Gli immortali: Virginia Tedeschi Treves

L’edicola Treves

Il cimitero Monumentale di Milano fu concepito sin dall’inizio nel progetto di Carlo Maciachini come un luogo di sepoltura multiconfessionale, un luogo dove erano accolte una accanto all’altra le spoglie di persone che in vita avevano avuto idee diverse, se non completamente opposte, rispetto all’interpretazione della vita e della morte. Ed in effetti se ci si colloca all’esterno del cimitero guardando l’ingresso principale si riconoscono due aree speculari al Famedio, alla sua estrema destra ed alla sua estrema sinistra, destinate rispettivamente alle sepolture dei non cattolici e degli israeliti. Quest’ultima sezione, che presenta al suo interno una piccola sinagoga, è raggiungibile solo dall’interno per motivi di sicurezza ed ospita delle bellissime edicole che, accanto alla classica simbologia della religione ebraica riconducibile alle stelle di David ed ai classici menorah, i candelabri a sette braccia, offrono un interessante spaccato storico-artistico. Molto particolare è l’edicola Treves, giusto al centro dell’area, una piccola costruzione in marmo bardiglio di Carrara con fascia ad altorilievo in bronzo dove vengono rappresentati scrittori di indubbia fama come De Amicis, D’Annunzio, Verga mentre chiacchierano con gli editori Emilio e Giuseppe Treves e con la moglie di Giuseppe, la scrittrice Virginia Tedeschi in arte Cordelia.

La storia di Virginia Tedeschi Treves, in arte Cordelia

Nata a Verona nel 1855 ed originaria di Trieste, ella trasse il suo pseudonimo dalla tragedia shakespeariana di re Lear dove Cordelia è l’eroina del bene e dell’affetto filiale. Fu scrittrice per l’infanzia e direttrice di periodici per bambini di successo come Il giornale dei fanciulli ( dal 1881 al 1891) o Mondo piccino, ma anche di una rivista femminile molto apprezzata come Margherita. Scrisse e pubblicò numerosi romanzi e racconti, la gran parte dei quali destinati ai ragazzi come Nel regno delle fate, Per la gloria o Piccoli eroi.

Essendo di famiglia facoltosa, dopo aver sposato Giuseppe Treves, impiegò la propria dote per potenziare ed ampliare la casa editrice che il marito condivideva con il fratello Emilio in via Solferino a Milano. Dopo l’acquisto di nuovi terreni poté nascere infatti una moderna tipografia che permise la stampa di giornali come Il Museo di Famiglia e Il giro del mondo, ma soprattutto di un giornale liberale e costituzionale che prese il nome di Corriere di Milano, dalla cui evoluzione nascerà lo storico Corriere della Sera, ancora oggi uno dei principali quotidiani nazionali. Sempre incline alla gentilezza ed alla probità Virginia Tedeschi Treves tirava le fila di un celebre salotto presso la propria abitazione milanese in via Conservatorio che si distingueva per le frequentazioni particolarmente colte. Vi passavano regolarmente scrittori , artisti, letterati, del calibro di Arrigo Boito, Ada Negri, Matilde Serao, Giovanni Verga, Gabriele D’Annunzio, Luigi Capuana. E’ facile intuire che si trattasse di un piccolo laboratorio di idee, dove visioni differenti si confrontavano e si integravano. Virginia, che non ebbe figli dal proprio matrimonio, ebbe sempre molto a cuore le tematiche sociali e le questioni inerenti l’emancipazione femminile. Fu tra i fondatori nel 1912 del Lyceum femminile di Milano, nato per incoraggiare le donne negli studi ed alle opere artistiche. Oggi un tale dibattito può far sorridere ma non era così tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Le donne che lavoravano lo facevano esclusivamente per necessità economica, così come le signore della buona borghesia non si sognavano affatto di lavorare ma erano semmai dedite esclusivamente alla scrittura ed all’educazione. Ella allora pubblicò un suo personale studio sulla donna che lavora.

La questione dell’emancipazione femminile

Si tratta di uno studio fatto alla buona dove però considerazioni tanto spicciole quanto efficaci di economia, psicologia o filosofia si compenetrano per alimentare una riflessione che nasceva anche da una propria dimensione personale. Virginia, con un ruolo affatto marginale nella gestione della casa editrice e di altre attività parallele, in sostanza si chiedeva se una donna non costretta dalla necessità potesse lavorare non per bisogno ma semplicemente per soddisfare un proprio interesse intellettuale. Si trattava di una evoluzione del suo stesso pensiero se si considera che uno dei suoi primi romanzi di successo dal titolo Il regno della donna, pubblicato nel 1879, elogiava al contrario il focolare domestico come il luogo eletto per la donna, il luogo dove essa poteva eccellere e trarre il massimo godimento possibile. Anche i romanzi successivi non si discostarono molto da questa idea di fondo, mentre la sua evoluzione personale verso il giornalismo e potremmo dire al contempo l’impresa la portarono lentamente ed inesorabilmente verso riflessioni di segno quasi opposto. Ne viene fuori un bel ritratto di una donna moderna per i suoi tempi, per certi aspetti anche per quelli attuali, che senza rinunciare alla propria femminilità ed alle proprie naturali inclinazioni contribuì a porre la questione di una prospettiva di genere diversa all’interno della società del suo tempo, alimentando tale discussione, fornendo argomenti ed elaborandoli a modo suo, in maniera persuasiva e gentile, all’insegna della liberalità, quella liberalità che era la caratteristica principale e la più apprezzata di un modo di fare editoria da parte dei Treves, copiato e riprodotto da tanti, che ancora oggi, a dispetto del tempo, continua a fare scuola e a rappresentare un punto di riferimento.

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