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Sin dalla sua prima proposta nei primi Anni Duemila molto si è detto del Grande Muro Verde contro la desertificazione (il Great Green Wall, GGW) pianificato nel Sahel, spesso in termini molto entusiastici. Fu annunciato nel 2007 dall’Unione Africana, e prevedeva nella sua prima incarnazione un visionario programma di riforestazione di proporzioni mastodontiche: un nastro verde di 8000 km dal Senegal al Gibuti che, con una copertura di oltre 100 milioni di ettari avrebbe dovuto essere la soluzione alla desertificazione, ponendo un freno all’avanzata del Sahara verso sud, contribuendo decisivamente alla lotta contro il cambiamento climatico. A prima vista può sembrare quasi un sogno ecologista, con importanti impatti sociali per le popolazioni e gli Stati coinvolti.

Il Grande Muro Verde (Great Green Wall, GGW) contro la desertificazione?

In realtà, a guardar meglio, è un progetto che fin dall’inizio ha evidenziato delle notevoli problematiche. Al di là della grandiosità dell’iniziativa di un vero e proprio monumento ecologico possibilmente visibile sin dallo spazio, le attività legate al GGW hanno fatto alzare più di un sopracciglio agli scienziati. Ricerche recenti di ecologi, economisti e scienziati sociali hanno mostrato come molti progetti di riforestazione sono falliti per non aver affrontato problemi ecologici e sociali alla base della degradazione del suolo e della desertificazione. Ad esempio, raramente i leader del progetto hanno coinvolto le comunità locali nella scelta delle specie di alberi da piantare in aree cui storicamente non appartenevano. Allo stesso tempo, le autorità responsabili molto spesso non hanno posto in atto le misure necessarie perché gli alberelli appena piantati sopravvivessero, problema che purtroppo fu riscontrato largamente nei primi anni del progetto africano. Gli alberi erano stati effettivamente piantati, ma in terre molto spesso disabitate dove non c’era nessuno a garantire la crescita del futuro Muro Verde.

Praterie ecosistemi piú efficienti

L’idea iniziale, per quanto grandiosa, mancava poi di solidi fondamenti scientifici e la sua implementazione ha trascurato molti principi ecologici basilari. L’idea stessa di piantare un muro di alberi per fermare una possibile avanzata delle sabbie, oltre ad essere estremamente semplicistica, non tiene conto delle complesse cause della degradazione del suolo, né del fatto che le praterie (grasslands) e la savana sarebbero ecosistemi più efficienti rispetto a un “muro di alberi” per frenare la desertificazione. Altre osservazioni riguardano il tipo di alberi utilizzati: molto spesso si sono usati nel contesto del GGW specie non native (pini ed eucalipti) facilmente reperibili sul mercato e a crescita veloce, senza pensare alle potenziali interazioni negative con specie endemiche e all’impatto sul delicato equilibrio ecosistemico della savana.

Ian Scoones, accademico dell’Institute of Development Studies, a proposito del GGW ha detto: “Troppo spesso, le decisioni a proposito di un’area considerata disponibile per il rinverdimento sono prese su una mappa in un ufficio lontano”. Dal 2007 gli sforzi in 11 Paesi africani, con attività non del tutto coordinate, hanno portato all’inverdimento di solo il 16% della superficie prevista inizialmente. A gennaio del 2021, una coalizione di Paesi guidata dalla Francia e dalla Banca Mondiale si è impegnata nell’investire 14 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni nel progetto (la Banca Mondiale, in particolare, investirà cinque miliardi di dollari nel GGW). L’enorme investimento, secondo il presidente francese Emmanuel Macron, servirà a sostenere la vita di milioni di persone, conservare la biodiversità e a combattere la desertificazione e il cambiamento climatico. Ma questa iniezione di denaro esterno porterà davvero i risultati sperati? Non si tratta forse di un nuovo sogno postcoloniale?

Iniziative di agroforesteria (l’integrazione cioè di alberi in sistemi produttivi come pascoli e sistemi agricoli) a livello locale possono essere estremamente benefiche dal punto di vista economico ed ecologico e offrire un’alternativa sostenibile per programmi di riforestazione a grande scala. In Africa è stato adottato un approccio chiamato “rigenerazione naturale gestita dagli agricoltori” (farmer-managed natural regeneration, FMNR), che ha portato al rinverdimento di una notevole porzione del Sahel. Questo tipo di tecnica coinvolge gli agricoltori stessi nella protezione e nella gestione di arbusti e alberi. Nel corso degli anni, la FMNR ha portato a enormi benefici dal punto di vista ecologico e avrebbe potuto essere la base per i programmi di rinverdimento previsti nell’ambito del GGW. Purtroppo, invece, molti programmi non sono stati guidati dalle comunità locali, e inevitabilmente sono falliti.

