L'UE deve fare di più

La relazione della Corte dei conti europea

Sostenibilità è la parola chiave che sentiamo continuamente pronunciare quando si parla di economia e di crescita futura. Investire in progetti in grado di favorire la transizione ecologica e di mitigare il cambiamento climatico è un aspetto imprescindibile per affrontare la crisi in corso e per poter ancora sperare di riuscire a centrare l’obiettivo di contenere l’innalzamento delle temperature entro 1,5 gradi.

Ciononostante, l’Unione Europea sta facendo ancora troppo poco non solo per favorire gli investimenti verdi, ma anche per rispettare quanto stabilito dal Piano per la finanza sostenibile approvato nel 2018 e ad oggi ancora largamente inattuato.

Questo è quanto emerge da una relazione appena elaborata dalla Corte dei conti europea, che ha bocciato le azioni portate avanti dall’UE in materia di investimenti green, evidenziando come i criteri impiegati per dichiarare un progetto eco-sostenibile – e dunque consentire l’utilizzo di fondi pubblici europei – non sono né sufficientemente rigorosi, né basati su dati scientifici e uniformi.

Alcuni programmi di spesa non tengono adeguatamente conto dell’impatto ambientale

Una tassonomia per classificare la sostenibilità degli investimenti esiste ed è stata introdotta lo scorso luglio attraverso un regolamento che indica come, per essere considerata sostenibile, un’azione debba essere in grado di contribuire positivamente a uno dei sei obiettivi ambientali stabiliti – che comprendono protezione degli ecosistemi, mitigazione dei cambiamenti climatici, adattamenti ai cambiamenti climatici, passaggio verso l’economia circolare, prevenzione e riduzione dell’inquinamento e uso sostenibile dell’acqua – e allo stesso tempo deve non danneggiare nessuno e rispettare la clausole di salvaguardia sociale.

Tuttavia, ci dice la relazione della Corte dei conti, ad oggi a seguire le indicazioni presenti nel regolamento citato poco sopra sono esclusivamente la Banca Europea degli Investimenti (BEI) e il fondo InvestEu, mentre per altri programmi non è previsto l’obbligo di verificare la compatibilità degli investimenti con i sei obiettivi di eco-sostenibilità. Tra questi c’è anche il Recovery Fund, che, secondo i magistrati contabili, non conterrebbe una valutazione adeguata dell’impatto ambientale degli investimenti.

Servono certificazioni più rigorose

Il dato di fatto è che così alcuni programmi di spesa dell’Unione finiscono col consentire ancora la possibilità di investire in progetti dannosi per l’ambiente; così esistono Paesi – tra cui anche l’Italia – che continuano ad erogare fondi per attività legate ai combustibili fossili e che ancora non hanno stabilito un calendario relativo all’interruzione di questi finanziamenti.

Le attività non sostenibili sono ancora troppo redditizie”, ha dichiarato Emma Lindström, il magistrato delle Corte dei conti europea e responsabile della relazione, che ha poi aggiunto: “La Commissione ha fatto molto per rendere trasparente questa insostenibilità, ma il problema di fondo deve essere ancora affrontato”.

Ad oggi, dunque, la relazione evidenzia l’esistenza di un problema serio relativo alla mancanza di certificazioni rigorose e attendibili sull’impronta di carbonio generata dai progetti oggetto di finanziamenti. Una questione che urge risolvere, se si considera che, secondo gli esperti, per raggiungere l’obiettivo di ridurre del 55% le emissioni entro il 2030 è indispensabile che l’Unione Europea investa tra i 100 e 150 miliardi di euro l’anno in progetti ambientalmente sostenibili.

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