L'industria della carne nasconde

Il 14,5% delle emissioni globali dipende dall’industria agroalimentare

Da tempo la scienza ci dice che se vogliamo rispettare l’obiettivo di contenere il surriscaldamento globale entro 1,5 gradi è necessario modificare le nostre abitudini alimentari, riducendo innanzitutto il consumo di carne.

Agricoltura e allevamenti intensivi, infatti, rappresentano uno tra i settori industriali più inquinanti a livello globale: i dati ci dicono che le emissioni di gas serra imputabili all’industria agroalimentare costituiscono il 14,5% di quelle totali.

Gli allevamenti intensivi di bestiame aggravano la crisi climatica attraverso un ricorso massiccio alla deforestazione – è quanto sta accedendo, ad esempio, in Amazzonia – e sono responsabili del rilascio di enormi quantità di PM 2,5, ovvero di quelle polveri sottili capaci di superare le barriere delle vie respiratorie con conseguenze gravissime per la nostra salute.

Prese in prestito le tattiche dell’industria del tabacco e dei combustibili fossili 

Nonostante le evidenze portate all’attenzione pubblica dalla comunità scientifica, l’industria mondiale della carne continua a minimizzare il proprio impatto ambientale e il ruolo giocato nella crisi climatica, “prendendo in prestito tattiche dalle compagnie del tabacco”. È quanto si legge nell’indagine appena condotta dall’agenzia di indagini ambientali, Desmog, che ha messo sotto la lente di ingrandimento le attività di quattro colossi dell’industria alimentare: la statunitense Tyson Foods, la compagnia di suini e bovini Danish Crown, il gruppo Vion e la brasiliana JBS.

Quello che le quattro grandi aziende stanno facendo non è altro che rifarsi agli stessi trucchi utilizzati anche dalle compagnie di combustibili fossili per “confondere e ritardare la regolamentazione” delle loro attività già riconosciute dalla comunità scientifica come dannose per il Pianeta: minimizzano le proprie emissioni di gas inquinanti, attaccano la scienza per screditarne le indicazioni e mettono in dubbio le alternative proposte per ridurre il consumo di carne e c’è chi, come l’Agriculture and Horticulture Development Board del Regno Unito – un comitato che si occupa di rappresentare gli agricoltori britannici – arriva persino a dipingersi come una possibile soluzione alla crisi climatica. L’AHDB sostiene infatti che il pascolo del bestiame possa addirittura aiutare nella lotta alla crisi climatica poiché stimola un maggiore assorbimento di Co2 da parte del suolo, mentre l’International Meat Secretariat insiste su quanto “il settore dell’allevamento sia troppo spesso ingiustamente rappresentato”.

Un approccio pericoloso e sistematico

L’industria del tabacco non ha messo in discussione l’esistenza del cancro ai polmoni, ma hanno continuato a negare e a deviare il nesso causale ed è quello che stiamo vedendo con la carne di manzo e i latticini” ha dichiarato all’Indipendent la dottoressa Jennifer Jacquet, professoressa associata di studi ambientali presso l’Università di New York, aggiungendo che “l’industria della carne e quella casearia non negano l’esistenza del cambiamento climatico, ma stanno portando avanti azioni per cercare di convincerci che la catena causale non esiste”, innanzitutto attraverso la ben nota pratica del greenwashing.

Questa importante indagine porta alla ribalta un approccio pericoloso e sistematico da parte dell’industria della carne per nascondere il suo ruolo nella crisi climatica e ambientale. […] Per porre fine alla crisi climatica, proteggere le foreste e ripristinare la natura dobbiamo passare a una dieta più sostenibile, riducendo il consumo di carne. La scienza a riguardo è stata chiara: l’era del grande consumo di carne è finita” ha affermato Anna Jones, responsabile del settore che si occupa di alimentazione e foreste di Greenpeace UK.

Ascoltare la scienza e prestare attenzione alle pratiche di greenwashing è in questo senso quantomai fondamentale per far sì che ognuno di noi possa farsi nel suo piccolo promotore di un cambiamento necessario e non più rimandabile.

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