Sotto inchiesta le bugie

Disinformazione per proteggere il profitto: le big del petrolio sotto inchiesta

Exxon Mobil, BP, Chevron, Royal Dutch Shell potrebbero andare sotto inchiesta, negli USA, per la loro influenza che potrebbero aver giocato nel fuorviare il pubblico sul ruolo dei combustibili fossili nel riscaldamento globale.

Almeno questa è la richiesta dei democratici della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti che puntano a fare chiarezza sulle responsabilità in quella che viene definita una “campagna di lunga durata” di disinformazione sul clima, come scrive l’House Oversight Committee, il principale comitato investigativo del Congresso Usa.

Siamo profondamente preoccupati che l’industria dei combustibili fossili abbia raccolto enormi profitti per decenni contribuendo al cambiamento climatico che sta costando ai contribuenti miliardi di dollari e sta devastando il mondo naturale”, hanno scritto la deputata Carolyn B. Maloney e il suo collega Ro Khanna, che hanno precisato: “Siamo anche preoccupati che per proteggere tali profitti, l’industria abbia condotto uno sforzo coordinato per diffondere disinformazione per fuorviare il pubblico e prevenire azioni cruciali per affrontare il cambiamento climatico”

Le multinazionali contro la lotta alla crisi climatica

Secondo l’House Oversight Committee, tra il 2015 e il 2018, le cinque maggiori compagnie petrolifere e del gas quotate in Borsa hanno speso 1 miliardo di dollari per promuovere la disinformazione sul clima attraverso “branding e lobbying”, attraverso politiche di marketing per creare una immagine delle stesse aziende e dei fossili nella mente dei consumatori che non corrispondono alla realtà dei fatti.

Informazioni documentate – secondo il Comitato – indicano che queste aziende hanno lavorato per prevenire un’azione seria sul riscaldamento globale generando dubbi sui pericoli documentati dei combustibili fossili e travisando la portata dei loro sforzi per sviluppare tecnologie energetiche alternative: tattiche simili a quelle portate avanti dall’industria del tabacco per resistere a una più severa regolamentazione delle vendite.

Sotto accusa anche Facebook

Non sorprende questa presa di posizione, anche considerando un’altra denuncia, questa volta partita da The Guardian, che ha accusato senza mezzi termini Facebook di essersi prestato, più o meno involontariamente, ad una gigantesca operazione di disinformazione architettata dalle compagnie energetiche “tradizionali” soprattutto nel periodo della campagna elettorale americana del 2020.

Dai messaggi subdoli tendenti a sottolineare il ruolo favorevole delle società petrolifere nella vita quotidiana delle comunità, a quelli volti a dipingere i produttori di combustibili fossili come parte della soluzione e non artefici del problema del riscaldamento climatico, fino a quelli mirati addirittura a far passare le compagnie come custodi dello stesso “american way of life”: tutto questo e altro ancora sarebbe passato per tutto lo scorso anno su Facebook senza che il social media intervenisse per verificare ed eventualmente correggere o cancellare i contenuti in questione, che hanno creato una “narrativa” del tutto irreale, fuorviante e pericolosa sul climate change, sui veri pericoli e sui problemi che crea, definiti dal quotidiano londinese “i più seri che l’umanità sta correndo in questo momento”. Bersaglio di queste disinformazioni, soprattutto il pubblico americano ma evidentemente Facebook è un network mondiale.

Questa indagine condotta da InfluenceMap ha scoperto 25.147 annunci pubblicitari postati a pagamento da 25 aziende dell’oil and gas sector lungo tutto il 2020, che sono stati visti oltre 431 milioni di volte. Gli annunci sono costati 9.597.376 dollari e sono stati tutti rivolti appunto a dipingere le industria come climate-friendly. Uno dei punti più controversi rimane l’uso del gas fossile, promosso invece senza esitazioni (né dimostrazioni) in ben 6.782 annunci specifici come “green”.

Il più insidioso di questi messaggi, rileva ancora InfluenceMap, è quello che indica i comportamenti individuali come gli unici in grado di risolvere il problema, “come se rinunciare a prendere l’aereo o usare meno acqua per lavarsi fosse la ricetta miracolosa per frenare il riscaldamento globale”. La stessa Iea calcola invece che tali scelte dei consumatori non valgono più dell’8% degli sforzi, che ricadono in massima parte sulle industrie e sui loro modelli di business. Tutto questo – conclude recisamente il Guardian – dimostra che “l’industria del petrolio e del gas utilizza Facebook per la sua strategia politica”. E per orientare l’opinione pubblica in direzione contraria al buon senso e alle risultanze scientifiche.

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