La crisi climatica minaccia la stabilità

L’impatto della crisi climatica sull’economia

“Il prezzo dell’esitazione: Come la crisi climatica minaccia la stabilità dei prezzi e cosa deve fare la Banca Centrale Europea” (“The Price of Hesitation: How the Climate Crisis Threatens Price Stability and What the ECB Must Do About It”. E’ questo è il titolo di un recentissimo rapporto, pubblicato da Greenpeace Germania (Greenpaece Deutschland) dall’Istituto Tedesco per la Ricerca Economica di Berlino (Deutschen Institut für Wirtschaftsforschung Berlin-DIW) e l’Università SOAS di Londra che, per la prima volta, presenta delle prove empiriche dell’impatto che gli effetti sempre più disastrosi delle crisi climatica ed ambientale creano anche sul livello dell’inflazione nella zona dell’Euro (ovviamente, oltre a quelli più drammatici ed irreparabili come perdite di vite umane e catastrofi umanitarie, distruzione di infrastrutture, ecc.) cercando di fare luce su quali di queste forze contrastanti dominano, per ogni categoria di consumo.

Basandosi sui dati del passato – che mostrano che gli eventi naturali hanno già avuto un impatto sull’inflazione – il rapporto afferma che questo effetto può solo diventare più forte con l’aumento del riscaldamento globale, con importanti ramificazioni per le politiche e le operazioni della BCE. La capacità della BCE di controllare l’inflazione, infatti, può essere significativamente minata se il mondo supera la soglia di 1,5° o 2° C. Pertanto, le azioni che prevengono un aumento del riscaldamento globale hanno un ruolo importante nel permettere alla BCE di raggiungere il suo obiettivo primario in futuro.

Gli eventi meteorologici estremi minacciano la stabilità dei prezzi

Entrando un po’ più nel dettaglio, l’analisi di Greenpeace evidenzia come i disastri naturali provocati dalle attività umane, portino ad aumenti dell’inflazione apparente e su quella di fondo i quali, con aumenti di prezzo più alti, soprattutto, per alimenti e bevande, con differenze significative di incidenza tra i paesi dell’eurozona. Gli effetti della crisi climatica – seppur piccoli – sono certamente significativi e pongono importanti sfide alla BCE, al fine di riuscire a raggiungere la stabilità dei prezzi nell’era della crisi climatica. Il rapporto afferma, testualmente: “Eventi meteorologici estremi come siccità, tempeste e inondazioni minacciano la stabilità dei prezzi in Europa, compresi i prezzi di cibo, bevande e altri beni essenziali». I c.d. “disastri naturali” possono influenzare i tassi d’inflazione in vari modi, creando pressioni sui prezzi, tanto al rialzo, quanto al ribasso, anche se non è chiaro, a priori, quale sia la “forza” contrastante della crisi climatica che domina effettivamente. Con la coesistenza di pressioni al rialzo e al ribasso sui prezzi, in effetti, risulta difficile prevedere gli effetti esatti dell’inflazione all’indomani dei disastri naturali. Inoltre, potrebbe risultare che i prezzi al consumo di alcuni beni diminuiscano, mentre i prezzi di altri articoli aumentino.

Infatti, da un lato, l’inflazione può salire poiché gli effetti dei disastri ambientali e climatici possono distruggere colture, edifici e infrastrutture e quindi causare shock negativi dal lato dell’offerta (Batten et al., 2020; Simola, 2020), facendo aumentare i costi dei produttori nazionali e creando effetti di ricaduta sugli importatori stranieri. Allo stesso modo, in presenza di infrastrutture danneggiate o per la necessità di importare i beni dall’estero, i costi di trasporto potrebbero aumentare anch’essi, causando ulteriori pressioni al rialzo sui prezzi e creando ricadute tra i paesi (Klomp e Seruyange, 2020). E’ anche emerso che, dal lato della domanda, i disastri naturali spesso stimolano gli sforzi di ricostruzione, con un conseguente temporaneo boom locale dei prezzi dei beni per la ricostruzione.

D’altra parte, l’inflazione può anche scendere all’indomani di un disastro naturale. Per esempio, la distruzione delle case e del capitale fisico delle imprese può diminuire la ricchezza, portando a una riduzione dei consumi e degli investimenti delle stesse. Questo vale anche se le famiglie e le imprese sono assicurate contro le perdite dovute ai disastri: in primo luogo, i costi di assicurazione più elevati possono impedire ulteriori consumi e investimenti; in secondo luogo, se gli shock meteorologici si verificano più spesso e più fortemente a causa del cambiamento climatico, i costi di assicurazione probabilmente aumenteranno.