Serve partecipazione delle comunitá locali

Senza la partecipazione delle comunità locali e senza discussioni sull’utilità a lungo termine di un progetto come il GGW, il mantenimento delle zone riforestate risulta semplicemente impossibile. Sono infatti le stesse comunità che devono impegnarsi per gli anni a seguire le iniziative di afforestazione e riforestazione, nel fornire acqua, gestire le risorse e i fertilizzanti, proteggere le aree riforestate dagli animali da pascolo… tutte attività che senza una comunicazione adeguata del progetto e dei suoi obiettivi, senza un coinvolgimento dal basso, non saranno mai messe in atto. Per questo il fallimento di megaprogetti come la prima incarnazione del GGW (il muro di alberi) possono servire da lezione per futuri progetti più “dal basso”, che possano coinvolgere le popolazioni locali e potenzialmente usare le pratiche agroforestali ancestrali che da sempre sono nella storia delle popolazioni della regione.

Lentamente, molti degli sforzi che si stanno proponendo negli ultimi anni stanno tenendo conto dei primi fallimenti e dei problemi ecologici e sociali dei primi tentativi, trasformando quello che doveva essere un muro di alberi al confine del deserto in una serie di sistemi che tengono conto delle tecniche indigene dell’uso della terra. E sono proprio queste parti del GGW che sembrano funzionare nel combattere la degradazione della terra e le conseguenze delle siccità, trasformando la visionaria ma potenzialmente inutile e dannosa idea iniziale del “muro verde” in un mosaico di pratiche dell’uso della terra che potranno, eventualmente, portare agli effetti desiderati dal progetto.

Applicare metodi sostenibili di restaurazione del paesaggio

Alcuni di questi modelli di riforestazione, come uno attivo attualmente in Etiopia e finanziato dall’Iniziativa Norvegese per le Foreste e il Clima, sono particolarmente promettenti. L’obiettivo di questo progetto guidato dal World Agroforestry Centre e chiamato PATSPO (Provision of Adequate Tree Seed Portfolio) è di restaurare oltre 20 milioni di ettari di terra entro il 2035. L’idea, secondo gli ideatori del progetto, è di applicare metodi sostenibili di restaurazione del paesaggio scalabili in tutto l’arco del GGW, non studiati su carta, ma elaborati con le popolazioni locali. Attraverso la distribuzione di alta qualità delle varietà desiderate dalla popolazione stessa (e molto spesso di difficile reperimento), PATSPO ha un approccio radicalmente diverso dagli sforzi che hanno portato ai primi fallimenti del “Muro Verde”. La particolarità di PATSPO è l’utilizzo di molte specie di alberi allo stesso tempo per la restaurazione, evitando così monoculture di specie aliene dannose per l’ecosistema. PATSPO lavora con scienziati e con la Commissione Etipoe per l’Ambiente, la Foresta e il Cambiamento Climatico per privilegiare specie endemiche che siano anche resistenti alle conseguenze del cambiamento climatico, con la collaborazione e tenendo conto l’esperienza degli agricoltori locali. L’idea è di potenziare la produttività e la resilienza del paesaggio forestale e delle comunità etiopi, lavorando con loro senza imporre decisioni dall’alto, che è un concetto fondamentale. Jens-Peter Barnekow Lillesø, ricercatore dell’Università di Copenaghen e coinvolto in PATSPO, ha dichiarato a tal proposito alla rivista Science: “[Nei progetti di riforestazione] quando si fanno errori, non è chi finanzia il progetto a pagarne le conseguenze. È chi pianta gli alberi. Questi piccoli agricoltori saranno quelli che pagheranno le conseguenze [del fallimento]”.

La Banca Mondiale, la FAO e la Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione, tutte organizzazioni ora coinvolte anche economicamente nella costruzione del GGW, ufficialmente si impegnano a evitare gli errori del passato prendendo spunto da PATSPO e altri programmi di restaurazione di successo. Se questo succederà, e se gli sforzi nel contesto del GGW saranno veramente indirizzati alla rigenerazione del paesaggio e a promuovere i mezzi di sussistenza delle popolazioni locali con le popolazioni locali, alla conservazione del suolo e alla gestione integrata delle risorse idriche, questo megaprogetto visionario potrà avere successo. Forse non nelle forme e nei tempi pensati nel 2007, ma possibilmente e sperabilmente con conseguenze più sostenibili per le Nazioni coinvolte, con effetti migliori per le popolazioni locali e che possano avere impatti e co-benefici al di là del piantare alberi al confine del deserto. Come ha detto alla Thomson Reuters Fundation Wanjira Mathai, vicepresidente e direttrice regionale per l’Africa del World Resources Institute: “La magia che può restaurare le foreste, fattorie e pascoli degradati dell’Africa sta nei milioni di paladini locali in tutto il continente, specialmente giovani e donne.

 Fonti:

Rachel Cernansky (2021), New funds could help grow Africa’s Great Green Wall. But can the massive forestry effort learn from past mistakes?, Science: https://www.sciencemag.org/news/2021/02/great-green-wall-could-save-africa-can-massive-forestry-effort-learn-past-mistakes

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