Un'alleanza per fermare la distruzione

Un santuario della biodiversità

All’inizio pensavo che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo lottando per salvare la foresta amazzonica. Ora, mi rendo conto che sto combattendo per l’umanità.” Con queste parole il compianto Chico Mendes, sindacalista, leader dei seringueros (i raccoglitori di caucciù, il lattice cui si ricava la gomma) e dei “popoli della foresta” e barbaramente ucciso nel 1988, sintetizzava l’importanza dell’Amazzonia, che ricopre una parte importante del Sudamerica e del Brasile. La più grande foresta pluviale rappresenta circa il 40% delle foreste tropicali al mondo ed ha un’estensione di 7 milioni di Kmq, di cui circa 5,5 milioni e mezzo di vero e proprio bosco, che contiene circa 390 miliardi di alberi di 16.000 specie diverse. La metà di quegli alberi appartiene a 227 specie che dominano la volta arborea, cui si aggiungono 5.800 specie arboree rare, localizzate, minacciate di estinzione: un ettaro di foresta amazzonica contiene tra le 200 e le 300 specie di alberi e arbusti, un numero eccezionale rispetto ad altre regioni forestali della Terra. Un ecosistema forestale, che si può paragonare ad un santuario della Biodiversità mondiale, come la Cappella Sistina è un capolavoro dell’arte occidentale o il Partenone un simbolo della cultura e della storia ellenica. Un santuario che ogni giorno viene violato e calpestato e dove ogni giorno alcune delle opere mirabili ed irripetibili dell’evoluzione naturale scompaiono per sempre, come sottolineato nell’Enciclica “Laudato Si” di Papa Francesco. Uno degli Hot Spot mondiali di Biodiversità con 40.000 specie di vegetali (quelle classificate e conosciute), con più di 1.300 specie di uccelli, 420 di mammiferi, 380 rettili e oltre 400 di anfibi e infine 3000 pesci, tra cui il più grande pesce d’acqua dolce al mondo, il pirarucù, oltre ai temibili piranha. E poi serpenti, lucertole, scimmie, bradipi, formichieri, giaguari e tante altre specie, alcune delle quali di recente scoperta: ogni spedizione scientifica che si addentra dentro le parti meno conosciute fa nuove scoperte. Sotto la volta arborea vivono anche più di 100.000 specie di invertebrati (solo in Brasile) con decine di migliaia di specie di insetti e ragni e altri artropodi, tra cui centinaia di specie di coleotteri e ben 3.000 di formiche.

E se l’Amazzonia sparisse?

L’Amazzonia è soprattutto un “motore climatico” e rappresenta uno dei tipping points che condizionano su scala globale il clima terrestre. Secondo un recente studio dell’Università di Princeton basato su modelli previsionali se non ci fosse l’Amazzonia la temperatura del Pianeta salirebbe automaticamente, secondo stime cautelative, di + 0,25°C e sarebbe impossibile stare entro i limiti di temperatura stabiliti dagli Accordi di Parigi. Tutto il Sudamerica subirebbe drastici cambiamenti climatici con effetti che si propagherebbero all’America del nord e a tutto il Pianeta.

Se sparisse l’Amazzonia si avrebbe una drammatica riduzione delle precipitazioni in un’area vastissima del Sudamerica con gravi fenomeni di aridità. Alla stessa latitudine del triangolo tra Cuiabà (Mato Grosso), Buenos Aires e S.Paulo, zone oggi verdi e coltivate, abbiamo il deserto del Kalahari in Africa, il deserto centro occidentale in Australia e quello di Atacama in Cile. Come messo in luce dagli scienziati i “Rios voadores” (fiumi volanti), che provengono dall’evapotraspirazione di questa immensa massa vegetale condizionano il regime delle piogge di gran parte della zona centro meridionale del Brasile dove si fa agricoltura, ci sono centrali idroelettriche, industrie, con grandissime città come S.Paulo e da cui dipende tra il 60 e il 70% del PIL dell’America del Sud. L’Amazzonia è quindi un fenomenale irrigatore di zone che sarebbero estremamente aride.

L‘Amazzonia rappresenta, oltre all’ambiente di creature straordinarie, anche il territorio dove vivono centinaia di popolazioni indigene che hanno convissuto per secoli, millenni con la foresta pluviale e ne hanno utilizzate le risorse naturali per scopi alimentari, medici, per vestiario ed utensili, sempre secondo lo stretto necessario, secondo un’economia di sussistenza e non predatoria. Come messo in evidenza anche da studi scientifici ed evidenziati nel Rapporto IPBES 2019 le terre meglio conservate sono state curate e protette per centinaia, migliaia di anni dalla sapienza dei popoli nativi senza superare i limiti, che noi, popoli sviluppati, abbiamo ampiamente superato, causando la crisi climatica ed ecologica in corso.