Inoltre, l’aumento delle inadempienze sui prestiti, all’indomani di un disastro naturale, può causare una diminuzione della fornitura di credito da parte delle banche, rafforzando – conseguentemente – il calo dei consumi e degli investimenti. La ricerca empirica ha anche dimostrato che la vulnerabilità del clima influenza la disponibilità e il costo del capitale aziendale (Kling et al., 2021).

Necessario un piano di azione per il clima più ambizioso

Gli eventi legati al clima possono influenzare i canali di trasmissione della politica monetaria, potendo influenzare le aspettative, i prezzi delle attività, l’offerta di credito, i tassi di interesse e altri fattori che giocano un ruolo significativo nel processo attraverso il quale le variazioni dei tassi di interesse influenzano l’inflazione (vedi NGFS, 2020). Tenere a mente queste implicazioni del cambiamento climatico, allora, rafforzerebbe l’argomento che il cambiamento climatico può minare la stabilità dei prezzi. Come afferma uno degli autori del rapporto, Yannis Dafermos, docente senior di economia e ricercatore senior presso il Centre for Sustainable Finance della SOAS University di Londra, «Sebbene sia un passo positivo, il piano d’azione per il clima della BCE non riesce a fornire un insieme ambizioso di misure coerenti con l’emergenza climatica che stiamo affrontando. La road-map della BCE si concentra principalmente sulla riduzione dell’esposizione del sistema finanziario ai rischi climatici, invece di dare priorità alla de-carbonizzazione del sistema finanziario dell’area Euro. Anche la tempistica del piano d’azione non è coerente con l’urgenza della crisi climatica. Nel nostro rapporto, identifichiamo una serie di misure che consentirebbero alla Bce e alle banche centrali nazionali dell’area euro di affrontare una delle sfide più importanti dei nostri tempi». Concretamente, in aggiunta all’accelerazione dei loro piani d’azione per il clima, le misure identificate, che vengono raccomandate alla BCE ed alla ECSB, sono:

  1. introdurre dei criteri di performance climatica più espliciti nei propri strumenti di politica monetaria;

  2. allineare la regolamentazione prudenziale, alla neutralità climatica;

  3. abbandonare la neutralità del mercato, come principio-chiave che guida la progettazione della politica monetaria;

  4. incorporare la doppia materialità e i cicli di feedback macro-finanziari nella modellazione macroeconomica e nell’analisi degli scenari;

  5. usare criteri più ambiziosi legati al clima nella propria gestione del portafoglio.

In sintesi, la BCE e l’ECSB devono osare azioni più coraggiose per salvaguardare la stabilità macro-finanziaria nell’Eurozona, rispetto al cambiamento climatico. Come guardiani del sistema finanziario, la BCE e l’ECSB- European Council for Small Business and Entrepreneurship devono inviare chiari segnali al settore finanziario che una transizione netta a zero dell’economia dell’eurozona e del sistema finanziario è un obiettivo chiave delle loro politiche, e che i quadri monetari e prudenziali saranno adeguati di conseguenza.

Greenpeace ha consegnato una copia del rapporto, alla presidente della BCE Christine Lagarde, con l’invito rivolto a tutta la BCE ad agire rapidamente e con decisione, concludendo: «La nuova strategia climatica della BCE deve essere attuata immediatamente e in modo coerente e deve tenere conto delle raccomandazioni scientifiche contenute nel rapporto. Sebbene la BCE non abbia ancora elaborato i dettagli del suo approccio, Greenpeace chiede alla banca di adottare già misure precauzionali, come l’eliminazione delle companies che danneggiano il clima dalle sue operazioni».

A fronte di tutto quanto sin qui evidenziato dal Rapporto, nel nostro Paese c’è chi vaneggia sulla più efficace soluzione per risolvere l’aumento dei prezzi dell’energia, suggerendo di costruire (anche se tutto andasse bene, sarebbe tra 10 anni) una costosissima centrale nucleare in Lombardia e ignorando che gli italiani hanno già detto no al nucleare con ben due referendum.

 

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