I paesaggisti romantici della GAM

La sensibilità romantica nella pittura di paesaggio

C’è un luogo a Milano dove più che altrove è possibile respirare quell’aria romantica che improvvisamente nell’Ottocento ispirò alcuni pittori nel rappresentare la natura ed i suoi elementi, si tratta della Galleria d’Arte Moderna, meglio nota con l’acronimo GAM. La raccolta di dipinti e sculture è ospitata nella splendida villa reale di via Palestro, l’edificio neoclassico costruito a fine Settecento da Leopold Pollack e che fu residenza nei decenni successivi di personaggi del calibro di Napoleone Bonaparte, del suo figlio adottivo Eugenio di Beauharnais o del maresciallo Radetsky. Attraverso lo scalone monumentale, ove campeggiano i busti di Andrea Appiani e di Antonio Canova, ritenuti i riferimenti assoluti del tempo rispettivamente per la pittura e per la scultura, si raggiunge il piano nobile diviso tra gli appartamenti della piccola Giuseppina, la figlia di Eugenio di Beauharnais ed Augusta di Baviera, e le sale di rappresentanza. Nella sala che chiude la serie delle stanze dell’appartamento di Giuseppina è ben rappresentata la pittura di paesaggio, considerata fino a quel momento una specialità “minore” rispetto alla pittura storica o a quella di soggetto sacro. Poi il paesaggio ottenne una considerazione via via crescente, testimoniata dalla creazione nel 1838 della prima cattedra di paesaggio presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Essa fu affidata a Giuseppe Bisi, di cui qui è conservata una bella veduta di Genova, ma è soprattutto nei quadri di Marco Gozzi ed ancora più chiaramente in quelli dei tedeschi Andreas Achenbach e Julius Lange che il paesaggio assume un carattere decisamente sublime e trasuda una sensibilità romantica.

Giovanni Carnovali, detto il Piccio

Ma alla GAM è ben rappresentato un artista la cui grandezza solitaria ed in grande anticipo sui tempi sarà celebrata solo nel Novecento, si tratta di Giovanni Carnovali, detto il Piccio. Il Piccio nacque in provincia di Varese nel 1804 e si formò presso l’Accademia Carrara di Bergamo, dipingendo con colori vaporosi e morbidi nello stile del romanticismo. Nel 1836 si stabilì definitivamente a Milano ed in seguito ebbe contatti con Delacroix a Parigi. La sua pennellata è capace di trasmettere immagini direttamente alla coscienza ed è stato uno dei pochi pittori romantici a trasferire sulla tela il sentimento con spontaneità autentica. Fu un precursore della Scapigliatura e del Divisionismo e si cimentò in vari soggetti, anche se è rinomato soprattutto per i suoi paesaggi. Nella sala XX della collezione, a lui dedicata, è degno di menzione tra gli altri il Paesaggio dai grandi alberi, probabilmente il primo paesaggio puro di Giovanni Carnovali, frutto di una reinterpretazione di suggestioni dal vero. Qui prevale chiaramente la dimensione emotiva del paesaggio, quel nuovo sentimento della natura di cultura romantica, in cui l’elemento naturale e paesaggistico si carica di un valore contenutistico assoluto. Lo stile fatto di piccole pennellate, che anticipa quindi la tecnica divisionista, contribuisce a dare grande luminosità all’insieme esaltando ancora di più il dato naturale.

La celebrazione della potenza della natura

Al secondo piano della villa reale è sistemata la collezione donata da Carlo Grassi sul finire degli anni Cinquanta del XX secolo. Si tratta di un insieme eterogeneo di opere che spazia dall’Ottocento al Novecento, composto da tele, sculture e manufatti di varia natura, talvolta anche extra-europei. In particolare nella sala III sono degne di menzione, perché funzionali al mio racconto, le opere di due paesaggisti romantici francesi del calibro di Jean Baptiste Corot con il suo Coup de vent ( Colpo di vento ) e di Charles Jacque con il suo Nubi al tramonto. Il primo si recò nel 1829 a Barbizon, cittadina situata nella foresta incontaminata di Fontainebleau, per poterne ritrarre le bellezze naturali. Qui entrò in contatto con altri pittori francesi e da questo gruppo variegato nacque la cosiddetta scuola di Barbizon, un gruppo di pittori che operò un profondo rinnovamento nella pittura paesaggistica. Nel dipinto della GAM, probabilmente ispirato da un viaggio di Corot a Calais o forse in Olanda e risalente al 1865, ad essere immortalata è la natura agitata, immortalata in una visione lirica che ne esprime la violenza attraverso gli alberi in primo piano piegati dalle folate di vento. Il secondo si trasferì a Barbizon nel 1849 e la sua carriera ne trasse grande slancio. Il dipinto milanese si riallaccia ad una serie di opere in cui Jacque si sofferma sul motivo del temporale e delle sue avvisaglie. Il pittore sembra riflettere sulla vastità della natura e sulla grandiosità degli effetti atmosferici, tutto ciò è reso in maniera potente ed impattante attraverso un uso massiccio del chiaroscuro. Il cielo vi appare minaccioso e la luce squarcia le nubi scure proiettando lame luminose sul terreno. L’albero in primo piano così come quelli in secondo piano appaiono anche in questo caso alla mercè dei possenti fenomeni atmosferici, mentre un uomo con dei cavalli cerca un riparo frettolosamente preparandosi al peggio. Come per il quadro di Corot, anche qui la celebrazione della natura e della potenza dei suoi fenomeni pare sovrastare tanto la presenza umana (un uomo a cavallo fa capolino anche nel dipinto di Corot) quanto quella vegetale, a cui viene riconosciuta dignità ma la cui resistenza pare tanto eroica quanto disperata e senza scampo.

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