La casa degli Adivasi in pericolo

Un’altra protesta per i popoli indigeni

Il 2 ottobre scorso, giorno in cui ricorre il compleanno di Gandhi, centinaia di abitanti dei villaggi indigeni dell’India appartenenti alle comunità Adivasi, ossia i “popoli originari”, si sono riuniti per organizzare una lunga marcia di protesta di oltre 300 km verso Raipur, capitale dello stato di Chhattisgarh, dal 4 al 13 Ottobre. Motivo della manifestazione è stata la decisione del governo indiano di dare il via ad un grande piano di espansione per le miniere di carbone in una zona che conta più di 170.000 ettari di foresta incontattata e che rappresenta una dei luoghi più ricchi di biodiversità di tutta l’India.

Il piano del governo

L’India è sull’orlo di una crisi energetica senza precedenti e la sua forte dipendenza dal carbone, dal quale deriva più del 70% della produzione elettrica nazionale, spinge il governo ad aumentarne le scorte e l’approvvigionamento. A tal fine il Primo Ministro indiano, Narendra Modi, supporta e promuove l’industria estrattiva con l’intenzione di incrementate il settore aprendo nuove miniere di carbone nei territori della Foresta di Hasdeo e ampliando inoltre le 193 miniere già presenti in altre zone dello Stato. In particolare, il piano del governo prevede la creazione di 55 nuove miniere di carbone nelle terre ancestrali degli Indigeni, che servirebbero ad incrementare la produzione di carbone fino a un miliardo di tonnellate annue. Ma gran parte del piano di espansione dell’industria è illegale poiché le zone in cui si sviluppa l’attività ricadono nelle terre ancestrali degli Adivasi, motivo per il quale qualsiasi utilizzo non può avvenire senza il loro consenso. Purtroppo però, tre grandi società minerarie dell’India – Adani, Vedanta e Aditya Birla – si sono già aggiudicate all’asta i lotti di terreno sui quali impianteranno il loro business. Ma gli Indigeni non ci stanno.

La loro battaglia contro il carbone

Sono circa 10.000 gli Adivasi che abitano la Foresta di Hasdeo, situata ad est nello Stato indiano. Essi appartengono a diversi popoli indigeni – i Kunwar, i Gond e gli Oraon – si caratterizzano per la sedentarietà o semi – stanzialità e sono considerati gli abitanti originari di quelle terre.

Da decine di anni ormai gli Indigeni dei territori indiani protestano contro l’industria del carbone nello Stato e, in particolare, contro la creazione di nuove miniere che minacciano di continuo la loro vita. Questi popoli hanno già provato sulla loro pelle le conseguenze dell’espansione dell’industria estrattiva e la devastazione ecologica che comporta, ma nonostante le loro proteste pacifiche, molti membri di queste comunità sono stati picchiati, arrestati e assassinati.

Dalla Dichiarazione del Comitato di Resistenza per salvare la foresta Hasdeo – Hasdeo Aranya Bachao Sangharsh Samiti – si legge che gli Adivasi non sono intenzionati a desistere nella loro battaglia, anzi così dichiarano: “Siamo compatti nel resistere e marciare per proteggere la nostra acqua, la foresta, la terra e i nostri mezzi di sostentamento e la nostra cultura che dipendono da essi. Chiediamo a tutti i cittadini che amano la Costituzione e la Democrazia, a tutti coloro che si impegnano a salvaguardare le acque, le foreste, la terra e l’ambiente, e a tutti i cittadini consapevoli, di unirsi a noi in questo raduno e nella marcia”.

Inoltre, proprio la zona di Hasdeo, oggi al centro delle proteste, era stata dichiarata off limits per l’attività mineraria già nel 2010 dal Ministero Federale dell’Ambiente indiano, provvedimento revocato l’anno successivo, rendendo così possibile il business della società Adani nella foresta, nel 2013 e nel 2015.

Le proteste indigene e la lotta dell’India al cambiamento climatico

Le lotte degli Adivasi e degli altri popoli indigeni del Mondo si inquadrano in un processo globale di lotta al cambiamento climatico secondo Caroline Pearce, direttrice generale della ONG Survival International e per questo la tutela delle loro terre dovrebbe essere di interesse internazionale.

A tal proposito le società che si sono aggiudicate i lotti per impiantare le nuove miniere hanno dichiarato di voler compiere azioni per la tutela e la salvaguardia del Pianeta. Nello specifico la Adani ha affermato di voler investire nei prossimi dieci anni 20 miliardi di dollari per le energie rinnovabili, la Vedanta ha promesso di ridurre le proprie emissioni del 20% nei prossimi due anni e la società Aditya Birla si propone di raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il 2050.

Ma ciò non basta per bilanciare l’impronta ecologica dell’India e mantenere le promesse del governo indiano di essere in prima linea nell’affrontare le sfide che la crisi climatica impone. Il Paese, infatti, è la terza nazione per consumo energetico al Mondo e l’80% del suo fabbisogno energetico deriva da fonti inquinanti quali il carbone e il petrolio, che insieme all’industria estrattiva rappresentano per il Paese una delle maggiori fonti di sviluppo.

Il nuovo progetto, però, non rappresenta solo una minaccia ai popoli della foresta di Hasdeo; la sua realizzazione distruggerà le case, la terra e le fonti di sopravvivenza e sostentamento degli Adivasi, e, al tempo stesso, vanificherà gli sforzi globali per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti in atmosfera contribuendo all’aumento delle temperature sul Pianeta.

Per questo, la lotta degli Indigeni d’India è una lotta che riguarda il futuro dell’Umanità.

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