leonardo_ecologista

Leonardo da Vinci

«Le virtù delle erbe, pietre et piante sono in sé nobili senza lo aiuto delle lingue o delle lettere umane», così scriveva Leonardo da Vinci nei suoi taccuini. Primo tra i suoi contemporanei, precursore dei futuri   scienziati, Leonardo può essere considerato a tutti gli effetti un ecologista ante litteram.

Fritjof Capra, fisico austriaco noto soprattutto per il best-seller Il tao della fisica, ha ripercorso qualche anno fa con il libro la botanica di Leonardo l’esperienza di vita del grande maestro toscano e ne ha evidenziato il merito di aver instaurato con la natura un rapporto totalmente nuovo, non solo per l’epoca in cui egli visse, ma di estrema modernità anche per noi, oggi. La natura non va dominata, anzi è un modello, un’ispirazione.  Le migliaia di pagine dei suoi appunti, ricche di disegni e di incredibili intuizioni, sono piene di studi sulle forze naturali e su come riuscire a governarle in maniera virtuosa. E’ sorprendente rivedere gli studi di Leonardo su un ramo di quercia, un giglio, una grotta scavata dalle acque.

La natura come guida

Osservare la natura non significa dunque solo conoscerla, ma anche comprenderne i meccanismi più intimi. D’altra parte fu proprio Leonardo, ad esempio, a comprendere che il numero dei cerchi concentrici all’interno di un tronco di albero permette di stabilirne l’età. Nei suoi dipinti rappresenta sempre le piante nel loro habitat e la sua piena sintesi di arte e scienza era intrisa di consapevolezza ecologica. Egli ebbe un profondo rispetto per la vita tutta, una speciale compassione per gli animali e una grande soggezione, se non venerazione, per la complessità e l’abbondanza della natura. Pensò sempre che l’ingegnosità della natura fosse superiore al disegno umano e sentì sempre che sarebbe stato saggio rispettare la natura e imparare da essa. Leonardo disegna una città ideale e scrive che una città per essere sana deve permettere il flusso libero di animali, gente, merce e rifiuti. A ben vedere questo modo di vedere la natura come modello e guida appare oggi recuperato, Ad esempio nella pratica del design ecologico, basato su un assunto filosofico che non vede gli esseri umani separati dal resto del mondo vivente ma profondamente inseriti nell’intera comunità della vita nella biosfera.

Il gelso di Leonardo

C’è un luogo a mio avviso che meglio di altri rappresenta tutto ciò, si tratta della sala delle Asse presso il Castello Sforzesco di Milano, così  detta perché si pensa che un tempo le sue pareti fossero in parte ricoperte da assi di legno. Questa sala faceva parte delle stanze di rappresentanza della residenza ducale, prima viscontea e poi soprattutto sforzesca. Ludovico il Moro aveva chiamato a Milano verso la fine del Quattrocento due artisti del calibro di Donato Bramante e Leonardo da Vinci e affidò a quest’ultimo nel 1498, subito dopo il completamento del Cenacolo, l’incarico di dipingere la sala in questione. Leonardo allora, utilizzando come suo solito una tecnica a tempera su intonaco, ideò un ambiente che simulava nella volta un pergolato, frutto di intrecci vegetali originati da alberi di gelso stilizzati e riprodotti sapientemente sulle pareti. Al centro della volta uno stemma che celebrava il potere di Ludovico. Ma in realtà il vero protagonista era proprio il gelso. Infatti la parola “moron” ancora oggi in milanese indica il gelso, i cui frutti sono appunto delle gustose more. E’ verosimile infatti che il soprannome stesso di Ludovico Maria Sforza, il vero nome del Moro, richiamasse proprio all’albero e non alla carnagione del duca. Ma perché ? Ludovico doveva molto al gelso, in particolare alla varietà che produce more bianche, meno gustose delle nere, ma capace di fare foglie che rappresentavano l’alimento per eccellenza del baco da seta. La gelsicoltura quindi garantiva la bachicoltura, e quest’ultima la produzione di seta, una delle ragioni  della grande ricchezza del Ducato di Milano a quell’epoca. Leonardo quindi celebrando il Moro celebrava in realtà  la natura, o meglio la capacità del duca di servirsene nell’interesse generale, rispettandola e addirittura celebrandola. La sala delle Asse è tornata alle origini, almeno parzialmente, grazie a un lungo restauro che si è concluso qualche anno fa ed è  solo un esempio, ma emblematico, di una sensibilità, di un amore e di una curiosità verso la natura che Leonardo esibì ripetutamente nella sua produzione artistica e negli appunti raccolti nel Codice Atlantico dell’Ambrosiana o in altri taccuini sparsi per il mondo.

Per quanto riguarda i gelsi, l’industria serica dopo secoli di grande sviluppo si è trasferita in altre aree del mondo, e con essa la gelsicoltura. Nel milanese resta una vaghissima traccia dei filari di gelsi che i contadini erano soliti piantare lungo le vie d’ingresso alle loro cascine, così da arrotondare grazie alla raccolta stagionale delle preziose foglie. A Nerviano, nella città metropolitana di Milano, restano due esemplari di più di cinquecento anni ciascuno, fieri nonostante gli evidenti segni del tempo e memori di un glorioso passato. Loro, mentre Leonardo dipingeva la sala delle asse, c’erano già.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui