Rinnovabili: gli incentivi ci sono

Assegnato meno del 25% degli incentivi dell’ultimo bando Fer1

In questi giorni si è spesso sentito parlare della questione dei rincari delle bollette per gas ed elettricità, con un aumento che per la corrente si attesterà al +29,8%, mentre per il gas raggiungerà un +14,4%.

Un peso non indifferente per le tasche degli italiani, da imputare – al contrario di quanto sostenuto da chi continua ciecamente ad opporsi alla transizione ecologica – innanzitutto al forte rialzo delle quotazioni del gas e del petrolio. Una soluzione per evitare, tra le altre cose, futuri aumenti in bolletta esiste e passa senza dubbio attraverso un allargamento degli investimenti nelle fonti rinnovabili e alle semplificazioni delle autorizzazioni sempre nel settore, che ci consentirebbero di abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili con enormi giovamenti ambientali, economici e sanitari, senza contare i riflessi positivi che si avrebbero sul fronte del mercato del lavoro.

Eppure, nonostante questo, anche il sesto dei sette bandi previsti dal Decreto Fer1 per l’assegnazione degli incentivi alle rinnovabili si è rivelato un buco nell’acqua: su 3.315,9 MW di potenza incentivabile ne sono stati assegnati appena 820,6, ossia meno del 25%.

Le aste, che altrove funzionano, nel nostro Paese non trovano risposta da parte delle aziende private, frenate da una burocrazia che di fatto non fa altro che allontanarci dall’obiettivo di ridurre del 55% le emissioni entro il 2030.

La burocrazia continua a frenare le rinnovabili

Come ha ricordato anche il Presidente di Elettricità futura, Agostino Re Rebaudengo, per riuscire a centrare questo obiettivo inderogabile “dobbiamo installare 70 nuovi GW di rinnovabili al 2030, ovvero almeno 7 ogni anno. Attualmente, a causa dell’eccesso di burocrazia, riusciamo ad installare appena 1GW all’anno e continuando così ridurremmo solo il 15% della CO2 che occorre tagliare entro il 2030 nel settore elettrico!”.

Allo stato attuale, i tempi per ottenere le autorizzazione necessarie alla creazione di nuove installazioni sono lunghissimi: si parla di un periodo che va dai 18 ai 24 mesi per il fotovoltaico e addirittura dai 3 ai 5 anni se si passa all’eolico.

A i tempi scandalosamente lunghi della burocrazia italiana – ricordiamo che siamo non solo il Paese europeo con le tempistiche più lunghe per ottenere un’autorizzazione, ma anche quello con i costi più alti – si aggiunge quella che viene definita sindrome di Nimby.

Cos’è la sidrome di Nimby?

Nimby è l’acronimo di “Not In My Back Yard” e sta ad indicare l’atteggiamento di chi si oppone alla realizzazione di opere di interesse pubblico in un territorio che percepisce come strettamente personale. Quando si parla di interventi in favore della transizione ecologica, questo approccio si fa particolarmente forte soprattutto intorno al tema delle energie rinnovabili. Così assai frequentemente capita che, dopo mesi se non anni di attesa prima di riuscire ad ottenere un’autorizzazione, un’azienda veda la realizzazione di un impianto bloccarsi a causa delle proteste da parte di oppositori o scettici.

La questione dell’agrifotovoltaico

Grandi polemiche, in particolare, vengono suscitate dall’eolico offshore e dall’agrifotovoltaico. Quest’ultimo spesso osteggiato in nome della tutela del paesaggio e di una produzione agricoalimentari di qualità, nonostante – come ben evidenziato dall’associazione Italia Solare, che ha recentemente lanciato una campagna per contrastare le bufale sul tema del fotovoltaico – i dati dicano altro. Il mito dell’agrifotovoltaico che ruba spazio ai terreni agricoli e danneggia gli agricoltori è infatti negato, secondo Italia Solare, dai numeri che ci dicono come, per raggiungere gli obiettivi riduzione di gas serra, siano necessari 43 GW di nuove installazioni fotovoltaiche, per cui occorrerebbero 56.000 ettari di superficie. Di questa, il 30% potrebbe essere ricavata utilizzando i tetti, dunque la superficie agricola necessaria ammonterebbe circa a 39.000 ettari, a fronte di 4,2 milioni di ettari di superficie agricola non utilizzata presenti nel nostro Paese.

Basta bla, bla, bla

Appena pochi giorni fa, durante il discorso tenuto in occasione del Youth4Climate, Greta Thunberg sottolineava per l’ennesima volta come le azioni intraprese dalla politica e dalle aziende a favore della transizione ecologica non si riducano ad altro che a un continuo bla, bla, bla. Quello stesso bla, bla, bla che sentiamo continuamente nel nostro Paese quando si parla di fonti rinnovabili e addio ai fossili. È tempo di rendersi conto che senza uno snellimento deciso della burocrazia e senza una consapevolezza diffusa dei vantaggi che le rinnovabili possono portare sarà impossibile realizzare il cambiamento e sarà altrettanto possibile sperare di riuscire a contenere l’innalzamento delle temperature. Occorre sempre ricordare che come Paese scontiamo un gap di 3,3 Gw di impianti fotovoltaici, avendo autorizzato l’anno scorso solo 700 Mw a fronte dei 4 gw richiesti dal PNIEC. Altri Paesi hanno raggiunto obiettivi ben diversi, penso alla Francia che ha autorizzato 1 Gw, alla Spagna 4,1 Gw e alla Germania 4,6 Gw. La conversione ecologica e la rivoluzione energetica non va solo annunciata ma va praticata nei fatti.

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