Giornata contro lo speco alimentare:

Impatti sociali e ambientali dello spreco alimentare

Quante volte vi capita di andare al supermercato, acquistare più del necessario e poi finire per buttare via quello che avete nel frigo o nella dispensa? Quella di gettare via il cibo è una pratica purtroppo ancora molto diffusa, frutto di una mentalità dell’accumulo che contraddistingue le società capitaliste e che porta in sé non solo pesanti questioni di carattere etico (è sufficiente dire che, mentre noi sprechiamo il nostro cibo, secondo un rapporto pubblicato da Oxfam lo scorso luglio, 155 milioni di persone in tutto il mondo rischiano di morire di fame), ma anche preoccupanti effetti in termini ambientali.

Appena qualche mese fa, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha pubblicato un rapporto con il quale veniva portata alla luce l’enorme quantità di generi alimentari buttati via nel solo 2019. Il numero è impressionante e non può che far riflettere: 931 milioni di tonnellate di cibo, praticamente l’equivalente di 23 milioni di camion da 40 tonnellate di carico.

Tutto questo impatta notevolmente anche sul pianeta. Sappiamo già quanto la filiera agroalimentare pesi in termini emissioni di gas serra e lo spreco di cibo non fa altro che aggravare la situazione: ad oggi le emissioni generate dal cibo non consumato – che dunque una volta divenuto rifiuto richiede tutto una serie di interventi di smaltimento – si attestano infatti tra l’8% e il 10% delle emissioni globali.

La Giornata internazionale della consapevolezza delle perdite e degli sprechi alimentari

Per sensibilizzare a questo tema, due anni fa è stata istituita dalle Nazioni Unite la Giornata internazionale della consapevolezza delle perdite e degli sprechi alimentari, che ricorre oggi, 29 settembre.

Quest’anno, in occasione di questa giornata, è stato presentato “Food and waste around the world”, il primo rapporto che indaga sugli sprechi alimentari di 8 Paesi del mondo e che ha visto coinvolti Stati Uniti, Cina, Italia, Germania, Regno Unito, Canada, Spagna e Russia.

L’indagine, che ha raccolto dati su un migliaio di cittadini provenienti da ognuno dei Paesi oggetto di studio, ha restituito un quadro fatto di notevoli disparità tra i diversi Stati, con una tendenza allo spreco che appare più forte nel Nuovo Continente che nel Vecchio (il 68% degli europei intervistati dichiara infatti di buttare via cibo meno di una volta alla settimana, contro il 57% dei nordamericani).

Il primato in negativo va agli Stati Uniti, dove ogni settimana un cittadino spreca in media circa un chilo e mezzo di cibo, fanno un po’ meglio – si fa per dire – i canadesi, che settimanalmente gettano via 1.144 grammi di cibo a testa.

Male anche la Cina, con i suoi 1.153 grammi di alimenti sprecati ogni settimana. A finire nei cassonetti dell’immondizia sono soprattutto frutta e verdura, il cui deperimento è più rapido di altri alimenti, ma spesso ad essere buttato via è anche il pane.

E in Italia?

Spetta all’Italia il titolo di Paese più virtuoso tra quelli esaminati. Nonostante anche da noi il raggiungimento dell’obiettivo 12 dell’Agenda 2030 – quello relativo ai modelli sostenibili di produzione e consumo – possa dirsi ancora lontano dall’essere raggiunto, è evidente nel nostro Paese una maggiore attenzione allo spreco rispetto agli altri Paesi inclusi nel rapporto. Mediamente ogni italiano spreca poco più di mezzo chilo di cibo a settimana e, altro aspetto preso in esame, gli italiani sono i più attenti alla qualità del cibo acquistato, con predilezione per l’acquisto di cibo di qualità, perlopiù riconducibile alla dieta mediterranea.

Un primato in positivo, certo, ma la strada da percorrere è ancora lunga e la sensibilità nei confronti degli sprechi alimentari ancora poco diffusa, anche a causa della scarsa attenzione che spesso si riserva a un tema invece tanto centrale.

Il già citato articolo 12 dell’Agenda 2030 ci pone davanti l’obiettivo di dimezzare lo spreco pro capite globale di rifiuti alimentari e di ridurre le perdite di cibo in fase di produzione; rimandare non è più possibile.

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