L’ultima minaccia all’Amazzonia si chiama PL 490

Questo ambiente unico oggi rischia seriamente di essere distrutto da politiche dissennate e criminali e di cui anche noi, in modo inconsapevole, siamo compartecipi. La bresaola che mangiamo, le pelli che usiamo per le scarpe e le nostre borse, la soia per alimentare polli e maiali, l’oro di cui magari sono fatti certi gioielli, sono prodotti/estratti distruggendo anche questo immenso patrimonio ambientale come ben evidenziato nel rapporto Deforestation made in Italy. Le responsabilità delle imprese e dei consumatori italiani nella deforestazione dei paesi tropicali” redatto dall’Università di Padova.

Anche se le tendenze distruttive sono in corso in Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, una delle minacce più gravi per l’Amazzonia è rappresentata dal Brasile, dove, il governo Bolsonaro ha quasi azzerato le risorse per la vigilanza ambientale contro le tante attività illegali che minacciano la foresta pluviale (estrazioni di minerali, tagli boschivi ed allevamento di bovini) e comunque deliberatamente “lascia fare” chi ogni giorno sta distruggendo la foresta e viola sistematicamente i diritti dei popoli nativi.

L’ultima grande minaccia, che può assestare un colpo mortale all’Amazzonia è rappresentato dal Progetto di Legge 490, approvato a fine giugno dalla Commissione Costituzione e Giustizia del Congresso brasiliano, senza neanche interpellare le tribù native, e fortemente sostenuto dalla “Bancada ruralista” potente lobby che rappresenta gli interessi di latifondisti e grandi produttori agricoli. Il PL 490 punta alla revisione dell’usufrutto delle terre ancestrali delle popolazioni indigene, garantita dalla Costituzione Brasiliana e all’introduzione di una “prova di proprietà“: solo le terre già in possesso di questi popoli alla data del 5 ottobre 1988, giorno della promulgazione della Costituzione, potranno essere considerate di proprietà degli indigeni, che dovranno dunque provare di aver occupato le loro terre prima di quella data, un fatto che sarà giuridicamente difficile da dimostrare, quando gli indigeni allora non erano neanche quasi considerati da molte amministrazioni locali e in molte zone del Brasile erano sistematicamente perseguitati con la violenza e costretti a spostarsi. Il PL 490 vieta poi l’ampliamento dei terreni già delimitati e considera nulle le demarcazioni che non rispettano le regole stabilite nella nuova Legge.

Se approvato il PL 490 aprirà le Terre indigene alle imprese di agrobusiness, le maggiori responsabili della deforestazione, ed il governo potrà autorizzare la costruzione di strade e centrali idroelettriche, l’apertura di miniere, senza bisogno di consultare le popolazioni native. Il testo rende inoltre più flessibili i contatti con le popolazioni isolate, esponendo le comunità “incontattate” a rischi notevoli per la loro salute.

L’importanza di un’alleanza internazionale per salvare l’Amazzonia

Per un mese centinaia di indigeni si sono mobilitati in molte zone del Brasile e circa 1000 di loro hanno protestato per un mese in modo pacifico e non violento davanti alla Camera dei Deputati a Brasilia per chiedere l’archiviazione del PL 490/2007 e di altri progetti di legge che minacciano i loro diritti.

All’ultima Assemblea Costituente del 10 e 11 luglio a Chianciano Terme i Delegati di Europa Verde-Verdi, con i nuovi coportavoce Angelo Bonelli ed Eleonora Evi, hanno approvato all’unanimità una mozione concordata con Grazia Francescato e proposta dal sottoscritto, Luana Zanella ed altri, che si schiera apertamente per la creazione di un’alleanza a livello internazionale con associazioni, ONG e popoli nativi per cercare di fare pressione sulle Istituzioni del Brasile e sull’ONU, anche attraverso l’Unione Europea e i rappresentanti dello stato italiano, per fermare il PL 490, che rappresenta la minaccia più grave che rischia di assestare un colpo definitivo alla sopravvivenza della foresta pluviale amazzonica in Brasile e Sudamerica. Si creerà anche un tavolo di lavoro dove si cercherà di attivare una campagna internazionale per cercare di fare tutto il possibile per salvare la grande foresta pluviale.

Ricordiamo che nei mesi scorsi il carismatico leader Raoni Metuktire, del popolo Kayapò, e Almir Narayamoga Surui, leader della tribù Paiter Surui, hanno presentato una denuncia ufficiale contro il presidente del Brasile Jair Bolsonaro al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia (Olanda) per crimini contro l’umanità e genocidio, per la sua politica ambientale rovinosa e i suoi attacchi continui ai popoli indigeni e per una serie di imputazioni riassumibili in una parola ben precisa: ecocidio. E a fine giugno anche il Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha seriamente preso in considerazione, per la prima volta, l’ipotesi di genocidio in merito alle azioni politiche sconsiderate del governo brasiliano.

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