Gli immortali: Medardo Rosso

La visione artistica

Una volta Medardo Rosso affermò: “Ce qui importe pour moi en art, c’est de faire oublier la matière”, vale a dire “a me, nell’arte, interessa soprattutto di far dimenticare la materia”. In questa affermazione è condensata la visione e l’idea artistica che animò uno dei principali esponenti della Scapigliatura milanese durante tutta la sua vita.

Medardo Rosso nacque a Torino nel 1858 e morì a Milano nel 1928. E’ sepolto all’interno della sezione del cimitero Monumentale destinata agli acattolici, vale a dire prevalentemente agli atei ed ai cristiani non cattolici, che si trova in una posizione completamente speculare ed opposta rispetto alla sezione israelitica. Anche questa sezione fu concepita sin dall’inizio a testimonianza, lo sottolineo ancora una volta, dell’approccio tollerante e multiconfessionale che ha sempre caratterizzato questo luogo. La tomba di Medardo Rosso è un monumento che si trova nel campo 4 ed è caratterizzato da una testa di bronzo inserita in una stele di granito sarizzo. Si tratta di una copia del famoso Ecce puer e fu realizzata dallo stesso artista prima della sua morte. L’opera riproduce il volto del piccolo Alfred William, figlio del collezionista Ludwig Mond, e rappresenta come ebbe a dire lo stesso autore lo stupore di un bambino davanti ad un evento che ad un adulto appare banale. Pare che durante un ricevimento a casa dell’amico Mond, presso il quale spesso soggiornava, Medardo fu letteralmente folgorato, da un punto di vista artistico, dall’espressione di stupore del piccolo Alfred che, aprendo la tenda e trovandosi di fronte una scena che evidentemente non si aspettava, rimase come si suol dire a bocca aperta qualche istante prima di richiudere e sparire nel nulla in maniera furtiva. Lo scultore corse nella sua camera ad immortalare quel fotogramma che era rimasto impresso nella sua mente e vi lavorò tutta la notte, tanto che si dice che l’indomani, ad opera ultimata, fu ritrovato sul divano ancora con i vestiti del giorno prima addosso.

Trasmettere emozioni al di là della materia

Medardo Rosso immortalò spesso dei bambini, per la cui espressività spontanea e senza filtri aveva una evidente predilezione. Lo fece sempre fedele a quella sua visione artistica di fondo che, anticipando e poi mutuando l’impressionismo pittorico francese ed applicando quegli stessi principi anche alla scultura, mirava a trasmettere delle emozioni che andavano evidentemente al di là della materia finendo per renderla un semplice mezzo attraverso cui comunicare qualcosa di ben più potente ed immediato. Il pittore Ardengo Soffici ebbe a dire: “Nessuno scultore, credo, dopo l’impareggiabile Donatello nostro fiorentino, ha capito ed espresso così cordialmente i lineamenti e lo spirito di quell’età acerba. Houdon e Carpeaux, hanno ritratto dei fanciulli, ma né l’uno né l’altro hanno saputo farlo con quella penetrazione che solo un vero amore può dare. Le testine e i busti del nostro sono come dei piccoli monumenti eretti in onore della divina primavera della vita”. Il bambino ebreo, il bimbo al sole, la bambina che ride, il bambino malato, il bambino alle cucine economiche, il già citato ecce puer sono solo alcune delle opere realizzate da Medardo che immortalano dei bambini. Egli realizzò sculture in cera, ma anche in terracotta, gesso, bronzo, nonché disegni a matita ed a colori.

La ribellione verso la cultura tradizionale

Come gli altri scapigliati, il termine con cui Cletto Arrighi definì questo movimento nato a Milano, Medardo Rosso fu animato da uno spirito di ribellione nei confronti della cultura tradizionale e del buonsenso borghese. Infatti frequentò l’Accademia di Belle arti di Brera per soli due anni, manifestando subito una grande insofferenza per l’insegnamento accademico. Allo stesso modo gli scapigliati furono ostili al Romanticismo italiano ed alla cultura risorgimentale, giudicata provinciale, languida ed esteriore. Sovente vivevano alla giornata ed in condizioni precarie, mantenendosi solo grazie alla loro arte. Per questo motivo, sentendosi ripudiati dalla cultura benpensante a loro contemporanea, spesso finivano per indagare aspetti patologici della società ed a scegliere come protagonisti dei loro testi degli antieroi, talvolta affetti da malattie. Essi stessi in più di un caso si fecero consumare da malattie o si abbandonarono ad eccessi, vivendo mediamente poco e mutuando lo stile irregolare dei bohemiens francesi. Medardo al contrario visse relativamente a lungo, espose le sue opere all’estero nelle più importanti esposizioni universali e fu molto apprezzato dai suoi contemporanei, a cominciare da Edgar Degas e da Auguste Rodin. Inoltre esercitò sicuramente una certa influenza su alcuni degli artisti nostrani che gli succederanno nella piazza milanese, come ad esempio Boccioni, Carrà e Manzù, cercando fino alla fine di dare “vita” alle sue creazioni: “ Come la pittura, anche la scultura ha la possibilità di vibrare in mille spezzature di linee, di animarsi per via di sbattimenti d’ombre e di luci, più o meno violenti, d’imprigionarsi misteriosamente in colori caldi e freddi ogniqualvolta l’artista sappia calcolare bene il chiaroscuro che è a sua disposizione, di riprodurre in una parola gli esseri con tutto il loro ambiente proprio e di farceli rivivere”.

Morì in seguito ad un’infezione contratta per una malattia del sangue, assistito fino alla fine dal figlio Francesco, il suo unico figlio al quale era molto legato.

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