Cosa ne sarà ora delle donne afghane?

Torna l’incubo talebano

Due giorni fa ho dovuto lasciare la mia casa e la mia vita nel nord dell’Afghanistan dopo che i talebani hanno preso la mia città. Sono ancora in fuga e non c’è un posto sicuro in cui io possa andare.

La scorsa settimana ero una giornalista. Oggi non posso scrivere sotto il mio nome o dire da dove vengo o dove sono. La mia intera vita è stata cancellata in pochi giorni.

Ho tanta paura e non so cosa mi accadrà. Tornerò mai a casa? Rivedrò i miei genitori? Dove andrò? L’autostrada è bloccata in entrambe le direzioni. Come sopravviverò?”.

Queste parole vengono dalle pagine del Guardian e fanno parte di una lettera straziante scritta da una giovane giornalista afghana di 22 anni fuggita dalla sua città dopo l’arrivo dei talebani.

Dopo 20 anni l’incubo del regime talebano è tornato a colpire il Paese, che non aveva di certo dimenticato cosa furono gli anni dal 1996 al 2001, quando repressione, violenze e persecuzioni erano all’ordine del giorno, quando la musica e il calcio erano vietati e le squadre di polizia morale spadroneggiavano lungo le strade.

Nel giro di una manciata di giorni, è come se il nastro della storia afghana fosse stato riavvolto: Kabul è di nuovo nelle mani degli estremisti, gran parte del Paese è di nuovo nelle mani degli estremisti. Chi può tenta di fuggire in ogni modo, anche aggrappandosi a un aereo in fase di decollo. Chi non può resta e paga lo scotto di una guerra, di un gioco di potere, di una follia collettiva di cui si è ritrovato improvvisamente vittima. A pagare il prezzo più alto sono ancora una volta le donne.

Donne senza una voce né un volto

La condizione femminile in Afghanistan era terribile già prima del ritorno dei talebani; secondo un report pubblicato qualche mese fa da Human Rights Watch, l’Afghanistan rappresenta ancora il posto peggiore al mondo in cui si possa nascere se si è donna, un Paese dove l’87% delle donne è stata vittima di violenze fisiche o abusi sessuali almeno una volta nella vita. Eppure chi c’era 20 anni fa ricorda come era la vita durante negli anni dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, le più piccole, quelle che oggi sono poco più che adolescenti, conoscono quella realtà attraverso i racconti delle madri, delle altre donne e, come la giovane giornalista della lettera al Guardian, tremano.

Nell’Emirato islamico dell’Afghanistan di oggi, come in quello di allora, non c’è posto per le donne, non ci sono diritti, non c’è una voce né un volto. Al loro ingresso nelle città conquistate i talebani hanno già chiuso militarmente alle donne l’accesso a scuole e università, le ragazze iscritte ai corsi di laurea – che costituiscono il 60% della popolazione studentesca afghana – nascondono i documenti di iscrizione per paura di essere perseguitate, alcune insegnanti, secondo Al Jazeera, sarebbero state persino uccise.

Niente più lavoro per le donne, che sono state prontamente rimosse dai proprio impieghi, niente possibilità di uscire senza la presenza di un rappresentante maschile della famiglia, i vestiti indossati finora vengono abbandonati per lasciare il posto al chadari, il burqa afghano, niente trucchi, niente social, niente che dia loro un volto, una parola, un’identità.

L’annullamento totale di intere esistenze, la cui unica ragion d’essere diverrà quella di accontentare gli uomini a cui appartengono. Chi è lì racconta che i talebani hanno già iniziato i rastrellamenti: entrano casa per casa, cercano donne tra i 12 e i 45 anni da portare via per trasformarle in schiave sessuali dei miliziani, donne la cui vita o la cui morte finirà col dipendere dagli appetiti dei talebani.

Corridoi umanitari e accoglienza per salvare quante più vite possibile

Chi in questi anni ha portato un aiuto concreto a tante donne del posto ora si trova in uno stato di paralisi: dalla pagina Facebook della Fondazione Pangea Onlus si vedono centinaia di pagine di archivio bruciare per eliminare nomi e cognomi delle migliaia di donne e di bambini aiutati dal 2002 ad oggi, per occultare i nomi delle volontarie, per non esporre nessuna più di quanto non sia già esposta.

Il senso di impotenza di fronte a quanto sta accadendo trova poco spazio nelle parole. C’è bisogno di corridoi umanitari e di accoglienza condivisa, che scongiuri comportamenti come quello tenuto dall’Austria, che di fronte a una tragedia di questa portata si è affrettata a dichiarare la proprio indisponibilità ad accogliere chi fugge dall’Afghanistan.

Quello che sta accadendo ci riguarda tutti, non possiamo fingere di non sapere cosa sta succedendo alle donne afghane, al popolo afghano tutto.

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