Italia selvatica: l'orso

Il caso dell’orso bruno dell’arco alpino

Ma che importa, dirà qualcuno, se l’orso scomparisse dalle Alpi? E’ un po’ come chiedere perché sarebbe un guaio se il Cenacolo di Leonardo andasse in polvere. Sarebbe un incanto spezzato senza rimedio, una nuova sconfitta della già mortificatissima natura; perché quanto più si estende sulla terra vergine il dominio dell’uomo, tanto più diminuiscono le sue possibilità di salvezza, e a un certo punto egli si ritroverà prigioniero di se stesso, gli verrà meno il respiro e per un angolo di autentico bosco sarà disposto a dar via tutte le sue diaboliche città”. Così scriveva Dino Buzzati sulle pagine del Corriere della Sera nel giugno del 1948 e così Daniele Zovi nella sua “Italia selvatica” apre il capitolo dedicato agli orsi. Allora infatti il dibattito sul rischio di estinzione dell’orso bruno dall’arco alpino era piuttosto vivo ed il Trentino era rimasto l’ultimo rifugio di una specie agonizzante. Dopo andò anche peggio, se si considera che la popolazione di orsi agli inizi degli anni Sessanta era di circa quindici esemplari e che si ridusse a poco più di quattro negli anni Novanta. Si trattava peraltro di esemplari vecchi e probabilmente sterili, incapaci di salvare la specie dall’estinzione, cosa già molto ardua se si considera che il numero di mammiferi di questo tipo non dovrebbe mai scendere sotto le cinquanta unità. Fu allora che venne avviato, grazie all’impegno del Parco naturale Adamello Brenta, della provincia autonoma di Trento ed al sostegno dell’Unione Europea, il progetto Life Ursus, un progetto avviato tra il 1999 ed il 2002 che prevedeva il rilascio di dieci orsi, tre maschi e sette femmine, provenienti dalla Slovenia dove invece la popolazione di orso bruno è robustissima e supera le cinquecento unità. Ecco i nomi dei “padri pellegrini”: Jurka, Daniza, Maja, Brenta, Kirka, Vida, Irma, Masun, Jozen e Gasper. I loro figli e nipoti sarebbero stati invece indicati con una sigla formata da lettere, desunte dalle iniziali dei genitori, e da numeri progressivi. E’ il caso di orsi passati all’onore delle cronache perché problematici, come l’anziana orsa Dj4, l’orsa Kj2, abbattuta nel 2017, o i giovani M57 o M49. Quest’ultimo per le sue ripetute fughe dal centro faunistico di Casteller si è guadagnato il soprannome di Papillon. Il ripopolamento ha dunque avuto successo riaprendo però, come si può immaginare, il dibattito su di chi debba essere la montagna, se dell’orso o dell’uomo.

L’orso e l’uomo

In generale un orso è definito dannoso quando arreca danni materiali ripetuti alle cose, ad esempio attraverso la predazione di bestiame domestico, la distruzione di alveari o danni alle coltivazioni, oppure se utilizza in modo ripetuto fonti di cibo legate alla presenza umana. Un orso che arreca un solo danno grave o che si renda protagonista di incursioni sporadiche non è considerato dannoso. Ma l’orso è pericoloso per l’uomo? E come bisognerebbe comportarsi in caso di incontro ravvicinato? In linea generale l’orso non riconosce l’uomo come una preda e quindi non lo attacca. Tuttavia casi di aggressione si possono verificare quando l’orsa con i piccoli si sente minacciata e difende la prole o quando ci si avvicina in maniera improvvisa, magari alle spalle e sottovento, ad un orso intento a mangiare una preda. Meglio dunque stare alla larga anche perché un orso corre più veloce di noi e sa arrampicarsi sugli alberi. Se ci si imbatte in un orso casualmente la cosa migliore da fare è allontanarsi lentamente, indietreggiando e continuando a parlare con un tono normale. Non bisogna gridare, né tantomeno lanciare pietre. Se durante un incontro ravvicinato l’orso dovesse alzarsi sulle zampe posteriori non bisogna preoccuparsi, questo comportamento è dettato dalla necessità di vedere meglio la situazione e quasi sempre è seguito dal ritorno alla postura a quattro zampe e dall’allontanamento. Se si incontrano dei cuccioli di orso è meglio allontanarsi perché la mamma orsa è sicuramente nei paraggi, allo stesso modo non bisogna offrirgli del cibo. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante, esso infatti richiama tra le altre cose alla necessità di un netto contrasto verso un atteggiamento troppo familiare dell’uomo. Gli orsi problematici sono spesso e volentieri orsi che hanno perso il timore nei confronti dell’uomo, finendo per essere antropizzati ed acquisire abitudini dannose e talvolta pericolose.

L’orso marsicano

Un discorso diverso va fatto per l’orso marsicano, che a differenza di quello alpino è molto più mansueto. La storia dell’orso marsicano comincia circa quattromila anni fa quando la grande popolazione di orsi bruni presenti in Europa si ridusse a una serie di gruppi più piccoli ed isolati. La causa fu l’intensa deforestazione prodotta dai primi agricoltori neolitici che finirono per isolare l’orso marsicano e determinarne un contestuale crollo demografico. L’isolamento però ha determinato una minore variabilità genetica e mutazioni che lo hanno via via differenziato dall’orso euroasiatico. L’orso marsicano infatti, vivendo in zone caratterizzate da climi più caldi o miti, è più piccolo, ha meno grasso e meno peluria, ma soprattutto, forse anche grazie alla grande disponibilità di cibo, è molto più mansueto. Parrebbe quindi che in Abruzzo la consanguineità, sovente foriera di malformazioni o di patologie, abbia invece isolato un ipotetico gene della bontà e la gente del luogo è molto ben disposta nei confronti dell’animale. Da tempo immemorabile non sono segnalate aggressioni ad uomini da parte di orsi marsicani. Alcuni di essi come le orse Yoga, Gemma, Peppina, Morena, hanno acquisito una certa notorietà con ripetute e pacifiche incursioni in alcuni centri abitati del Parco Nazionale d’Abruzzo. Qualche anno fa le foto di Gemma, ritta sulle zampe posteriori ed appoggiata con quelle anteriori sulla ringhiera di un’abitazione privata abbellita con dei gerani, mentre un cucciolo è in equilibrio sul corrimano della ringhiera ed un altro vi si sta arrampicando, ha fatto il giro del mondo. Il suo paese preferito è Scanno, un gioiello a forma di presepe ma ormai senza più i pastori che ci hanno vissuto per secoli.

L’orso marsicano si ciba per l’80% di vegetali, carote, sedani e cicorie in primavera, mentre di fragole, ciliegie, pere e mele in estate. Purtroppo ne restano solo una cinquantina di esemplari e le femmine in grado di riprodursi ogni anno non sono più di cinque. Una situazione non molto diversa dall’orso bruno alpino, ma con la differenza che se l’orso alpino appartiene ad una famiglia europea ben più vasta che ne consente il ripopolamento alpino, l’orso marsicano è un unicum assoluto. Il rischio maggiore per la sua sopravvivenza continua ad essere l’uomo, attraverso uccisioni accidentali nella migliore delle ipotesi, dolose ed illegali nella peggiore.

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