Il cielo di Pechino migliora

La denuncia di Chai Jing

Il cielo di Pechino torna ad essere blu. Un’affermazione forse azzardata ma che ci ricorda quanto l’attenzione internazionale per il problema dell’inquinamento atmosferico sia cresciuta prepotentemente negli ultimissimi anni. Anche in un paese come la Cina, dove le garanzie democratiche sono un optional e dove la libertà di informazione viene messa in secondo piano.

Per esempio nel febbraio 2015 in Cina venne distribuito attraverso i principali network televisivi un film-documentario del giornalista cinese Chai Jing intitolato “Under the Dome” che in soli quattro giorni venne visto da più di 150 milioni di persone. Dopodiché le autorità decisero di bloccarne la diffusione, forse perché l’inchiesta condannava le politiche pubbliche sull’energia che il paese asiatico aveva messo in campo negli ultimi decenni, politica che metteva al primo posto la crescita economica a tutti i costi, a scapito della salute della popolazione. La condanna di Chai Jing si concentrava sulla corruzione dilagante all’interno delle compagnie energetiche di proprietà statale e tra i funzionari pubblici.

La Cina prova a cambiare rotta

Ma quei tempi sono oramai lontani sembrerebbe annunciare l’attuale ministro dell’Ambiente cinese Huang Runqiu il quale afferma che il cielo blu di Pechino è la nuova normalità. In pochi anni gli sforzi del Presidente Jinping si sono concentrati sull’evitare che la Cina apparisse come uno dei luoghi più inquinati del mondo (la vetrina delle Olimpiadi di Pechino 2008 è servita a stimolare il dibattito), con un PIL in costante crescita ma con una situazione ambientale al limite del collasso. Questa immagine doveva essere cambiata, anche per limitare il più possibile le contestazioni del popolo che in alcuni casi cominciava a mobilitarsi per far sentire la propria voce in merito agli intollerabili livelli di inquinamento che gli abitanti delle città cinesi erano costretti a sopportare. La consapevolezza nel tempo è cresciuta, anche in un paese dove il dissenso è mal tollerato. Evidentemente per la Cina era giunto il momento di fare i conti con un capitalismo che si era rivelato troppo costoso, un modello economico che metteva a repentaglio la salute dei suoi cittadini non poteva durare a lungo. Bisognava cominciare a prendere una rotta diversa prima di schiantarsi. Le immagini di Pechino avvolte da una coltre di smog hanno impressionato le persone di tutto il mondo negli ultimi anni. Infatti a partire dal 2013 il governo cinese ha investito in un piano nazionale di contrasto all’inquinamento dell’aria che ha introdotto nuove regolamentazioni, fatto installare in tutto il paese delle stazioni per il monitoraggio della qualità dell’aria, fatto chiudere alcune miniere di carbone tra le più insicure dal punto di vista della sicurezza. Il cambio di rotta è evidente rispetto al recente passato. L’economia green è attrattiva anche per un governo poco democratico ma attento a far fruttare bene i propri investimenti. Il mondo sta intraprendendo una nuova marcia per uscire dall’era dei combustibili fossili e la Cina non vuole restare indietro.

La questione del malcontento popolare

Ma la questione inquinamento avrebbe potuto mettere in subbuglio le popolazioni che vivono nelle vicinanze degli impianti industriali più obsoleti, dove il rischio di contrarre malattie respiratorie e non solo è molto più concreto. Questo è proprio ciò che il governo cinese non tollera: il malcontento della gente. La battaglia ecologista può avviare un processo di cambiamento su larga scala, un aumento della consapevolezza generale su quali siano i capisaldi irrinunciabili per garantire il benessere dei cittadini. Frenare l’inquinamento significa anche cercare di bloccare un fenomeno di allargamento delle richieste che vengono dal basso e che metterebbero in crisi le certezze dirigiste del governo centrale.

I cieli di Pechino sembrano essere più blu grazie agli sforzi del governo per cambiare rotta, attenzione però alla censura che si abbatte inesorabile sui movimenti di protesta dei cittadini e sui giornalisti che indagano le falle e la corruzione dell’economia nazionale.

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