Gli immortali: Carlo Forlanini

Milano e la peste bianca

Quando si parla di peste il pensiero va immediatamente alle grandi epidemie che flagellarono ciclicamente Milano ed il resto del Paese, in particolare per il capoluogo lombardo a quella del 1576 che vide protagonista l’arcivescovo Carlo Borromeo ed a quella del 1630, raccontata da Manzoni nei Promessi Sposi e nella Storia della Colonna Infame, che vide invece protagonista il cugino di san Carlo e cioè l’arcivescovo Federico Borromeo. Ma Milano è stata anche la città che più di tante altre è stata afflitta e si è prodigata per contrastare la cosiddetta peste bianca (per distinguerla dalla prima, definita nel XIV secolo anche come peste nera), vale a dire il flagello della tubercolosi. All’inizio del Novecento si contarono infatti in Italia quasi 60000 morti ogni anno, per la maggior parte giovani, un dato agghiacciante favorito dalla Grande Guerra ma anche dalla rapida industrializzazione. Le fabbriche erano luoghi di lavoro spesso igienicamente insalubri e gli operai percepivano salari così esigui che erano costretti a vivere ammassati in pochi locali con famiglie numerose, alimentandosi con cibo inadeguato, sia quantitativamente che qualitativamente. Un uomo debole, che viveva in ambienti umidi e polverosi, era la vittima designata di questa malattia. Si trattava di una condanna a morte. Ovviamente Milano, città industriale per eccellenza, fu in prima linea.

L’impegno di Carlo Forlanini

Una legislazione sanitaria del lavoro che tutelasse la salute dell’operaio fu dunque un passo determinante per contrastare le cause del contagio ma furono in molti a prodigarsi in quegli anni per individuare una cura per coloro che erano stati colpiti dalla malattia. In questo ambito una menzione speciale merita Carlo Forlanini, le cui spoglie sono custodite presso il Famedio del Monumentale, che attraverso l’invenzione dello pneumotorace ridiede speranza ad una classe medica depressa e frustrata nei confronti della malattia. Léon Bernard scrisse:” Fu Carlo Forlanini ad inventare nel 1882 a Pavia lo pneumotorace artificiale che ha guarito tanti tubercolotici. Lo pneumotorace artificiale ha riportato la speranza nel cuore dei tisiologi. Questo intervento ha ispirato tutta quella nuova cura antitubercolare che forma la collassoterapia. Non posso ripeterlo abbastanza, fu da lì che partì il nostro cambiamento di atteggiamento verso la tubercolosi; atteggiamento scoraggiato dal quale i medici malgrado gli immortali lavori di Laennec non avevano potuto liberarsi. Forlanini ci ha ridato la fede”.

Carlo Forlanini nacque a Milano nel 1847 e morì nel 1918. Figlio di Francesco Forlanini, medico milanese primario all’Ospedale Fatebenefratelli, fratello di Enrico pioniere dell’aviazione, aveva perso la madre Marianna a soli undici anni. Si laureò in medicina presso l’Università di Pavia e divenne in pochi anni primario del Comparto delle malattie cutanee presso l’Ospedale Maggiore di Milano, continuando però gli studi che lo attiravano di più: quelli sulla tubercolosi polmonare, la malattia che nell’infanzia gli aveva portato via la madre. Si trasferì quindi a Torino dove cominciò ad insegnare, le sue lezioni erano molto frequentate, in particolare quelle che riguardavano i metodi clinici per la diagnosi delle pleuriti e della tisi polmonare. Nel 1899 tornò a Pavia, l’università dove si era laureato ma soprattutto quella che grazie agli studi di Bizzozzero, Golgi, Mantegazza e Bassini, vantava una gloriosa e difficilmente eguagliabile tradizione. Anche qui la sua opera di insegnante destò grandissima ammirazione, sebbene limitata negli ultimi anni dalle sue ormai precarie condizioni di salute.

L’invenzione dello pneumotorace

Egli è ricordato, come dicevamo, soprattutto per lo pneumotorace, invenzione alla quale si dedicò tutta la vita e che ricevette piena accettazione dalla comunità scientifica solo nel 1912. Il principio è semplice ed era basato sull’osservazione che gli ammalati di tubercolosi cavitaria (la tisi polmonare) che avevano fortuitamente uno pneumotorace spontaneo erano soggetti ad un decorso della malattia molto più favorevole. Questo suggerì a Forlanini che il polmone in riposo funzionale cicatrizzasse molto più velocemente e che quindi introducendo del gas inerte nella cavità pleurica in corrispondenza del polmone leso era possibile indurre artificiosamente questa condizione, favorendo in tal modo la guarigione. Era la cosiddetta tecnica della collassoterapia. I suoi lavori lo portarono più volte tra il 1912 ed il 1918 vicinissimo al premio Nobel per la Medicina che tuttavia non raggiunse. Il successivo avvento della terapia antibiotica nei confronti dei micobatteri responsabili della malattia determinò poi progressivamente l’abbandono della metodica, giudicata da alcuni non scevra di rischi. Ciononostante dobbiamo tutti molto a Carlo Forlanini, a cominciare dai tantissimi malati di tubercolosi e dalle loro famiglie che grazie a lui ritrovarono il sorriso. Ma soprattutto rimane fulgido l’esempio di un medico, di un uomo, capace di trasformare con abnegazione e perseveranza una tragedia personale nella ragione stessa di una esistenza spesa al servizio dell’umanità e del suo benessere. Poco importa che non fosse la via migliore, quello che contava come scrisse Bernard era recuperare la speranza.

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