Randagismo e anagrafe canina

Il fatto

Verso la fine del mese scorso un fatto di cronaca ha scosso l’opinione pubblica nazionale, il terribile episodio della giovane ventenne uccisa nell’area picnic di località Monte Fiorino, nel comune catanzarese di Satriano, da una decina di cani che hanno attaccato la sfortunata ragazza finendo per sbranarla. L’autopsia ha purtroppo confermato l’aggressione alle spalle e alle gambe, così come il disperato tentativo di fuga e di estrema difesa della vittima. È noto che animali cresciuti in cattività e poi per qualche motivo abbandonati possono essere pericolosi, se lasciati in condizione di forte indigenza. Essi infatti possono sovrapporre all’istinto una relativa familiarità con gli esseri umani, tratto invece assente nei predatori selvatici, candidandoli pertanto a potenziali quanto imprevedibili aggressioni. E infatti inizialmente si era pensato ad un branco di cani randagi, vista la dimensione del fenomeno del randagismo in certe regioni italiane e in particolare in Calabria. Basti pensare alle recenti denunce di fine 2020 di associazioni animaliste locali, che parlavano ormai di un numero imprecisato di randagi e di circa 15000 unità detenute nei sovraffollati canili regionali, veri e propri lager che ormai costano 20 milioni di euro l’anno, alimentando “ un sistema inadeguato e guasto, che troppo spesso va a braccetto con la criminalità”. Nello specifico il movimento MOCA parla da tempo di un vero e proprio fiume in piena e delle innumerevoli richieste di risarcimento a carico dell’Azienda Sanitaria, per aggressioni o incidenti causati da cani vaganti. Lo stesso movimento precisava che: “l’ovvia soluzione è una campagna di sterilizzazione massiva, con particolare attenzione ai cani da pastore o da guardia delle aziende zootecniche. Per tale operazione i fondi non mancherebbero: dal 2012 sono stati stanziati quasi un milione di euro a tal fine, ma a distanza di anni nessuno sa se questi soldi siano ancora disponibili”. Una denuncia caduta nel vuoto che preconizzava drammaticamente quanto accaduto, visto che il branco protagonista dell’episodio luttuoso di Satriano è poi risultato riconducibile a un pastore di 44 anni, proprietario del gregge che i cani maremmani e meticci responsabili dell’aggressione presumibilmente stavano custodendo. In realtà solo uno dei cani è risultato dotato di microchip, il sistema che consente di risalire al proprietario, e la cosa non sorprende viste le colpevoli carenze della regione Calabria. L’associazione animalista LAV da qualche anno pubblica regolarmente un dossier sul randagismo, grazie ai dati forniti dalle regioni, e purtroppo la Calabria da tempo non trasmette questi dati, né a LAV né tantomeno al Ministero della Salute. Purtroppo nel 2020 alla Calabria si è aggiunta anche la regione Sicilia, anche in questo caso infatti i dati relativi al numero di ingressi dei cani nei canili (indice del numero di cani vaganti catturati sul territorio), al numero dei cani dati in adozione e al numero delle sterilizzazioni, semplicemente non sono stati trasmessi, con conseguente perdita dei fondi previsti.

Un sistema fuori controllo

Appare evidente allora che gli animali così come la giovane ragazza di Soverato siano le vittime di un sistema malato e di fatto fuori controllo. Rimanendo sull’episodio di cronaca emergono troppe lacune e a più livelli: la presenza di un gregge in un’area non prevista, la mancata indicazione di una tale eventualità, la gestione allegra di cani potenzialmente pericolosi, non correttamente addestrati se non addirittura istigati alla violenza, forti di una mancata microchippatura e quindi della difficoltà di risalire ai proprietari. Ce n’è per tutti i gusti e la magistratura farà, si spera celermente, il proprio corso. Volendo allargare però la riflessione in un contesto più normale, viene comunque da chiedersi se ad esempio i cani pastore siano in generale soggetti a un adeguato addestramento oppure meno, considerazione molto attuale alla luce di un certo ritorno alle attività agricole e pastorali a fronte però di carenze, se non di una vera e propria interruzione, nella trasmissione “degli antichi saperi” da una generazione all’altra e della progressiva diffusione di razze non autoctone, spesso non adatte ai contesti in cui operano in quanto selezionatesi in ambienti con caratteristiche e minacce diverse.

L’importanza di una buona gestione

Ecco allora l’opinione di Francesca Patania, tecnico cinofilo, socio di ATAACI e responsabile regionale per la regione Toscana di ACR: “Così come in qualsiasi attività rurale, è necessaria da parte dell’essere umano una gestione oculata delle proprie risorse e dei propri strumenti. Il cane da pastore rientra in queste attività, come ausiliario nell’importante compito di custodia del bestiame, specialmente per fare deterrenza contro predatori selvatici che minaccerebbero l’incolumità e la salute degli animali allevati. Perciò, come qualsiasi altro cane di proprietà, il cane da pastore necessita di essere gestito, oggi più che mai, con le dovute precauzioni. Si tratta di essere a conoscenza delle doti caratteriali e della memoria di razza di ciascun soggetto posseduto, conoscere le loro abitudini e modalità di pattugliamento, in modo da avere ben chiaro innanzitutto a chi stiamo affidando il nostro prezioso gregge o mandria e, su questa base, adattare delle strategie di gestione delle movimentazioni.
Due opzioni, non sempre fattibili, sono quelle di intervenire anche sull’ambiente con eventuali recinzioni, cartelli o, meglio, instaurare un buon controllo sul richiamo dei cani da parte del pastore o di chi gestisce per lui il bestiame. Quest’ultimo caso implica, però, la necessaria costante presenza di una persona al pascolo con gli animali, cosa non sempre realizzabile.
Per questo motivo, ancora una volta, come per tutti i tipi di cane, è da ribadire l’importanza del fattore genetico: un buon cane custode nasce come tale se proviene da una selezione pastorale improntata sul produrre soggetti di carattere equilibrato che sono in grado di svolgere il proprio compito in branco egregiamente, autonomamente e con spontaneità.. La sicurezza che tali cani possano svolgerlo indipendentemente dalla presenza o meno di eventuali passanti risiede nella capacità di gestione del pastore, frutto dell’esperienza e di un’attenta osservazione degli animali. Un pastore sapiente è dunque in grado di gestire sotto controllo i propri cani, anche attraverso semplici basi di addestramento, le quali possono essergli state trasmesse da altri pastori, dai propri familiari come tradizione o alternativamente da un professionista del settore. In definitiva, per ottenere una gestione sicura dei propri cani, e questo vale per tutti gli ambiti cinofili, il fattore genetico e caratteriale è l’aspetto più rilevante, mentre la conduzione consapevole da parte dell’essere umano è il fattore necessario per renderla ottimale”.

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