i governi hanno tentato

Le pressioni sull’IPCC

Mancano pochi giorni all’avvio dei lavori della COP26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow e che vedrà i leader del mondo riunirsi per definire una strategia necessaria per fronteggiare la crisi climatici e mitigarne gli effetti già in atto. Un’occasione fondamentale, forse l’ultima che abbiamo a disposizione per cercare di centrare gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi del 2015. Eppure proprio a ridosso di un appuntamento tanto importante per il nostro futuro, un’inchiesta della BBC ha rivelato come diversi Stati nei mesi precedenti abbiano fatto pressione sull’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) affinché modificasse il suo sesto rapporto – la cui prima parte è apparsa lo scorso agosto – alterandone le conclusioni con l’obiettivi di mantenere lo status quo e allontanare il fantasma della transizione ecologica.

Il rapporto, il cui scopo è proprio quello di fornire ai governi le indicazioni necessarie per portare avanti azioni efficaci in materia di lotta ai cambiamenti climatici, viene normalmente inviato prima in via riservata agli Stati, da cui gli scienziati autori del dossier ricevono commenti e risposte in merito alle linee guida tracciate. Quel che emerge dai 32.000 documenti di cui la BBC è entrata in possesso è tuttavia sconcertante.

Arabia Saudita e Australia contro la transizione energetica

Di fronte ad uno scenario di “allarme rosso” – così come lo stesso IPCC lo ha definito – diversi Paesi hanno cercato di insistere per insabbiare le evidenze scientifiche e continuare col business as usual che ci ha condotti sull’orlo di questo baratro.

Arabia Saudita, Giappone e Australia i Paesi che più di tutti hanno tentato di occultare il reale stato delle cose per proteggere gli interessi economici interni; i combustibili fossili, neanche a dirlo, il nodo centrale su cui si sono concentrate le insistenze da parte dei Paesi coinvolti.

Così, tra i documenti in possesso della BBC, leggiamo le raccomandazioni di un consigliere del ministro del petrolio (il che dovrebbe dircela già lunga) dell’Arabia Saudita, che chiede al Panel di eliminare dal rapporto frasi come “la necessità di azioni di mitigazione urgenti e accelerate a tutte le scale” ed è ancora l’Arabia Saudita – Paese che figura tra i maggiori produttori di petrolio a livello globale – a chiedere agli autori del rapporto di cancellare la conclusione secondo cui “l’obiettivo degli sforzi di decarbonizzazione nel settore dei sistemi energetici deve essere quello di passare rapidamente a fonti zero emissioni di carbonio e di eliminare gradualmente i combustibili fossili”. Non di meglio fa l’Australia – tra i maggiori esportatori di carbone – che attraverso un suo alto funzionario di governo chiede che venga tolto dal rapporto l’indicazione di chiudere le centrali a carbone.

La questione dei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo

C’è poi la questione legata alla giustizia climatica, punto cruciale di questa COP26, sulla quale grande attenzione stanno focalizzando anche gli attivisti dei Fridays For Future.

Come sappiamo, a pagare il prezzo più caro del surriscaldamento del Pianeta sono proprio quei Paesi che meno hanno contribuito alla generazione di emissioni inquinanti; Paesi di solito in via di sviluppo, dove i mezzi economici per far fronte agli effetti devastanti della crisi climatica non sono sufficienti. Per questo, durante la Conferenza sul clima che si tenne nel 2009 a Copenaghen, si stabilì che i Paesi più ricchi avrebbero dovuto fornire 100 miliardi di dollari all’anno di finanziamenti specificamente dedicati al clima ai Paesi in via di sviluppo entro il 2020; obiettivo non ancora raggiunto e sul quale i leader riuniti a Glasgow dovranno cercare di trovare una soluzione. Anche su questo fronte, nonostante l’impegno comune, alcuni Paesi hanno chiesto all’IPCC di modificare passi del report: su tutti la Svizzera a cui si è aggiunta l’Australia che, come emerso dai documenti, ha voluto far presente come “gli impegni climatici dei Paesi in via di sviluppo non dipendono tutti dalla ricezione di un sostegno finanziario esterno”.

Informazioni, quelle emerse dal lavoro della BBC, che non promettono nulla di buono in vista della Conferenza sul clima e che, anzi, sembrano dimostrare ancora una volta la cecità dei potenti anche di fronte alle evidenze della scienza.

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