I Paesi del G20 non stanno

Gas serra e riscaldamento globale ancora in aumento

La temperatura del Pianeta continua ad aumentare e, secondo le stime dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU, oscillerà tra l’1,1 e i 6,4 gradi entro la fine del secolo. L’emergenza climatica e la necessità di porre un freno al riscaldamento globale hanno spinto i governi a siglare patti e regolamenti che possano indicare la rotta da seguire nella lotta ai cambiamenti climatici. L’Accordo di Parigi del 2015 si muove verso questa direzione. Esso è infatti un impegno formale dei governi mondiali a contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C e a limitarne l’incremento a 1,5°C.

A tal fine, gli occhi degli esperti sono puntati sulle emissioni di gas serra che, nonostante gli accordi in atto, anziché diminuire, aumentano.

A confermare questo dato, l’ultimo in ordine di tempo è il Climate Transparency Report, uno studio pubblicato dalla ONG Climate Transparency e realizzato da esperti di 16 organizzazioni e istituti di ricerca partner di 14 Paesi membri del G20, il quale si basa su 100 indicatori di azione climatica per le misure di adattamento, mitigazione e finanziamento utili a far fronte alle sfide conseguenti l’instabilità climatica. Mission dell’organizzazione è incoraggiare ambiziose azioni climatiche tra questi Paesi e monitorare le azioni per il clima messe in atto da quest’ultimi. Tra gli indici presi in considerazione figurano l’attrattività degli investimenti e i fondi destinati alle fonti rinnovabili, la politica climatica, la vulnerabilità agli impatti dei cambiamenti climatici, l’intensità di carbonio nei settori dell’energia elettrica e nell’economia, i sussidi ai combustibili fossili e il contributo al finanziamento per l’azione climatica.

Le colpe dei Paesi del G20

Il rapporto fornisce quindi una visione d’insieme sull’operato dei membri del G20 nell’ottica di una maggiore trasparenza della loro azione per il clima.

Secondo il dossier, la pandemia e le conseguenti restrizioni avevano posto un freno alle emissioni di gas serra, che avevano subito un calo pari al – 6%. Purtroppo però, l’allentamento delle misure anti-contagio e la ripresa post Covid-19 hanno segnato un nuovo aumento pari al +4%. Dato preoccupante soprattutto se letto alla luce degli altri indicatori e tenendo presente che i Paesi del G20 sono responsabili del 75% delle emissioni globali.

Nel documento si legge infatti che “nonostante gli impegni di emissioni net zero al 2050, e alcuni obiettivi climatici di medio periodo aggiornati, i Paesi del G20 – che rappresentano il 75% delle emissioni globali di gas serra – stanno mettendo il Pianeta sulla strada per superare la soglia degli 1,5° C di riscaldamento che porterà ad eventi meteorologici estremi sempre più pericolosi».

Anche se tra il 2019 e il 2020 si registra un aumento della quota di energie rinnovabili, segnando un trend che prosegue anche per il 2021, purtroppo l’intensità di carbonio nel settore energetico, secondo le stime del rapporto, è destinata a crescere, con Cina e India, insieme agli Usa come maggiori responsabili di tale aumento.

Se si guarda al mercato delle auto elettriche, si nota poi che esso è poco sviluppato nei Paesi del G20, dove si continua ancora ad investire fondi pubblici in combustibili fossili. Basti pensare che, tra il 2019 e il 2020, la somma versata per finanziare il fossile è stata di 50,7 miliardi, mentre, su un totale di 1.880 miliardi assegnati dal green recovery per il post pandemia, al fine di promuovere gli obiettivi di mitigazione del clima, sono stati impiegati solo 300 miliardi di dollari.

Male anche l’Italia

Il Bel Paese è lontano dal perseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Non solo dal dossier di Climate Tranparency ma anche dallo studio di Carbon Disclosure Project Europe si giunge alla medesima conclusione.

L’Italia, dunque, non fa abbastanza. Su 194 grandi imprese italiane solo 20 di queste hanno tra i loro obiettivi quello della riduzione delle emissioni, e se si prosegue a questo ritmo le aziende italiane decarbonizzerebbero la loro produzione ad un tasso del 3,3% annuo, mentre per essere al passo con l’Accordo di Parigi sarebbe necessario un tasso annuo del 4,2%.

Dal rapporto della Climate Transparency si legge che l’obiettivo dell’Italia è quello di “ridurre le emissioni del 38% al di sotto dei livelli del 2005 entro il 2030, ma per rimanere sotto 1,5 ̊ C dovrebbero scendere di almeno il 72% a livello nazionale”. Il nostro Paese, però, non si impegna a dovere, nonostante la sua alta vulnerabilità ai cambiamenti climatici: 997 vittime e una spesa di quasi 1,65 miliardi di dollari all’anno a causa di eventi meteorologici estremi, dovrebbero dare l’idea della urgente necessità di misure di adattamento e mitigazione. Mobilità, energia, edilizia e industria sono i maggiori responsabili delle emissioni di gas climalteranti e anche se nel tempo diminuiranno, per il 2050 non riusciremo a raggiungere la neutralità climatica, ma ci fermeremo ad un – 64% rispetto ai livelli del 1990. Pochi, e inoltre non in linea con gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni, sono gli investimenti italiani nel settore delle energie rinnovabili.

Nel Mondo tra il 1999 e il 2018 ci sono stati quasi mezzo milione di morti e i costi per danni conseguenti all’impatto dei cambiamenti climatici sono stati quasi 3,5 trilioni di dollari, ma nonostante queste cifre da capogiro, i Paesi del G20 continuano, tutti, ad investire in combustibili fossili, considerati i principali responsabili dell’instabilità climatica.

E a peggiorare il quadro della situazione è il bilancio generale dell’azione climatica dei membri del G20: tutti sono in netto ritardo con gli obiettivi climatici per il 2030, i progetti per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e i piani di finanziamento per il clima.

E intanto il tempo stringe.

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