Con la transizione ecologica crescita

Con la transizione ecologica 39 milioni di nuovi posti di lavoro

La transizione ecologica fa bene non solo all’ambiente, ma anche all’economia e al mercato del lavoro. A smentire chi, come il ministro Roberto Cingolani, sostiene che “la transizione ecologica potrebbe essere un bagno di sangue” arrivano nel giro di pochi giorni due diversi studi che delineano un quadro ben lontano da quello di una transizione a suon di lacrime e sangue.

Il modello contenuto nel rapporto del WWF “Halve Humanity’s Footprint on Nature to Safeguard our Future” ci dice infatti chiaramente che reindirizzando verso l’economia verde una sola delle annualità di 500 miliardi di dollari che i governi assegnano ai sussidi ambientalmente dannosi – ricordiamo che, sulla base degli ultimi dati estrapolati dal catalogo ufficiale pubblicato dal Ministero dell’Ambiente, solo nel nostro Paese e nel solo 2018 ben 19,7 miliardi di euro sono state investiti nei SAD – sarebbe possibile creare 39 milioni di nuovi posti lavoro.

Come spiegato anche da Marco Lambertini, Direttore generale del WWF International: “Non solo riorientare questa spesa verso pratiche sostenibili aiuterebbe a ridurre l’impatto sulla biodiversità, ma ci aiuterebbe anche a passare a un’economia positiva per la natura e a cambiare i nostri attuali modelli di produzione e consumo assolutamente insostenibili. Reindirizzando queste risorse potremmo innescare, inoltre, un circolo virtuoso in grado di produrre 10.000 miliardi di dollari di valore annuale e 400 milioni di posti di lavoro dedicati a una nuova economia nature positive”.

Economia nature positive che, secondo le previsioni fornite nel 2020 dal Future of Nature and Business Report del World Economic Forum, potrebbe creare circa 395 milioni di posti di lavoro entro il 2030.

60 milioni di nuovi posti di lavoro dal fotovoltaico

Sempre sulle enormi possibilità in termini di occupazione derivanti dalla transizione ecologica si concentra invece uno studio condotto dall’Università tecnologica finlandese di Lappeenranta, che ha stimato l’impatto che il passaggio al 100% di fonti rinnovabili entro il 2050 in tutti i settori avrebbe sul mercato del lavoro.

Ebbene, i dati sono a dir poco incoraggianti: l’abbandono dei combustibili fossili, infatti, farebbe schizzare i posti di lavoro nel settore energetico dai 57 milioni del 2020 ai 134 milioni nel 2050 con l’Europa che da sola potrebbe arrivare a 15,6 milioni di persone impiegate in questo settore entro la metà del secolo.

Il calcolo dei potenziali nuovi posti di lavoro ha preso in considerazione tutti gli svariati comparti tecnologici, dalla produzione di idrogeno verde ai sistemi di accumulo elettrico e termico, passando per le reti elettriche e, ovviamente, per le diverse fonti rinnovabili.

In questo scenario, a trainare il settore sarebbe il fotovoltaico, che da solo produrrebbe 60 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2050, andando a costituire il 45% del totale del settore energetico. Gran parte dei nuovi posti di lavoro, circa 44 milioni secondo le stime dell’Università finlandese, sarebbe riconducibile all’ambito dei grandi impianti fotovoltaici utility-scale, mentre i restanti 16 milioni circa di lavoratori troverebbero impiego nel campo della realizzazione di impianti prosumer ; si attesterebbe invece intorno ai 5-6 milioni di nuovi posti di lavoro il settore dell’eolico.

Sempre meno persone impiegate nel fossile e nel nucleare

Nella prospettiva delineata dai ricercatori di Lappeenranta, nei prossimi decenni andrebbe invece riducendosi sempre più il numero di persone impiegate nell’industria fossile e nucleare, che da qui al 2050 potrebbero costituire a malapena il 3% dei posti di lavoro a livello globale, con mansioni che riguarderebbero prevalentemente la disattivazione e lo smantellamento di impianti e infrastrutture ormai obsolete e sostituite da soluzioni ambientalmente sostenibili, questo mentre le rinnovabili andrebbero a rappresentare il 75% dei posti di lavoro dell’intero settore energetico.

Nuove possibilità, dunque, che nascono proprio da quella transizione verso un’economia verde che non è solo indispensabile per salvaguardare il futuro del Pianeta, ma che può concretamente costituire – gli studi continuano a confermarlo – un volano per la ripresa economica e lavorativa mondiale.

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