Il mondo dopo di noi

E se il genere umano sparisse?

Il confronto inaspettato, almeno per i non addetti ai lavori, con la pandemia da Covid-19 ha destabilizzato parecchie delle nostre certezze mettendo a nudo l’estrema fragilità delle nostre società ed un dimenticato rapporto di interconnessione con tutto quello che ci circonda su questo pianeta. Durante le settimane di lockdown più spinto si sono registrati un po’ dappertutto segnali di un importante recupero nella qualità dell’aria e delle acque. Nello stesso periodo le immagini di piccoli o grandi animali selvatici, che timidamente facevano il loro ingresso in paesi o città apparentemente divenute di colpo deserte, hanno fatto capolino nella rete e sui giornali, ricordando a tutti che se quasi sicuramente non siamo soli nell’Universo sicuramente non lo siamo sulla Terra. E allora la domanda sorge spontanea, se improvvisamente il genere umano sparisse da questo pianeta, di colpo, risucchiato in un’altra dimensione o, cosa più probabile, annichilito dalla sua stessa protervia, ebbene il mondo potrebbe fare a meno di noi e cosa ne sarebbe di tutto quello che il genere umano ha creato sinora?

“The World Without Us”

Alan Weisman, famoso scrittore e giornalista statunitense, nonché docente di giornalismo internazionale presso l’Università dell’Arizona, la domanda se l’era posta già più di un decennio fa, senza avere bisogno del SARS-CoV-2 ma semplicemente con uno sforzo di immaginazione a cui è seguita una ricerca puntigliosa e scientificamente attendibile. Ne è venuto fuori un bellissimo saggio dal titolo The World Without Us (Il mondo senza di noi), pubblicato negli Usa nel 2007, in Italia nel 2008 e tradotto in trentaquattro lingue. Ebbene se state pensando alle vostre belle case acquistate con tanti sacrifici, mettetevi comodi sulla vostra poltrona preferita e versatevi qualcosa di forte in un bicchiere. Il colpo infatti è duro, della vostra bella casa forse resteranno le vostre pentole, null’altro. Per quanto riguarda invece la capacità del pianeta e della vita di procedere oltre la risposta appare scontata, la Terra farebbe tranquillamente a meno di noi. Anche se, bisogna dirlo subito, lasceremo una traccia pesante del nostro passaggio nell’alterazione ambientale prodotta in tanti ambiti e tutte quelle specie viventi che oggi hanno bisogno di noi per sopravvivere, o almeno gran parte di esse, si estinguerebbero rapidamente subito dopo di noi. L’elemento principale attraverso cui la natura si riapproprierebbe degli spazi sottratti è l’acqua. C’è acqua dappertutto, gli uomini investono enormi energie per intrappolarla ed addomesticarla secondo le proprie esigenze, ma in nostra assenza sarebbe proprio questo elemento a riportare indietro le lancette del tempo riappropriandosi rapidamente dei propri spazi naturali. In una città abbandonata, soprattutto nei mesi di Febbraio o Marzo, la continua altalena delle temperature sopra e sotto zero determinerebbe un’altalena di passaggi di stato. L’acqua ghiacciando, a differenza di quasi tutti gli elementi in natura, aumenta di volume e questo determina crepe ovunque, ad esempio nel manto stradale o nei tubi non più riscaldati, crepe nelle quali l’acqua tornata liquida o attraverso le precipitazioni si infiltrerebbe ancora più copiosamente. In brevissimo tempo le metropolitane ne sarebbero invase irreversibilmente. Le crepe del manto stradale offrirebbero rifugio ai semi trasportati dal vento capaci di mettere radici e le malerbe crescendo le allargherebbero ancora di più. I fiumi e i corsi d’acqua recupererebbero rapidamente i loro alvei naturali spazzando via qualunque cosa. Nelle nostre case l’acqua arriverebbe preferenzialmente dai tetti, ancora più velocemente attraverso i moderni ed economici tetti in masonite. L’acqua piovana ne determinerebbe il cedimento strutturale con conseguente crollo dell’intero edificio. Dopo cinquecento anni dalla nostra ipotetica scomparsa se viviamo in una zona dal clima temperato una foresta avrà preso il posto del nostro quartiere e, fatto salvo qualche collinetta in più, l’ambiente avrà ripreso esteriormente le sue sembianze originarie. Nel bosco originatosi potremmo però imbatterci nelle parti in alluminio delle lavastoviglie o in utensili da cucina in acciaio inossidabile con le maniglie in plastica spaccate ma di fatto ancora integre. Se invece abitiamo in una zona nel frattempo divenuta desertica (il riscaldamento globale da noi generato proseguirà a lungo anche in nostra assenza) i componenti plastici si sfalderanno e si speleranno più in fretta grazie all’incessante bombardamento ultravioletto dei raggi solari, il legno durerà un po’ di più mentre il metallo a contatto con il suolo salino del deserto si corroderà rapidamente. Dai resti romani sappiamo che la ghisa durerà a lungo per cui non sarà improbabile trovare degli idranti in mezzo ai cactus, unico indizio del passaggio dell’umanità. Magari tra centomila anni lo sviluppo intellettuale della creatura, qualunque essa sia, che dovesse imbattersi o portare alla luce questi utensili pronti all’uso potrebbe giovarsene con un improvviso balzo evoluzionistico, accompagnato però dalla frustrazione di non riuscire a duplicarli o magari tale mistero potrebbe generare una coscienza religiosa.

Gustav Mahler nel suo Das Lied von der Erde sentenzia:”Il firmamento è per sempre azzurro, e la Terra resterà a lungo salda, e fiorirà in primavera” e poi chiosa:”Du, aber, Mensch, wie lange lebst denn du?”, tradotto “ma tu, uomo, quanto a lungo vivrai ?”

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