa, in quegli anni già divenuto un manuale classico.

La collezione di statue antiche, alienate nel tempo, è ora divisa tra i Musei Capitolini e il Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps.

Il casino era situato in un contesto ambientale rigoglioso e ricco di piante, abbellito dalle statue che il terreno su cui poggiava, quello degli Horti Sallustiani, stava restituendo con commovente generosità. Già nel 1581 Michel de Montaigne aveva sottolineato durante il suo soggiorno romano la capacità delle famiglie aristocratiche di accordare «le antichità e le vigne, le quali sono giardini e luoghi di delizia d’una singolare amenità e dove ho appreso come l’arte possa bene utilizzare a ai propri fini un posto gibboso, mosso e ineguale, ché ne han saputo cavare bellezze inimitabili nelle nostre contrade pianeggianti, riuscendo a sfruttare industriosamente tale amenità».

La Villa Ludovisi rappresentava una perla nella cintura verde di Roma, di cui ne fa una lucida descrizione Charles de Brosses nelle sue Lettres familières écrites en 1739 et 1740, auspicandone la salvaguardia come esempio di cura e conservazione del paesaggio romano (il de Brosses aveva compiuto il suo viaggio per studiare lo storico Sallustio, ndr).

Goethe, Stendhal, Gogol e D’Annunzio torneranno a decantarne le bellezze presenti e passate. L’americano Henry James visitò la villa nel 1872, dandone forse l’ultima descrizione prima della distruzione avvenuta nel 1885 in seguito alla decisione di lottizzarne i terreni per creare il quartiere borghese di Roma, da poco più di un decennio Capitale del Regno.

James racconta che a «Roma non esiste niente di così felicemente retto, nulla di più perfettamente consacrato allo stile. I terreni e i giardini sono immensi e l’imponente cinta muraria in scabro laterizio della città si staglia allungandosi sullo sfondo, facendo risaltare i sette colli, senza per questo perdere la propria grandiosità. C’è di tutto: viali ombrosi, inclusi nell’abbraccio dei secoli, boschetti, vallette, stagni, prati rigogliosi, fontane folte di canne, distese fiorite cosparse di enormi pini obliqui».

Di questo giardino rimane ancora un monumentale Cedro del Libano nel piccolo giardino del Casino, che sarà alienato con il resto della proprietà.

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